CON IL CUORE IN GOLA PER LA CATALOGNA: SEMPRE E COMUNQUE “VIVA LA REPUBBLICA”

di Franco Astengo

E’ l’alba del 1 ottobre 2017, il giorno dello scontro per l’indipendenza catalana: ci troviamo con il cuore in gola per il timore del precipitare di una situazione che potrebbe assumere aspetti drammatici.
La folla di considerazioni lette e ascoltate in questi giorni rimbalza nel pensiero e nella memoria rendendo difficile una valutazione.
La monarchia ha garantito, con l’unità spagnola, una transizione dal franchismo verso le forme della democrazia borghese.
Si presentano, nel caso dell’indipendenza, problemi enormi sul piano economico e politico anche in relazione alla questione europea che si trova in una fase delicatissima.
Sul piano più generale, dell’impronta del mondo ben dentro al XXI secolo: cosa può significare il distacco di un paese tutto sommato periferico come la Catalogna dentro al complesso e convulso quadro del post- globalizzazione, dell’invasione dei mercati, dei trattati commerciali intercontinentali, nel mondo della Banca Mondiale, del Fondo Monetario, di J.P. Morgan e di Billdeberg, di chi tira le fila del capitalismo finanzia rizzato?
Il pensiero però corre anche alla storia, soprattutto verso il ’36: Tierra e Libertad che non è soltanto il titolo di un film di Ken Loach, ma un emblema, un simbolo di un’alba diversa.

L’Alba della Repubblica Spagnola, degli eroismi e degli eccessi che in suo nome si compirono: di una sconfitta che, nella storia, ha assunto l’aspetto di un altro eroico “assalto al cielo”.
Si può fare politica pensando alla storia oggi in questo freddo, glaciale 2017 laddove l’agire collettivo sembra sempre essere mascherato da opportunismi e carrierismi?
Non c’è dubbio che nel comportamento dei “politici” che hanno portato il popolo catalano a questa prova si trovano elementi negativi, così come la stessa impostazione del referendum soffre di aspetti di strumentalità, forzatura, di messa in un angolo delle grandi contraddizioni sociali che pure si agitano in quel pezzo di mondo.

Questa non è la secessione nazionalista delle piccole patrie balcaniche o della Slovacchia.
Un’idea corre nella folla delle contraddizioni che agitano anche il ragionamento di questa mattina: la Catalogna è repubblicana.
Ostinatamente vogliamo ancora pensare che Repubblica significhi ancora qualcosa: tensione verso la democrazia come espressione del popolo, tensione verso l’uguaglianza naturale, in economia come in politica.
Sicuramente utopie in questa fase terribile, ma utopie sincere.
Per questo motivo di ricerca dell’utopia e di memoria di quello che è stato un passato cui ancora guardare oggi che, con il fiato sospeso e il cuore in gola, non si può che esclamare: Viva la Catalogna Repubblicana.

 

NON BASTA IL VOTO PER FARE UNA DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE

di Felice Besostri

Distinguere tra Catalogna repubblicana e nazionalismo. Il nazionalismo indipendentismo catalano è stato ad egemonia borghese nelle Città da un lato e della Catalogna rurale ed etnicamente pura dall’altra. La classe operaia catalana era in gran parte proveniente da altre regioni, compresa l’Andalusia. Tu che sei un esperto di elezioni guarda all’andamento, dopo la prima delle elezioni della Generalitat, del voto per comunali, autonomiche e nazionali. La sinistra era forte nelle comunali e nelle nazionali, e in quelle autonomiche i popolar-democristiani autonomisti, semplicemente perché i non catalani di origine non andavano a votare elezioni autonomiche.

Con gli anni grazie alla svolta del PSC e alla tradizione del PSUC si è ridotta questa differenza di comportamento elettorale e la sinistra conquistò anche la Generalitat, ma la maggioranza aveva bisogno di Esquerra Republicana, che quando dovette scegliere tra sinistra e indipendentismo non ebbe dubbi. Ho difeso la Costituzione il 4 dicembre e con essa l’art. 1.2, per il quale la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Alla luce di tale principio la democrazia plebiscitaria è esclusa: non basta il voto popolare per legittimare tutto in nome della democrazia.

Per fare un esempio non si può introdurre la pena di morte con referendum, anche se partecipasse la maggioranza degli elettori e ci fosse l’80% favorevole. Grazie a quell’articolo abbiamo potuto far dichiarare illegittime perché incostituzionali due leggi elettorali. Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. In base allo stesso principio in Italia sarebbe illegittimo un referendum per l’indipendenza del Nord o della sola Lombardia o Liguria.

Felice Besostri

avv. Felice C. Besostri Avvocato amministrativista, docente di Diritto Pubblico Comparato a.a. 2005/2009, Commissione Affari Costituzionali Senato della Repubblica XIII Legislatura, Assemblea Parlamentare Consiglio d’Europa 1997/2001 (Commissione Giuridica dei Diritti dell’Uomo, Commissione Ambiente, sottocommissione selezione dei giudici della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo), ricorrente contro ammissione dei referendum elettorali e la legge elettorale per il Parlamento europeo, interveniente nei giudizi contro la legge elettorale per il Parlamento nazionale. Presidente Rete Socialista – Socialismo Europeo.