Orgoglio e riscossa socialista

«I socialisti, ovunque si trovino, non possono permettere che sia loro rubata la speranza di un riscatto, che segni nel contempo la ricostituzione e il rinnovamento della sinistra italiana tutta intera. Il destino dei socialisti non è separabile da quello della sinistra italiana, come quello della sinistra italiana non è separabile da una forte crescita della sua componente socialista democratica, radicalmente riformista, libertaria ed europeista.

Nelle elezioni del 2008 si è manifestata in tutta la sua drammatica evidenza la debolezza della sinistra italiana nel suo complesso, le cui cause son ben più remote degli errori tattici e delle contingenti scelte elettorali. La debolezza della sinistra ed in essa del PSI e stata confermata dalle elezioni europee del 2009 e solo parzialmente corretta dalle regionali del 2010, che segnano comunque la scomparsa dei socialisti e una presenza di pura testimonianza di altre formazioni di sinistra nelle regioni settentrionali, le più popolose e produttive del nostro Paese. La debolezza della sinistra si accompagna nelle stesse aree con quella del PD: in un’anomalia tutta italiana, i consensi perduti dai partiti di governo non si trasferiscono a quelli di opposizione, cosi come i milioni di voti persi dal PD a partire dal 2008 non sono approdati, nemmeno in parte, sulle liste socialiste, di SEL, della Federazione della Sinistra o dei Verdi, il saldo in voti assoluti è infatti negativo. L’astensione dal voto in modo massiccio, il voto bianco o nullo sono state le espressioni della delusione dell’opinione pubblica rispetto all’offerta politica, allo stesso modo del voto per liste con il (solo?) pregio della novità. L’astensione dal voto anche in ballottaggi di alto valore simbolico, come Mantova, dimostrano non solo disaffezione di ampi settori di elettorato tradizionale di sinistra e centro-sinistra, ma addirittura una volontà punitiva dei partiti, già di riferimento, e dei loro gruppi dirigenti.

L’alto tasso di disoccupazione e il peggioramento crescente delle condizioni di vita di strati sempre più ampi della popolazione, ceto medio compreso, non si traducono in comportamenti elettorali conseguenti, come se l’opposizione non rappresenti una credibile alternativa. In una tale situazione fanno specie proclami di parziale successo del tipo dei 15 consiglieri regionali socialisti, come se fosse una consolazione, che avrebbe potuto essere peggio. Il successo, per niente scontato della Puglia, più che l’inizio di una nuova primavera, rappresenta, purtroppo, l’eccezione che conferma la regola. Con tali risultati i gruppi dirigenti di tutte le formazioni di sinistra e centro-sinistra dovrebbero prendere atto del loro fallimento e presentarsi dimissionari di fronte ai loro iscritti e ai loro residui elettori.

Lo scoramento è tale, che non ci sarà neppure una reazione della cosiddetta base, quindi il rinnovamento non può che iniziare da un ritrovato senso di responsabilità dei gruppi dirigenti. Cosa sta, invece, accadendo? Nel PD il dibattito è stato rapidamente chiuso, in SEL si rinvia il congresso costitutivo e nel PSI, che pure ha avuto il merito di convocare il Congresso nazionale in tempi rapidi, è forte la tentazione di trovare una soluzione di autoassoluzione del gruppo dirigente con un formale ricompattamento di tutti. In un Paese politicamente normale le dimissioni non si chiedono, si danno, invece, spontaneamente. Chi ha ripensamenti o nuove proposte da fare, si presenti dimissionario al Congresso e chieda una nuova fiducia. Dopo il fallimento della Costituente Socialista il PSI non ha elaborato nuove proposte, nemmeno come parole d’ordine di una qualche suggestione: è, invece, oscillato tra alleanze puramente elettorali, senza crederci, come del resto gli altri partner di Sinistra e Libertà, e ammiccamenti centristi verso l’UDC o di potere con il PD. Tranne rare eccezioni, i consiglieri regionali socialisti, sono stati eletti o nominati, in liste, che li hanno ospitati, senza una forte visibilità politica. I socialisti italiani, che sono ben più numerosi degli iscritti e degli elettori del PSI, rischiano di non avere una guida politica e di dover assistere al deperimento, più o meno lento, di un Partito, che pur tra incertezze ed errori, ha, comunque, tenuto viva una speranza di riscatto socialista. In tempi cupi anche una fiammella può segnare una via, ma vi è una grande differenza tra una fiammella che serva da innesco per un più grande fuoco e quella, che come segno della pietà per i morti, si pone sulle loro tombe. I socialisti, ovunque si trovino, non possono permettere che sia loro rubata la speranza di un riscatto, che segni nel contempo la ricostituzione e il rinnovamento della sinistra italiana tutta intera. Il destino dei socialisti non è separabile da quello della sinistra italiana, come quello della sinistra italiana non è separabile da una forte crescita della sua componente socialista democratica, radicalmente riformista, libertaria ed europeista. I socialisti non hanno la pretesa di rappresentare tutta la sinistra, ma hanno dalla loro l’orgoglio di rappresentare in Italia una tradizione e valori, ampiamente condivisi nella sinistra europea, rappresentata maggioritariamente dai partiti del PSE.

La dimensione internazionale della crisi economica e finanziaria richiede il superamento di un’ottica puramente nazionale per la soluzione dei problemi, perché non rappresenta un livello adeguato alla loro dimensione, ma soprattutto perché gli stati nazionali non hanno né i poteri né i mezzi per farvi fronte. La stessa dimensione europea non sempre appare adeguata, tanto più in mancanza di un governo europeo, di politiche economiche convergenti, necessario supporto di ogni politica monetaria, e di solidarietà effettiva tra I suoi membri, come il caso greco sta dimostrando. Una riforma dell’ Europa a partire dalle sue istituzioni, con il rafforzamento del Parlamento Europeo, cui la Commissione deve rispondere politicamente, è necessaria ma la democratizzazione formale delle istituzioni non è sufficiente, se non è accompagnata da una riforma dei partiti rappresentati nel Parlamento della UE. I partiti, a partire dal PSE, devono diventare rapidamente partiti politici sovranazionali, con gruppi dirigenti selezionati ed eletti dai suoi membri, e non confederazioni di gruppi dirigenti di partiti socialisti nazionali. Il PSI dovrebbe, per raccogliere le aspirazioni del più vasto mondo dei socialisti italiani, decidere con chiarezza e determinazioni di essere irrevocabilmente parte costituente e costitutiva della nuova sinistra italiana.

Sia ben chiaro che i socialisti non si accontenteranno a lungo di definirsi genericamente come sinistra. Sinistra indica unicamente dove ci si colloca nello spettro politico, nel quale i concetti di destra e sinistra non hanno perso significato, ma non indica la direzione verso la quale ci si deve muovere. Proprio nel momento in cui le ricette liberiste o neoliberiste mostrano il loro fallimento, in cui va ridefinito un ruolo pubblico, non statalista, di intervento, controllo e governo dell’ economia e con un cambiamento climatico, che richiede urgenti misure di politica ambientalista, in altre parole in un mondo che richiede di stabilire priorità pubbliche con metodi democratici, il profitto non puo essere la misura di tutte le cose. Appare non più rinviabile la necessità di proporre con forza un altro modello di società e quindi di socialismo, con tutti gli adattamenti necessari derivanti dalle esperienze storiche e dai loro successi o fallimenti, dallo sviluppo ineguale del mondo e dai cambiamenti nei modi di produzione, per non parlare della sfida ambientale.

Senza chiarire e approfondire la propria cultura politica la sinistra, e con essa i socialisti, non vanno da nessuna parte. La sperimentazione di nuovi contenitori o di nuove alleanze deve finire: sono falliti tutti i tentativi: Costituente Socialista, Sinistra Arcobaleno, SeL e SEL, nominandoli in ordine sparso, causale e non esaustivo. Un altro approccio non è un garanzia di successo, ma è sicuramente meglio che ripercorre le stesse strade per tornare inevitabilmente al punto di partenza. Un primo approccio metodologico: ci si incontra con tutti senza esclusioni a priori, questo sarebbe già un passo avanti, poiché, anche a sinistra permangono vecchi rancori. Dovrebbe interessare di più dove sia possibile andare insieme, piuttosto che di quali divisioni siamo eredi. Il messaggio vale per i socialisti, ma anche per altri per i quali i socialisti non fanno parte della sinistra. Con una strana convergenza i socialisti per loro sono quelli che stanno nel PdL, dando una dignità a chi la ha perduta militando in un partito membro del PPE, caso unico in Europa.

Altro punto d´incontro è quello di concordare iniziative comuni e popolari: il referendum contro la privatizzazione dell’acqua ne è un esempio. Contestualmente si dia avvio alla definizione di un Programma minimo comune di alternativa alla destra. Pochi punti chiari programmatici su lavoro, fisco, ambiente, diritti civili e umani, laicità, ricerca scientifica e innovazione tecnologica, servizi pubblici universali, riforma elettorale, integrazione europea e cooperazione internazionale. Sulla riforma elettorale è necessario spendere qualche parola nella Sinistra. Ci sono molti, tutti i gruppi dirigenti, che imputano gli insuccessi alle soglie di sbarramento. Se non ci fossero state, non si sarebbero neppure fatti quei tentativi di ricomporre la frammentazione. L’incostituzionalità della legge non consiste nelle soglie di sbarramento, ma nell´impossibilità di concorrere in condizioni di eguaglianza al loro raggiungimento: quindi nuove regole di finanziamento delle campagne elettorali e un riconoscimento del ruolo pubblico dei partiti politici. Non si può condurre una battaglia contro le soglie di sbarramento e sposare le liste bloccate, solo perché queste danno potere ai gruppi dirigenti invece che agli elettori.

Una sinistra nuova e consapevole deve essere in grado di far fronte alle sfide della società e non a ritagliarsi uno strapuntino nella sala d`aspetto del potere. Il fallimento del ceto politico sia di governo, che di opposizione è sotto i nostri occhi: è il momento di cambiare. Sono tempi da affrontare con rigore, realismo e pazienza, che sono l´opposto di settarismo, cinismo e passività: i socialisti sono pronti a dare il loro contributo.

Felice Besostri

Felice Besostri

avv. Felice C. Besostri Avvocato amministrativista, docente di Diritto Pubblico Comparato a.a. 2005/2009, Commissione Affari Costituzionali Senato della Repubblica XIII Legislatura, Assemblea Parlamentare Consiglio d’Europa 1997/2001 (Commissione Giuridica dei Diritti dell’Uomo, Commissione Ambiente, sottocommissione selezione dei giudici della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo), ricorrente contro ammissione dei referendum elettorali e la legge elettorale per il Parlamento europeo, interveniente nei giudizi contro la legge elettorale per il Parlamento nazionale. Presidente Rete Socialista – Socialismo Europeo.