SAN GIORGIO E IL DRAGHI

di Felice Besostri |

Il primo giro di colloqui è finito ieri e il protagonista principale, il prof. Mario Draghi, molto opportunamente, si è astenuto da dichiarazioni, anche se questo si traduce in indiscrezioni, illazioni, insomma nel solito chiacchiericcio mediatico, che piace tanto, ma che getta solo confusione.

Già la sua designazione da parte di Mattarella ha suscitato qualche perplessità in costituzionalisti, come Mauro Volpi (Il Manifesto, 06.02.2021), perché non preceduta da un giro, anche rapido di nuove consultazioni, ma la vera novità è che il Presidente della repubblica ha tracciato non solo le caratteristiche del futuro Governo, “di alto profilo”, ma anche l’indirizzo politico, che in una forma di governo parlamentare, come è formalmente,  ma ormai solo formalmente, quella delineata dalla nostra Costituzione, spetterebbe al Parlamento. Parliamoci chiaro, nessuno ha sottratto competenze al Parlamento, ma è il Parlamento, che ha rinunciato alla sua centralità, da lungo tempo, e la subordinazione all’esecutivo si è accentuata con le leggi elettorali maggioritarie, in particolare si è accentuata con la legge n. 2709/2005, che tutti conoscono come il Porcellum, con le liste totalmente bloccate, a differenza delle leggi 4 agosto 1993 n. 276 (Senato) e n. 277 (Camera), il Mattarellum, che rispettava l’art. 48 Cost. e il voto libero e personale, perché espresso per candidati in collegi uninominali al Senato integralmente e alla Camera per i 3/4. Se le liste bloccate fossero state approvate da partiti, regolati compiutamente da una legge organica di attuazione dell’art. 49 Cost., non ci sarebbero stati dubbi di costituzionalità.

Con il Porcellum si è votato 3 volte, 2006-2008-2013, prima che fosse dichiarato incostituzionale con la “storica” sentenza n. 1/2014 per il premio di maggioranza, non modificato malgrado il chiaro avvertimento della Corte Cost. con le sentenze n. 15 e n. 16 del 2008. Tuttavia, aver salvato tutti i parlamentari proclamati eletti e non solo quelli convalidati, è stato percepito dai parlamentari nominati dalle cupole di partito, quando non dal suo capo, e non più eletti dai cittadini, come un via libera ad approvare nuove leggi elettorali incostituzionali, come la n. 52/2015, l’Italicum, annullata con la sentenza n. 35/2017 e, alla fine della XVII legislatura in zona Cesarini, la n. 165/2017, alias Rosatellum, sulla quale pendono ricorsi.

Il fatto grave è che con le ultime due leggi si è creato il precedente, che sia ammesso votare leggi elettorali con richiesta di voto di fiducia da parte del Governo, improvvidamente concessa tre volte dalla presidente della Camera nel 2015 in apparente violazione dell’art. 72 c. 4 Cost., con la conseguenza che il divieto di vincolo di mandato, essenziale conquista della democrazia rappresentativa, non è stato usato per rappresentare la Nazione, ma degradato per giustificare il cambio, anche multiplo, di gruppo parlamentare, senza disciplina e onore come richiede l’art. 54 c.2 Cost. agli eletti.  I Parlamentari nominati, con vitalizi ridotti, hanno bisogno di protettori che garantiscano la loro rielezione, ancora più difficile con il taglio lineare del Parlamento, una revisione della Costituzione epocale fatta in 8 mesi e non meditata.

In questi anni le Camere non sono riuscite, nemmeno ad avere gli stessi criteri di numero legale per dare la fiducia al Governo, alla Camera le astensioni si contano per il quorum e al Senato no, consentendo ad Italia Viva di fare la sua sceneggiata e di far perdere tempo.

La figura di Draghi e il contesto non lo rendono simile, se ottiene la fiducia, ai governi Ciampi, Dini o Monti, questi ultimi due nati da una crisi della maggioranza in carica, il primo da un esito referendario, su questo si deve concordare con Alfonso Gianni (Il Manifesto, 07.02.2021), ma soprattutto perché il risanamento dei conti con privatizzazioni e tagli alla previdenza non sono l’emergenza che deriva, invece, dalla pandemia e dalla preparazione e gestione dei promessi fondi europei. Uno dei compiti di Ciampi era anche la predisposizione di una nuova legge elettorale, conseguenza del successo referendario nel 1993 di Segni e dei radicali, con cui si votò nel 1994: le elezioni a breve sono state escluse dal discorso di Matarella.

Poi una legge elettorale, concepita per il taglio dei Parlamentari esiste ed è applicabile subito dopo l’entrata in vigore del d.lgs. n. 177/2000, il cui iter è stato accelerato da Governo, Parlamento e Presidente della Repubblica, rispetto al termine della delega, che scadeva il 3 febbraio 2021: la ragione è semplice, la legge elettorale vigente va bene all’opposizione di CDX, ma proprio per questo è uno strumento di tenuta della maggioranza, quasi un ricatto.  Sorprende che in tutto questo, anche prima dell’emergenza COVID, a fronte dell’insistenza di dare la voce agli italiani di Lega e Fratelli d’Italia, nessuno abbia mai replicato che in democrazia il popolo ha diritto di parola senza bisogno, che gli sia data da qualcuno e che, invece, si doveva dare ai cittadini il diritto di votare secondo Costituzione, che era loro stato rubato nel 2005 col Porcellum e mai più restituito: non si poteva, per di più, votare con una legge di sospetta costituzionalità. Nella nuova maggioranza giallo-rossa c’era chi il Rosatellum l’aveva fortemente voluto, il PD, e la maggioranza giallo-verde-bruna del Conte 1, l’aveva consolidato, facendone la legge funzionale al taglio dei Parlamentari.

La  maggioranza del Conte bis non ha una proposta alternativa a Draghi e non ha nemmeno l’interesse a che fallisca, perché dovrebbe andare al voto, ed anche non ha interesse a che diventi un successo tattico di Renzi e della Lega. Deve profittare del governo Draghi per dar vita, come suggerisce Michele Prospero ad un Partito del Lavoro sulla Striscia Rossa del 6 febbraio scorso. La ragione è semplice siamo in una situazione che ha molto in comune al 1891, cioè in assenza di un Partito della sinistra, piuttosto che col 1921 iniziato con uno e finito con due e che nel 1922 saranno tre. Tra l’altro il PCI storico, partito costituente e costitutivo della Repubblica, non è stato fondato a Livorno nel 1921 da Bordiga, ma dopo la sua liquidazione a Lione nel 1926, da Togliatti a Salerno nel 1944.

Sono convinto, che la vera sfida, quella che sarà combattuta  senza esclusione di colpi e in assoluta mancanza di trasparenza non è sulla maggioranza governativa, ma la maggioranza presidenziale, cioè quella che nel 2022 eleggerà il successore del Presidente in carica ovvero lo confermerà a tempo, se il compito di Draghi, portare il paese alle elezioni del 2023, non fosse stato assolto ovvero è già ora il Presidente in pectore.

Su questo bisogna avere le idee chiare e prendere l’iniziativa, almeno presentando un progetto di revisione costituzionale dell’art. 85, che sancisca la non rieleggibilità del Presidente e contestualmente abroghi, come già auspicato da Segni il semestre bianco, cioè la sospensione del potere di scioglimento ex art. 88 Cost. negli ultimi sei mesi di mandato. Assolutamente da evitare che si formi una maggioranza presidenziale che elegga Draghi con queste Camere e delegati regionali o dopo nuove elezioni con un Parlamento ridotto, che riduca il mandato presidenziale a 5 anni, prevedendone l’elezione diretta e la rieleggibilità. 

In un Parlamento di 605/606 o 607 membri (5 senatori a vita più i senatori di diritto), la maggioranza per mettere in stato d’accusa il Presidente della Repubblica ex art. 90 Cost. è di appena 304, facilmente raggiungibile, grazie al premio di maggioranza nascosto, insito nella legge elettorale vigente grazie alle coalizioni avvantaggiate e al voto congiunto obbligatorio a pena di nullità e alla torsione maggioritaria più accentuata al Senato, grazie all’art. 2 c. 1, lett. a) n.1) l. n. 51/2019 e delle norme speciali per il T-A.A./S e per le regioni con 2 o 3 senatori.

La nostra forma di governo cambierebbe radicalmente sia che il leader della maggioranza governativa, come Presidente del Consiglio, possa tenere sotto scacco il Presidente della Repubblica, sia che il Presidente della Repubblica eletto direttamente, sia il capo della maggioranza. Una legge elettorale con una soglia bassa si impone per esigenze di ordinamento costituzionale e per consentire una presenza parlamentare delle minoranze politiche almeno pari a quella della maggiore minoranza linguistica rappresentata da una propria lista, almeno finché l’art. 3 c. 1 Cost. sia in vigore e pertanto “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.” Spero che le forze politiche capiscano, che questo è più importante di un sottosegretario o di un ministro, che per l’art. 92, c. 2 spetta al Presidente del Consiglio proporre.

Nella pausa operosa per costruire il Partito del Lavoro si deve stare nel governo con pari dignità, purché non si devii dalla forma di governo prefigurata dalla Costituzione. Nella ex maggioranza giallo-rossa non vedo nessuno con il ruolo di San Giorgio e poi, come è stato acutamente osservato, il vero problema non è uccidere il drago o i draghi, ma come liberarsi delle loro carcasse. Il fallimento di Draghi non è quello di Cottarelli del 2018, senza conseguenze.

Felice Besostri

avv. Felice C. Besostri Avvocato amministrativista, docente di Diritto Pubblico Comparato a.a. 2005/2009, Commissione Affari Costituzionali Senato della Repubblica XIII Legislatura, Assemblea Parlamentare Consiglio d’Europa 1997/2001 (Commissione Giuridica dei Diritti dell’Uomo, Commissione Ambiente, sottocommissione selezione dei giudici della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo), ricorrente contro ammissione dei referendum elettorali e la legge elettorale per il Parlamento europeo, interveniente nei giudizi contro la legge elettorale per il Parlamento nazionale. Presidente Rete Socialista – Socialismo Europeo.