UNA CORTE PUO’ FERMARE L’ASSALTO AL PARLAMENTO

di Felice Besostri |

La riforma voluta dai cinquestelle sfregia la Costituzione con una distribuzione e una riduzione diseguale dei senatori da regione a regione. Per questo motivo il caso potrebbe arrivare alla Consulta mettendo in discussione il referendum sul taglio dei parlamentari.

Parliamoci chiaro: nessuna legge elettorale potrà mai compensare il taglio spropositato e discriminatorio del Parlamento, fosse anche proporzionale pura senza soglia d’accesso. Il massimo che può fare è di ridurre il danno derivante dalla violazione di un principio bene espresso nei trattati europei e precisamente nell’art. 190 del Tce (il Trattato che istituisce la Comunità europea. »ndr). cioè il numero dei rappresentanti eletti in ciascuno Stato membro deve garantire un’adeguata rappresentanza dei popoli degi Stati riuniti nella Comunità. Un principio applicato ad un Parlamento in cui non vi è una rappresentanza proporzionata alla popolazione di ciascun Stato, per cui agli Stati più piccoli (Malta, Cipro e Lussemburgo) è assicurata una rappresentanza minima: la stessa logica del nostro Senato della Repubblica, eletto a base regionale (art. 57 della Costituzione), in cui accanto alle regioni piccolissime (Val d’Aosta e Molise) che dispongono di un numero fisso di senatori, previsto in Costituzione, è garantito dal 1963 un numero minimo di sette senatori ad ogni altra regione. Di questo vantaggio hanno beneficiato sempre le stesse cinque regioni: Abruzzo, Friuli, Trentino. Umbria e Basilicata.

L’adeguata rappresentanza deve tenere conto sia del pluralismo politico che della rappresentazione territoriale, la riduzione media del 36,50 delle due Camere, invece, non rispetta alcun principio di adeguata rappresentanza politica e territoriale da questo punto di vista è un capolavoro, unico nel panorama delle democrazie. Questo Parlamento, eletto nel 2018 con una legge incostituzionale – come i precedenti votati nel 2006, 2008 e 2013 stabilirà un record, quello di aver approvato una legge costituzionale incostituzionale.

Un caso teorico e pertanto previsto dalla giurisprudenza della Corte costituzionale (vedi la sententi n. 1146 del 1988) e inconsapevolmente anticipato dalla mia tesi di laurea di 51 anni fa, con i professori Paolo Biscaretti di Ruffia e Valerio Onida, futuro presidente della Consulta. L’incostinizionalità deriva dalla violazione di un principio supremo di ogni democrazia con qualunque forma di Stato e di governo: l’uguaglianza dei cittadini (art. 3 della Costituzione), del loro diritto di voto (art. 48) e di candidatura (art. 51).

La dimostrazione è semplice: con la riforma costituzionale che taglia il numero dei parlamentari, il numero minimo di senatori garantito in Costituzione (art. 57) viene ridotto del 57.14%, da 7 a 3, per Umbria e Basilicata, una riduzione grande oltre una volta e mezza quella media nazionale. Ma con un gioco di prestigio, il tremino Alto Adige passa da 7 a 6 senatori, con una riduzione del 14,28% meno della metà di quella media nazionale.

Si consideri inoltre che il Trentino potrebbe contare sullo stesso numero di senatori di Umbria e Basilicata messe insieme, ossia 6, ma mentre il Tremino conta su una popolazione di 1.029.475 abitanti,le due Regioni del Centro-Sud ne hanno 1.462.304 (884.268 +578.036), cioè il 40% in più. Il Sud viene punito ancora di più in Calabri, che aveva 10 senatori e ne avrà 6, un bel 40% in meno, ma con 1.959.050 abitanti, il 90,29% in più del Trentino. Per sempliflicare, per il Senato un elettore calabrese vale la metà di un trentin-sudtirolese. Come è possibile in Italia, nel XXI secolo, con il voto universale e diretto, libero e eguale?

Qualcuno, per giustificare la sperequazione, si è inventato la scusa dell’Accordo De Gasperi Gruber Abkommen, dove si definì la questione della tutela della minoranza linguistica tedesca della Provincia di Bolzano e di parte dell’allora provincia di Trento (un abuso del fascismo). Se fosse davvero così, per assurdo, al Trentino Alto Adige si sarebbero dovuti assegnare 5 senatori e non 6, cioè 3 a Bolzano e 2 a Trento, italianissima provincia redenta grazie ai patrioti Cesare Battisti e Damiano Chiesa, dimenticati per un senatore in più.

L’incosituzionalità della legge costituzionale è sicura, c’è solo una corsa contro il tempo. A partire dal 20 luglio si dovranno pronunciare i giudici amministrativi e civili investiti da una serie di ricorsi, che ho coordinato, con i quali si richiede che vengano sollevate questioni di costituzionalità sul taglio del Parlamento, sul relativo referendum confermativo e sull’election day. Arriverà prima la Corte costituzionale, il referendum oppure un cambio della Costituzione dopo elezioni anticipate, con una nuova maggioranza e magari con l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, bandiera delle opposizioni, non disdegnata neppure tra settori della maggioranza di governo?

In questo quadro, la proposta di legge elettorale denominata Brescellum depositata dal pentastellato Giuseppe Brescia, prevede un proporzionale ispirato al modello tedesco, con uno sbarramento al 5% – è più che altro uno “speculum allodorum“. uno specchietto per le allodole. Perché non potrà venire approvata prima del referendum, se verrà corfermata la tornata elettorale unica, nome italiano dell’election day, prevista probabilmente per il 20-21 settembre: un’altra incostituzionalità per violazione doppia dell’art. 72 della Costituzione perché fissata con legge di conversione di decreto legge e con voto di fiducia, vietati in materia costituzionale ed elettorale.

Il Brescellum ha un merito, mette fine alla truffa delle coalizioni avvantaggiate nel conteggio dei voti dopo che La legge 165/2017, il cosiddetto Rosatellum, non prevede più un programma e un capo politico unico delle coalizioni, ma non mette fine al furto del diritto di voto al popolo italiano, cui è stato rubato nel 2005 col Porcellum e mai più restituito.

Con le liste bloccate e il voto congiunto obbligatorio a pena di nullità tra collegio uninominale maggioritario e liste plurinominali proporzion e di multi candidature, sarà il quarto Parlamento di nominati, non di eletti. Per un tale Parlamento seicento parlamentari sono troppi, perché essi non rappresentano la nazione, come vuole l’art.67 della nostra Carta fondamentale, ma i capi-partito e in tale sudditanza è impossibile che esercitino la funzione con disciplina, cioè rigore morale e onore, come pretende l’art. 54.

Tornando dal Brescellum al Rosatellum ho sempre pensato che se il destino avesse spinto Rosato Ettore verso la viticultura anziché la politica, quel nome evocherebbe, forse, un buon vino friulano e non una pessima legge elettorale.

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Felice Besostri

avv. Felice C. Besostri Avvocato amministrativista, docente di Diritto Pubblico Comparato a.a. 2005/2009, Commissione Affari Costituzionali Senato della Repubblica XIII Legislatura, Assemblea Parlamentare Consiglio d’Europa 1997/2001 (Commissione Giuridica dei Diritti dell’Uomo, Commissione Ambiente, sottocommissione selezione dei giudici della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo), ricorrente contro ammissione dei referendum elettorali e la legge elettorale per il Parlamento europeo, interveniente nei giudizi contro la legge elettorale per il Parlamento nazionale. Presidente Rete Socialista – Socialismo Europeo.