Un’altra politica economica

«Il 24 e il 25 marzo si tiene a Bruxelles una riunione del Consiglio Europeo sul tema delle misure con cui affrontare la crisi attraversata dall’Unione Monetaria Europea (UME).

Le scelte che sembrano profilarsi continuano ad essere ispirate a un approccio conservatore e “rigorista”.

È necessaria pertanto una campagna che susciti consapevolezza e mobilitazione attorno alla necessità di una svolta nella nuova politica economica europea.

La crisi dell’euro, costi sociali e insufficienza delle misure proposte

La crisi economica mondiale, la cui principale ragione di fondo va rinvenuta nella caduta della capacità di consumo dei lavoratori dei paesi industrializzati nell’ultimo trentennio, ha avuto un impatto disomogeneo nell’Unione Monetaria Europea, esaltando la divaricazione tra due aree d’Europa, una “centrale” e forte, e l’altra “periferica” e debole.

A ben vedere, infatti, la crescita registrata negli scorsi anni in alcuni paesi della periferia si è rivelata effimera, dal momento che si è tradotta in un boom dell’edilizia residenziale più che in un vero rafforzamento industriale. Al tempo stesso, l’incremento del debito pubblico in Spagna e Irlanda ha origine nella necessità di coprire l’indebitamento del settore bancario verso le banche dei paesi forti, e non dunque in irresponsabili politiche di spesa pubblica. Il più forte aumento dei salari nominali (sebbene non di quelli reali) nella periferia, che è seguito alla pur fittizia crescita, ha accentuato la perdita di competitività di quei paesi. In questa vicenda non ci sono paesi buoni e cattivi, ma scelte di fondo sbagliate riconducibili alla filosofia neo-liberista. Questa ha ispirato sia il neo-mercatilismo dei paesi centrali, che attraverso la moderazione salariale ha condotto a bassi consumi interni ed esportazioni competitive, sia il maldestro tentativo dei paesi periferici di importare attraverso la moneta unica (che per definizione impedisce accomodamenti del conflitto sociale attraverso gli aggiustamenti del cambio) ulteriori dosi di disciplina, flessibilità e precarietà nel mercato del lavoro. In questo contesto, gli aiuti europei a favore dei paesi indebitati sono stati resi disponibili a tassi di interesse elevati  che, sommandosi all’imposizione di misure di bilancio restrittive, non potranno che aggravarne la crisi, rendendo vani gli enormi prezzi sociali e occupazionali causati da quelle stesse misure. L’intervento della Banca Centrale Europea (BCE) a sostegno dei titoli pubblici di quei paesi – una interessante novità – è stato del tutto insufficiente.

Purtroppo le misure in corso di approvazione nel prossimo summit non modificano tale impostazione.

Esse si limitano infatti a un marginale incremento del fondo salva-stati già esistente e a definire l’entità di quello che lo sostituirà nel 2013, con un piccolo ritocco all’ingiù dei tassi usurai praticati alla Grecia. Soprattutto, si deliberano piani di riduzione del rapporto debito pubblico/PIL dei paesi ad alto debito, anche attraverso nuove privatizzazioni, ed un meccanismo di sanzioni per i paesi che non vi si attengono. Queste misure confermano il perdurante orientamento conservatore delle politiche europee, indifferente all’aumento della disoccupazione, ai tagli allo stato sociale e all’istruzione, alle prospettive di milioni di cittadini europei, in particolare a quelle delle giovani generazioni.

Contemporaneamente, la BCE sembra volersi sottrarre al proprio dovere di sostegno dei titoli pubblici dei paesi più indebitati, mentre al contempo sin avvia verso un improvvido aumento dei tassi di interesse che nulla può contro l’aumento dei costi dell’energia, alimentari e materie prime.

La filosofia che prevale è quella del rigore. Alla deflazione di salari e prezzi interni, la cosiddetta “svalutazione interna”, è assegnato il compito di far riguadagnare a tali paesi la competitività perduta Si tratta di una logica distruttiva, che nega prospettive al modello sociale europeo e che rischia di mettere in pericolo la tenuta stessa dell’Unione Monetaria, come chiarito nella “Lettera” sottoscritta da oltre 250 economisti italiani e stranieri nello scorso giugno.

Cosa proponiamo in alternativa?

Per una nuova politica economica europea

Per evitare la deflagrazione dell’UME non è possibile fare semplicemente affidamento su un sistema di garanzie all’emissione dei titoli dei paesi fortemente indebitati  – i cosiddetti Eurobonds, o l’Agenzia Europea per il debito. Queste proposte, di per sé pure interessanti, sono da sole insufficienti, e diventano null’altro che fumo negli occhi, se accompagnate dall’accettazione di nefaste politiche di bilancio restrittive e da una politica monetaria del tutto indifferente allo sviluppo e all’occupazione e preoccupata solo di contenere l’inflazione. Le forze progressiste e il mondo del lavoro, in Europa e in Italia, devono essere consapevoli che occorre una svolta di politica economica per uscire dalla crisi della zona euro e porre le condizioni per uno sviluppo armonico e duraturo.

Sono quattro le misure da mettere in campo immediatamente per intraprendere un percorso che contemperi la stabilizzazione della crisi debitoria con una ripresa dello sviluppo e della crescita occupazionale anche nei paesi periferici:

1. occorrerebbe abbandonare le politiche di abbattimento del debito pubblico, chiedendo ai paesi indebitati di stabilizzare nel medio periodo i livelli attuali del rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo, come proposto per l’Italia dall’Appello degli economisti del 2006. Contemporaneamente, i Paesi con surplus commerciale dovrebbero abbandonare le politiche di moderazione salariale ed effettuare politiche fiscali espansive, tali da riportare in equilibrio la loro bilancia commerciale e contribuendo in questo modo al rilancio delle esportazioni dei paesi indebitati e alla stabilizzazione del debito;

2. la politica monetaria dovrebbe essere orientata a promuovere lo sviluppo, assicurando tassi di interesse sui debiti pubblici sostenibili (sostanzialmente tenere molto bassi i tassi di interesse a lungo termine), tali cioè da realizzare l’obiettivo 1 senza mortificare spesa sociale, occupazione e crescita;

3. la dinamica della domanda interna e la politica salariale dovrebbero essere orientate al perseguimento, in particolare nei paesi con avanzi con l’estero, di un tasso di inflazione non inferiore a quello di riferimento europeo – da accrescere al 3%. Al tempo stesso i salari reali dovranno crescere in ciascun paese non meno della produttività. Anche per favorire ciò dovranno essere introdotte forme di tutela quali il salario minimo garantito (come sta scritto in una recente risoluzione del parlamento europeo) e forme di libera contrattazione sindacale atte a garantire quel risultato. I paesi che continuassero a praticare politiche deflazionistiche e restrittive, al fine di realizzare obiettivi d’inflazione inferiori a quello europeo, cercando di guadagnare così competitività a spese dei partners, dovrebbero essere soggetti a misure di pressione volte a incoraggiare un mutamento di quelle politiche;

4. occorrerebbe contrastare la speculazione internazionale e i fenomeni di dumping sociale in particolare da parte dei paesi esterni all’Unione Monetaria, con forme di regolamentazione e imposizione fiscale sulle transazioni finanziarie speculative (come la Tobin tax) e sul commercio sleale e di armonizzazione fiscale.

Le proposte ora delineate non possono non richiedere un mutamento profondo delle istituzioni economiche europee, e in particolare:

a) va ufficializzato il ruolo dell’Eurogruppo (il consiglio dei ministri economici) come sede di coordinamento della politica fiscale e monetaria con l’obiettivo prioritario della piena occupazione;

b) lo statuto della BCE va modificato, contemperando l’obiettivo della stabilità dei prezzi a quello della massima occupazione (similmente a quanto avviene per la FED statunitense). Che scelte vitali per milioni di cittadini, quali quelle della politica monetaria, siano nelle mani di una istituzione tecnocratica non vincolata alle scelte popolari espresse dai Parlamenti nazionali ed europeo, dovrebbe risultare intollerabile per la sinistra e i sindacati europei. Quindi va valorizzato il ruolo  di indirizzo delle politiche economiche.
Le vicende che hanno accompagnato la crisi mostrano che dietro la pressione degli eventi sono possibili rapidi passi in avanti, precedentemente quasi impensabili. La  mobilitazione della sinistra europea deve spingere tale processo più in là anche accrescendo la coscienza di massa su questi temi.

In questo quadro sarebbe possibile rilanciare il modello sociale e cooperativo europeo sui quattro pilastri di:

-ricerca del consenso dei lavoratori e delle loro organizzazioninei riguardi dellepolitiche del lavoro e distributive volte ad assicurare una  più equa distribuzione del reddito che, in un quadro non inflazionistico, sostenga attraverso più elevati salari reali la domanda interna nei vari paesi;

-più armonico equilibrio territoriale ed implementazione di un meccanismo di riequilibrio rispetto agli shock asimmetrici garantito da consistente finanziamento del bilancio dell’Unione;

-sostegno ai sistemi di welfare state come strumento di coesione sociale;

-sostenibilità ambientale con lo sviluppo di consumi sociali e nella conoscenza, e investimenti in tecnologie sostenibili.
Il rilancio delle competitività nazionali, in particolare nella periferia, non potrà mai avvenire in un quadro di caduta di occupazione, spese sociali, istruzione  e innovazione. Al riguardo, ciascun paese deve riacquistare la sovranità completa nella politica industriale che includa un intervento attivo del settore pubblico,di programmazione e partecipazione diretta,nei settori industriale, energetico e bancario. I sistemi bancari nazionali vanno in particolare riformati nella direzione di farne strumento di supporto a uno sviluppo reale e sostenibile e non drogato da bolle speculative.

L’Europa a un bivio

Le proposte liberiste e rigoriste che verranno avanzate nel prossimo vertice aggraveranno il carattere dualistico dell’economia europea: un “centro” poderoso che persegue politiche neo-mercantiliste di vender molto agli altri e comprar poco da loro, e una “periferia” destinata al declino economico, sociale, ambientale e all’instabilità politica. Le misure sul tappeto a Bruxelles sono profondamente sbagliate e non potranno che accentuare la minaccia della deflagrazione monetaria, sociale  e politica dell’Europa. È indispensabile una diversa politica economica volta alla crescita concertata ed equilibrata della occupazione e dei consumi sociali, nel rispetto dell’ambiente. Su questi temi il mondo progressista italiano ed europeo deve perciò farsi promotore di una campagna che accresca la consapevolezza  e la mobilitazione popolare.

I firmatari del documento sono:

Network per il  socialismo europeo
AltraMente scuola per tutti
Associazione per il rinnovamento della sinistra
Associazione culturale in Movimento
Centro studi Cercare ancora
Fondazione Buozzi
Fondazione Nenni
Lavoro e Libertà
Le nuove ragioni del socialismo
Marx XXI
Socialismo 2000

* Questa dichiarazione è estratta da un documento più ampio redatto da Sergio Cesaratto (Università di Siena), Riccardo Realfonzo (Università del Sannio), Sergio Levrero (Università di Roma 3), Antonella Stirati (Università di Roma 3), Carlo D’Ippoliti (La Sapienza – Roma), Levrero (Università di Roma 3), Antonella Stirati (Università di Roma 3), Carlo D’Ippoliti (La Sapienza – Roma).

Felice Besostri

avv. Felice C. Besostri Avvocato amministrativista, docente di Diritto Pubblico Comparato a.a. 2005/2009, Commissione Affari Costituzionali Senato della Repubblica XIII Legislatura, Assemblea Parlamentare Consiglio d’Europa 1997/2001 (Commissione Giuridica dei Diritti dell’Uomo, Commissione Ambiente, sottocommissione selezione dei giudici della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo), ricorrente contro ammissione dei referendum elettorali e la legge elettorale per il Parlamento europeo, interveniente nei giudizi contro la legge elettorale per il Parlamento nazionale. Presidente Rete Socialista – Socialismo Europeo.