LE RADICI DEL SOCIALISMO E LE NECESSITA’ DELL’OGGI

di Franco Astengo|

L’esigenza da tempo evidente di costruzione di una soggettività politica rappresentativa della sinistra italiana necessita di concretizzazione avviando un processo aggregativo e di riflessione politica.

Per arrivare a porre concretamente il tema della soggettività della sinistra appare evidente (ed urgente) la ricerca di una connessione da stabilire sul piano ideologico e progettuale con la capacità immediata di intervento sulle modificazioni emergenti ( almeno rispetto a quanto si era pensato nel momento della caduta del “socialismo reale” e della presunta “fine della storia”) nell’espressione delle contraddizioni che incidono in questa fase sulla materialità del quotidiano .

Una fase che può essere definita come di post – modernità se la interpretiamo come momento di fuoriuscita dal meccanismo della globalizzazione e del ri-formarsi di un quadro internazionale più rigido sul piano della contrapposizione politica . di grande confusione sul terreno dello scambio e del comparire di emergenze in evidente contraddizione tra di loro tra crisi della finanza, sviluppo tecnologico, emergenza sanitaria, guerra.

Da questi fattori, appena elencati e non affrontati, nascono le difficoltà delle cosiddette “democrazia liberali” e il proporsi delle altrettanto cosiddette “democrature”, all’interno delle quali crescono esponenzialmente le disuguaglianze sociali, lo sfruttamento del genere umano e del territorio.

Su questi punti nodali le cosiddette “democrazie illiberali” (il cui senso di marcia è ben presente anche in importanti forze politiche dell’Occidente maturo) contrappongono la negazione del confronto politico esercitando anche una forte repressione dell’eventuale dissenso.

In questo quadro fin qui descritto sicuramente con eccessiva schematicità la sinistra italiana appare priva di una sufficiente rappresentatività politica.

Una situazione quella italiana che presenta, inoltre, un “surplus” di contraddizioni poste sul terreno istituzionale – costituzionale: è probabile, infatti, che nella prossima campagna elettorale si ponga al centro della contesa l’ipotesi del cambiamento della forma di governo in senso presidenzialista.

Un presidenzialismo latente da tempo nella forma dei governi di ultima generazione e che probabilmente sarà assunto sul versante del cancellierato utilizzando anche una formula elettorale “tranchant” dal punto di vista dell’espressione del pluralismo con premio di maggioranza e soglia di sbarramento.

Attorno a questo tipo di complesse problematiche la sinistra italiana non può però partire da zero.

Occorre riprendere un discorso sulle radici comuni delle forze che hanno caratterizzato in diverse forme decenni di vita politica italiana.

Dobbiamo farlo adesso anche pensando alla scadenza della fondazione del Partito dei Lavoratori Italiani che avvenne nell’agosto del 1892 a Genova.

Nei mesi scorsi si è sviluppata una forte discussione in occasione del centenario della scissione di Livorno: spunti interessanti in qualche caso ma nel complesso segnati da un eccesso di difensivismo sia da parte di chi ha condannato la scissione e il processo politico che ne è seguito sia da parte di chi lo ha difeso dopo averne condiviso per decenni la complessità dell’itinerario successivo.

Nell’occasione del centenario del PCI è stato concesso poco spazio a chi ha cercato di sviluppare un discorso riguardante il superamento delle ragioni della divisione: anzi hanno sembrato prevalere motivazioni collegate alle fasi più recenti di separazione e contrasto nella fase terminale della “Repubblica dei Partiti”.

La mia proposta è quella di aprire una riflessione su di un possibile ritorno alle origini comuni aprendo un dibattito sull’unità della sinistra che riprenda il tema di fondo di oltre un secolo fa.

Appare ovvia la considerazione sul radicale mutamento avvenuto nel frattempo su tutti i piani, dall’incidenza della tecnologia, al mutamento del costume e dell’insieme delle relazioni politico – sociale, alla globalizzazione velocizzata esasperatamente, al dominante individualismo competitivo generatore di sfangiamento sociale.

Purtuttavia esiste un punto di saldatura la cui esplicitazione non può apparire semplicemente interno a una logica eurocentrica ma può apparire all’altezza della planetarietà della crisi democratica.

Si tratta di procedere in questa direzione, collegandoci a quanto stava avvenendo più di un secolo fa quando si compì la scelta del collegamento organico in forma di partito tra il settore più avanzato dell’intellettualità borghese e le punte più avanzate nelle espressioni di allora della lotta di classe.

Si tratta ora come allora di rompere la sostanziale dicotomia moderata che alberga da tempo nella crisi del sistema politico italiano.

Una dicotomia moderata che ha generato il trasformismo populista come forma di utilizzo dell’autonomia del politico dimostrando altresì l’inadeguatezza, addirittura l’inconsistenza, delle forze in cerca di una dislocazione più o meno “definitiva” (coincidente, alla fine, con la sistemazione al governo in una forma tendente a superare il vecchio concetto di rappresentatività).

La ricerca delle radici coinciderebbe in sostanza con la costruzione di una soggettività politica capace di porsi a contrasto del modello trasformista del reciproco moderatismo egemone nel sistema fin dalla caduta dei grandi partiti di massa.

Si tratta di costituire un partito dell’alternativa di chiara ispirazione solidaristica ed egualitaria come primo soggetto della modernità.

Un soggetto che si presenterebbe avendo alle spalle la complessità di una tradizione che nacque unitaria avendo davanti la costruzione di una progettualità in forma sistemica rivolta a un futuro da costruire

Sarebbe necessari che le forze residue che si considerano eredi di questa storia assumessero coscienza di due fatti: 1) le forze giovanili, oggi neghittose oppure legate a schematismi da “single issue” potranno essere raccolte strada facendo

2) Occorre farsi carico unitariamente del tipo di impostazione fin qui delineata lavorando, attraverso l’esercizio di una funzione pedagogica, sulla “qualità delle radici”.

Felice Besostri

avv. Felice C. Besostri Avvocato amministrativista, docente di Diritto Pubblico Comparato a.a. 2005/2009, Commissione Affari Costituzionali Senato della Repubblica XIII Legislatura, Assemblea Parlamentare Consiglio d’Europa 1997/2001 (Commissione Giuridica dei Diritti dell’Uomo, Commissione Ambiente, sottocommissione selezione dei giudici della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo), ricorrente contro ammissione dei referendum elettorali e la legge elettorale per il Parlamento europeo, interveniente nei giudizi contro la legge elettorale per il Parlamento nazionale. Presidente Rete Socialista – Socialismo Europeo.