DAI LEADER IDENTITARI ALLE IDENTITÀ COMUNITARIE

Fine delle Ideologie

Gli ultimi decenni della politica italiana hanno visto, con la crisi dei partiti di massa, la contemporanea demonizzazione delle ideologie. Il crinale cronistorico viene avviato nel 1989 con la caduta del muro di Berlino. Il 1992, con tutte le sue vicende che lo hanno segnato, ha reso fattuale la crisi dei partiti di massa.

C’era una volta il PCI. [1]

La frammentazione partitica ha una lunga storia, inizia ben prima del 1992 ed è figlia dello scioglimento del ghiaccio ideologico e programmatico. In epoca politicamente pleocenica, per volere di Togliatti, il PCI post bellico diventa un partito di massa, gerarchizzato, stratificato nel territorio e longitudinale nella sua articolazione organizzativa. Il compito di costruirlo così viene affidato a Pietro Secchia, il compagno che sognò a lungo la lotta armata. La tela organizzativa diviene la capacità di analizzare le varie componenti aggregative del partito, l’UDI, il sindacato, il territorio. Si parte dalle cellule che si riuniscono in sezioni, quindi in federazioni secondo uno schema che facilita la trasmissione veloce delle direttive centrali agli organi periferici. I quali hanno il compito di recepire il sentire politico della base e le sue esigenze.

Dopo la fine della II Guerra mondiale, il PCI ha già quasi 2 milioni di iscritti organizzati in 7000 sezioni e 30.000 cellule. Per sviluppare e mantenere questa base organizzativa, nasce il rivoluzionario di professione, l’impiegato ideologico, l’apparatniki che compie il lavoro a tempo pieno. Uno schema che si riprodurrà all’infinito fino a costituire l’ossatura dominante dell’attuale PD.

Il collante fondamentale è il credo ideologico. Un collante formidabile per quegli anni che consente di attuare le direttive seguendo lo spirito di sacrificio, di tenacia costruttiva senza tentazioni critiche nell’interesse superiore del partito. Nascono le scuole di partito, di cui quella delle Frattocchie, è il crogiolo didattico più alto. I dirigenti del PCI conducono, come molti politici di primo piano dell’epoca, una vita monastica, povera fino all’inverosimile e soprattutto priva di ambizioni personali.

Se mai la loro azione politica è attuata in funzione di una missione da compiere, un traguardo ideologico da conseguire. Ecco il motivo del lungo affresco su Togliatti ed i dirigenti, anche democristiani, dell’epoca. Il paragone con i politici o sedicenti tali, di oggi non regge.

E la insussistenza del partito di massa rende più frequente e semplice l’esplosione periodica del “divismo politico” sempre più incoraggiato dal mezzo televisivo che consacra il politico che appare “bello e di gentile aspetto”. Anche se sempre più spesso ha pochi concetti da esprimere.

Lo schema dell’altro partito di massa, quello democristiano, è fondamentalmente diverso. Nasce da un’aggregazione popolare, sturziana, legata all’Ecclesia, al campanile della chiesa come punto di riferimento spontaneo. La matrice cristiana è il collante. Il primo Governo di centro-sinistra di Aldo Moro cadde nel 1964 sulla votazione dei sussidi alla scuola materna privata, quella delle suore e dei preti per intenderci. In definitiva prevale sempre nell’etica politica la matrice cristiana e la tendenza alla difesa “contro” qualche nemico da combattere piuttosto che volto a definire un “per” qualcosa da costruire. Una sorta di riesumazione della santa crociata, questa volta permanente.

L’organizzazione voluta da De Gasperi e da Scelba è prevalentemente su base familiare, il nucleo primitivo che si trasforma in crociata “contro” il nemico di turno. Sin dal 1948, la cosa funzionò così: il nemico è il Blocco del Popolo, ateo, anticristiano ed anticlericale. Poi, nel 1949, il Patto Atlantico fu l’altro terreno di scontro frontale in un mondo bipolare. Lo scontro frontale, la crociata aveva il compito di rendere solidali tutte le componenti strategiche, spesso diversissime tra loro, tutte incastonate in un ceto medio eclettico e polifattoriale.

La seconda caratteristica fu quella sociale e solidaristica. Il fronte di questa armata fu la sinistra dossettiana, aperta alle necessità popolari, ma intesa come forza di spinta e penetrazione nella massa popolare social-comunista. Ebbe poca vita perché Dossetti, piuttosto che lasciarsi strumentalizzare, preferì il convento e la vita monastica.

Ma la penetrazione a cuneo nella massa popolare fu la forza di Amintore Fanfani con le armi governative. Il piano casa, la riforma agraria, furono le armi di “convincimento” popolare con ricchi frutti elettorali a partire dal 1958. Un piano di sussidi strutturali, altro che mancette a pioggia da 80 €. Il territorio del Pci era fatto di classe operaia al Nord, di classe agricola e bracciantizia al Sud ed in genere nel mondo intellettuale mentre la Dc aveva esteso la sua egemonia sulle classi medio-borghesi. Su questa base aveva anche catturato l’attenzione di potentati industriali al Nord e delle realtà onnipotenti del Sud.

Il Partito Monoteista e il Civismo[2]

Crinale temporale, 1992. In principio fu Pannella. La lista Pannella inaugurò nel 1994 la serie dei partiti nominalistici o monoteisti. Il leader impersonava il riferimento politico e quindi era lui il partito. Alla denominazione di Lista Pannella, Lista Segni, Lista Dini, Lista Casini, Lista Fini e Lista Di Pietro, si è arrivati attraverso un processo, neanche lento ma comunque surrettizio, in cui il partito di riferimento si identificava con il leader carismatico.

Nel 1993 fanno irruzione nella scena politica due nuovi soggetti, le Liste Civiche, tendenzialmente apartitiche e, con la Legge 81/93, l’unica riforma elettorale che ha retto in questi anni, i Sindaci a elezione diretta, quasi contraltare al civismo dilagante. Contromossa gerarchica alla rivoluzione civica leghista dal basso. Il risultato è che appena il 26,1% dei sindaci del 1998 si dichiara eletto nelle fila di un partito rappresentato in Parlamento (contando anche i sindaci delle Leghe, della Svp, dell’Uv e del Partito Sardo d’Azione). “Tanti nuovi piccoli presidenti”, titola il Sole 24Ore un’analisi del 22 agosto 1999, ancora attuale, firmata da Ilvo Diamanti: “La nuova legge trasforma i borgomastri tra le figure più legittimate del panorama politico italiano, in grado di competere con i principali leader nazionali sul piano della popolarità e dell’autorevolezza…”.

Questa evoluzione, che può anche essere interpretata come involuzione, ha portato alla frammentazione subatomica, potenziata dalla confusione ingenerata da una legge elettorale che non definisce i confini principali, proporzionale o maggioritario. Non sciogliendo questo nodo, poiché la frammentazione impedisce il raggiungimento della maggioranza, non resta che utilizzare lo strumento coalizzativo quale trigger per superare gli avversari. Ergo, la frammentazione risulta essere strumento di superamento dei limiti imposti dalla legge.

Per sé, già questo pone le basi per il decollo del movimento populista, diverso da quello civico con cui ha in comune la distanza programmata dall’organizzazione partitica e gerarchica. Tuttavia se ne distingue perché si oppone al burocraticismo, “mostra tendenza anarcoide con alquanta faciloneria e demagogia” (dalla definizione del Devoto). Il populismo è dunque categoria politica nella quale rientrava tempo addietro il movimento anarchico e quello nichilista, inteso come dottrina tendente alla negazione di ogni forma di valori o principi costituiti. Comunque anti-sistema.

Pertanto si presuppone che gli antagonisti del populismo siano riconoscibili e organici alle forme coerenti di rappresentazione politica. Un antidoto al populismo dovrebbe essere quello di mantenere identità politiche qualificanti e smarcanti. Ma non sempre è così.

La dispersione dei simboli

In versione cromatica, un po’ come le bandierine di Fede, il rosso, sia pure nelle sue sfumature, dovrebbe indicare una fede sicuramente marxista, sia pure deprivata di falce e martello, ora obsoleti. Riformismo di Governo, rosso pallido e sinistra rosso mattone, beh ci sono. Da valutare se le sfumature cromatiche corrispondano agli intendimenti politici.

Nella galassia PD appariva anche (Civica Popolare) un blu-azzurro che dovrebbe ricordarci lo scudo crociato e difatti Dallai et al. non hanno mai sconfessato le origini poi abbellite dalla primissima Margherita. Ci sono ex di Forza Italia, ex centristi di Casini, ex dipietristi etc. Un mix indifferenziato che persiste come metodo che le più recenti coalizioni non smentiscono come paradigma.

Il dilemma che oggi attanaglia l’elettore, tentato dall’assenteismo, è a chi affidare la delega più importante dell’essere cittadino. Ossia parte di una Civis, una comunità sociale che è l’espressione del nostro vivere in comunità. Diritti e Doveri da far valere i primi e far rispettare i secondi. Mancando il rapporto fiduciario, viene meno la spinta propulsiva non solo alla delega, spesso in bianco, quanto alla stessa partecipazione collettiva.

Esistono poche possibilità di inversione del metodo politico, nei confini democratici e del rispetto Costituzionale, al di fuori del Rassemblement o Raggruppamento Civico. Esso assolve ad alcune peculiarità:

– una naturale ritrosia a sviluppare le tematiche, per le quali è nata l’aggregazione, nell’ambito dei partiti c.d. tradizionali. Vi sono aree del Paese ove la occupazione del potere è talmente forte da indurre a costituire Liste Autonome ma è anche vero che l’egemonica presenza dell’apparato spesso impedisce un loro naturale sviluppo. Nella mappa delle Liste Toscana, Umbria e Marche, tradizionali roccaforti di sinistra (-centro) le Liste Civiche sono poco o nulla rappresentate.

– la necessità di dover arginare situazioni loco-regionali di assoluta gravità o di emergenza,come le questioni ambientali, occupazionali o questioni locali sentite come prioritarie. Ovviamente queste sono così poco sentite dai c.d. partiti che non resta altro che l’aggregazione spontanea che diventa trasversale e coglie strati della società locale.

– la trasversalità è dunque una componente essenziale perché la Lista si presenti come Civica ossia al servizio di tutti i cittadini che sentono quella comune esigenza che è peraltro prioritaria e che fa mettere da parte ogni riferimento ideale ancorché ideologico. Era uno dei concetti cari al primo Togliatti, quello dello sbarco di Salerno che identificò nella Lista Garibaldi un reassemblement di sinistra capace di intercettare la comune esigenza di quell’epoca, cioè della ricostruzione e della ripresa dal fascismo. Salvo poi utilizzare quella stessa Lista per egemonizzare le componenti diverse dal PCI. Nei fatti, i voti che il PSI ed il PCI presero nel 1946, Assemblea della Costituente, furono poi ribaltati nelle successive elezioni con il PSI relativamente soccombente.

Un’aggregazione naturale su problemi specifici del territorio porta alla costituzione di una Lista Civica che a questo punto diviene connaturata dall’Idea Indipendentista che chiameremo Platea della Regione in modo tuttavia transitorio fino cioè alla naturale soluzione del problema. Sanate le questioni, ciascuno torna alla naturale aggregazione di parte. Una Platea della Regione che persiste per anni, per legislature, è evidentemente deficitaria sul piano della risoluzione politica e della proposta.

Un’altra e non trascurabile componente segnala l’inammissibilità di Liste c.d. nominalistiche che recano il nome di un personaggio nel quale molti si identificano. Le tante liste nazionali che recano questa connotazione non sono Liste Civiche ma Liste nominalistiche con una precisa identità politica e di schieramento.

Di non minore peso è la necessità di apertura delle Liste Civiche a espressioni politiche e territoriali che sorgono spontaneamente. Una conventio ad excludendum sarebbe più congeniale ad un raggruppamento politico di classica accezione.

Quest’ultimo, lo schieramento, è dunque il punto cruciale che può rendere una Platea della Regione degna di questo nome ovvero se invece la fa corrispondere ad altro. Una Platea della Regione è per definizione una Lista non schierata e non soggetta a identità da schieramento ma solo soggetta e dedita alla risoluzione dei problemi per cui è nata.

Dunque, una Platea Regionale dovrebbe invece costituire Laboratorio Politico per superare l’impasse dello schieramento stesso e creare le premesse politiche per un superamento di concetti, onestamente obsoleti di “sinistra”, “centro” e “destra”, non più identificabili e comunque non assimilabili con quelli di progressismo e conservatorismo.

Come avemmo già modo di scrivere, [3]il problema della Platea della Regione non è il contenuto programmatico e della proposte bensì  quello della veste politica di riferimento oltre il territorio di cui è espressione.

Una Platea Regionale deve quindi saper coniugare le necessità territoriali ma deve colloquiare politicamente con le altre Liste con un Manifesto comune, che costituisca il riferimento ideale per una politica “ oltre le mura”.

In questo caso le Liste Civiche renderebbero al Paese un grosso servizio, quello cioè di attrezzare un Laboratorio Politico che sblocchi l’ingessata politica dei due schieramenti contrapposti e ridia vitalità ad una politica sinceramente stantia e vieta che contrappone due nomenklature dalle politiche diverse ma non troppo.

Di qui la perplessità che in fondo una certa omologazione è rappresentata e, se presente, è elemento essenziale per snaturare la genuinità della proposta politica.

Forse questo ultimo non è punto trascurabile: l’ibrido politico è quello che più il cittadino italiano aborre, perché indistinto è poco inscritto in un panorama di chiarezza politica.

È dunque la ricerca dell’identità che deve essere oggi target della politica. Superate le fasi delle Chiese schierate, di matrice cattolica o comunista, non resta che cercare un’identità etnico-culturale, territoriale, atta più allo sviluppo dell’area in cui si vive e dove tradizione politica, economica, culturale danno il solco dello sviluppo possibile.

Ossia trovare un denominatore comune territoriale che incarni l’anima del comune sentire e che sia volano di sviluppo, unitamente a quelle caratteristiche della Regione che consentono di attivare economia e occupazione.

La vittoria delle destre e il risorgere del clima identitario anideologico

La vittoria delle destre è in realtà la vittoria di Giorgia Meloni. Ha vinto perché identitaria, portavoce di sé stessa e delle sue idee, di destra, populiste, sovraniste quanto di vuole ma riconoscibili. Il magma indistinto del PD, e degli altri Partiti o pseudo tali del centro (Italia Viva e Azione) si è scontrato a sinistra con un altro fronte quello dei 5S che sviluppano una partita politica basata sule neo-assistenzialismo del RdC.

Manca dunque un Fronte Popolare riconoscibile, neo-socialista, che affronti le questioni più vive sul tavolo politico:

-la questione ambientale ancora mortificata da inconsistenti espressioni mediatiche e che non vitalizzano i problemi delle Comunità afflitte da cambiamento climatico e nuove povertà da esso derivanti, la mancata revisione delle patologie ambiente correlate che, da recenti studi, costituirà l’80% delle patologie emergenti del XXI Secolo.

-la neo-emarginazione di cluster consistenti della società dei salariati, precari e incapienti che raggiunge i 5 milioni di Italiani e dei migranti. bellici o economici, che costituiranno le neo-minoranze emarginate;

– il ruolo delle Regioni nel riassetto previsto dei Trattati Europei TUE e TFUE perché si esca dal ridotto delle decisioni prese da consessi di non eletti e si recepiscano le istanze delle Comunità, specie quelle sofferenti.

È su questo terreno che il neo-socialismo può inserirsi con istanze che possono così elencarsi:

  • Ricerca degli strumenti della transizione ambientale “di tutti” e “per tutti”;
  • Lotta all’incapienza e alla povertà emergente, utilizzando gli strumenti per maggiori investimenti pubblici che aumentino reddito individuale, occupazione e salari;
  • Valorizzazione del G-local come ricerca del consenso nel territorio e per il territorio, come nel solco della più veritiera interpretazione del concetto autonomistico nenniano;
  • Costruzione di nuove basi giuridiche per un Federalismo Europeo, forse un‘Europa delle Regioni. Il terreno dello sviluppo economico si basa sull’interscambio regionale, al mercato si addiviene così in modo sinergico e non contrapposto, e politicamente potrebbe essere una sorta di contrappasso per le destre avvinghiate all’obsoleto concetto di sovranità nazionale, quando e se i socialisti si riapproprieranno dell’autentico “marchio” Autonomista e Federalista che, per tornare a Nenni, non può che essere socialista.[4]



[1] Ferrara A., Besostri FC, Nicotri P. Dai partiti di massa ai Sindaci fuori dal Comune. Agora&CO, Lugano, 2014

[2] Ferrara A., Nicotri P., Besostri  F. Dai partiti di massa ai Sindaci fuori dal Comune. Prefazione di G.Pasquino, Agora &CO, Lugano, 2014 ibidem

[3] Ibidem “Dai partiti di massa ai sindaci fuori dal Comune”

[4] Dal volume “Next UE, a newpowertrain” a cura di Aldo Ferrara, Efisio Planetta con Prefazioni di Giuliano Pisapia e Felice Besostri, Aracne ed., 2002

Felice Besostri

avv. Felice C. Besostri Avvocato amministrativista, docente di Diritto Pubblico Comparato a.a. 2005/2009, Commissione Affari Costituzionali Senato della Repubblica XIII Legislatura, Assemblea Parlamentare Consiglio d’Europa 1997/2001 (Commissione Giuridica dei Diritti dell’Uomo, Commissione Ambiente, sottocommissione selezione dei giudici della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo), ricorrente contro ammissione dei referendum elettorali e la legge elettorale per il Parlamento europeo, interveniente nei giudizi contro la legge elettorale per il Parlamento nazionale. Presidente Rete Socialista – Socialismo Europeo.