Referendum “lombardo e veneto”

Il referendum consultivo lombardo, come quello veneto, del prossimo 22 ottobre non è una cosa seria: non siamo in Catalogna.

In quella Comunità autonoma si tenterà di celebrare il prossimo 1° ottobre un referendum sull’indipendenza della futura Repubblica di Catalogna dalla monarchia spagnola. La legge della Generalitat, il parlamento autonomico, sulla celebrazione del referendum è già stata impugnata dal Governo e sospesa in attesa del giudizio di merito. Quello lombardo è stato indetto nell’indiferenza generale dell’opinione pubblica lombarda. Dietro non c’è una spinta ad un’indipendenza dall’Italia o a diventare una regione a statuto speciale, come la Sicilia, la Sardegna, Il Friuli-Venezia-Giulia, il Trentino-Alto Adige/Südtirol, costituita dalle Province autonome di Trento e di Bolzano e la piccola Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste.

La Lombardia non può aspirare a diventare il 27° Cantone svizzero, con i suoi 10.019.166 abitanti snaturebbe la Confederatio Helvetica di 8.055.063 abitanti, e i suoi equilibri demografici e linguistici.
Il Veneto di Zaia ha scelto un quesito semplice “Vuoi che alla regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?” e una data simbolica perché -ha detto Zaia- “il 22 ottobre è una data simbolo: andremo al voto esattamente 151 anni dopo il plebiscito con cui la nostra regione fu annessa al Regno d’Italia”.
Maroni, in mancanza di date simbolo, ha puntato sulla curiosità dei lombardi, con un quesito a prima lettura incomprensibile “Volete voi che la Regione Lombardia, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma della Costituzione?”. Sembra voglia dire ”il 4 dicembre avete plebiscitato la Costituzione votando un chiaro NO alla deforma costituzionale. Dimostrate ora di conoscerla!”.

Un quesito con un piccolo inganno: non c’è nessun automatismo tra l’attribuzione di maggiore autonomia e maggiori relative risorse. L’art. 119 quarto comma Cost. non prevede alcun automatismo, ma “Per promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l’effettivo esercizio dei diritti della persona, per provvedere a scopi diversi dal normale esercizio delle loro funzioni, lo Stato destina risorse aggiuntive ed effettua interventi speciali in favore di determinati Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni“.

I destinatari per scopi diversi non sono solo le Regioni, che abbiano beneficiato di maggiori attrbuzioni tra le materie di competenza concorrente del terzo comma dell’art. 117 Cost. o tra le poche già di competenza esclusiva dello Stato.
In Lombardia il referendum puramente consultivo per essere valido non ha bisogno del raggiungimento di un quorum, e fatto alla fine della legislatura non vincolerà neppure moralmente la prossima Giunta.
In Veneto, invece, affinché il referendum abbia esito positivo dovrà partecipare la maggioranza degli aventi diritto e si dovranno raccogliere la maggioranza dei voti espressi favorevoli al quesito proposto.

In conclusione una presa in giro: una vera e propria truffa per nascondere le politiche perseguite concretamente in vista di un radioso futuro. Tra le materie con richiesta di maggiore autonomia vi sono i porti: il più vicino è a Genova in Regione Liguria. Una regione seria dovrebbe individuare in quali materie ha un senso una maggiore autonomia: non è lo stesso avere maggiore autonomia nella “ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione per i settori produttivi” o “alimentazione”.

La crisi del regionalismo non si risolve con l’invenzione di referendum truffa. Il sistema lombardo a partire dalla sanità è fatto di sprechi e di inefficienze come si è visto in questi anni, anzi in questi giorni come nell’ospedale di Monza.
Invece di usare le competenze che la Costituzione assegna direttamente alle Regioni, senza dipendere dalla buona volontà dello Stato come “La legge regionale ratifica le intese della Regione con altre Regioni per il migliore esercizio delle proprie funzioni, anche con individuazione di organi comuni” (art. 117 co. 8 Cost.), si chiede ai cittadini lombardi una cambiale in bianco per una generica maggiore autonomia futura, invece di dimostrare che è capace di esercitare meglio e con un minor costo grazie ad organi comuni le proprie funzioni.

Lombardia e Veneto, retti da esponenti della Lega Nord, tengono referendum consultivi nello stesso giorno per chiedere nuove e maggiori attribuzioni, quando non sanno usare al meglio quelle che già hanno o potrebbero avere anche nelle relazioni internazionali grazie all’ultimo comma dell’art. 117 Cost.: “Nelle materie di sua competenza la Regione può concludere accordi con Stati e intese con enti territoriali interni ad altro Stato, nei casi e con le forme disciplinati da leggi dello Stato.”: per esempio a tutela dei lavoratori frontalieri in Svizzera vessati dai cugini leghisti ticinesi.

Felice Besostriavvocato socialista

Felice Besostri

avv. Felice C. Besostri Avvocato amministrativista, docente di Diritto Pubblico Comparato a.a. 2005/2009, Commissione Affari Costituzionali Senato della Repubblica XIII Legislatura, Assemblea Parlamentare Consiglio d’Europa 1997/2001 (Commissione Giuridica dei Diritti dell’Uomo, Commissione Ambiente, sottocommissione selezione dei giudici della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo), ricorrente contro ammissione dei referendum elettorali e la legge elettorale per il Parlamento europeo, interveniente nei giudizi contro la legge elettorale per il Parlamento nazionale. Presidente Rete Socialista – Socialismo Europeo.