Perchè dire no al semi-presidenziale

«Se la sua maggioranza coincide con quella parlamentare ha più poteri di Obama

Normalmente il titolo di un articolo non dovrebbe anticipare la conclusione del ragionamento, ma in questo caso è necessario, perché sul semi-presidenziale ci sono una serie di equivoci, che nascono dal suo stesso nome: molti credono che in regime semi-presidenziale il presidente sia un presidente a metà! Non è così! In un regime semi-presidenziale il presidente, specialmente se la sua maggioranza coincide con quella parlamentare, ha molti più poteri di un Presidente degli Stati Uniti d’America. Non c’è più un modello semi-presidenziale francese della V Repubblica, poiché l’originale di De Gaulle è stato profondamente modificato a partire dal secondo mandato di Chirac.

Originariamente era teoricamente possibile una cohabitation, cioè un presidente espressione di una maggioranza ed un Primo Ministro di un’altra diversa o addirittura opposta. Tale circostanza accadde due volte, la prima con Mitterrand e la seconda con Chirac. Per evitare la coabitazione si è ridotta la durata del mandato presidenziale da 7 a 5 anni, come quella del parlamento, e le elezioni presidenziali precedono quelle legislative. Un Presidente, di tipo statunitense, invece, convive spesso con una maggioranza diversa in una delle Camere o addirittura in tutte e due, Senato e Camera dei Rappresentanti. Il Presidente USA è soggetto, sempre, alla eventualità di una maggioranza diversa con la midterm election a metà del suo mandato. Il semi-presidente (espressione impropria ma per evitare di scrivere ogni volta “presidente in una forma di governi semipresidenziale”) ha più poteri del Presidente statunitense: infatti può sciogliere il Parlamento, poiché non vi è una netta separazione dei poteri tra esecutivo e legislativo.

Il semi-presidente ha più poteri perché, oltre che esercitare quelli previsti dalla Costituzione, ha la legittimazione politica dell’elezione diretta e di essere il capo politico della maggioranza che lo ha eletto e del partito politico, che lo ha candidato. Questo aspetto non viene sufficientemente sottolineato, perché l’elezione diretta da sola non basta a dare l’autorità, se non ci si chiama Charles De Gaulle o Uhro Kekkonen. In Austria, Irlanda e Islanda il Presidente è eletto dal popolo, ma non fa ombra al primato politico del Primo Ministro. In Portogallo e Finlandia, che eleggono direttamente il Capo dello Stato, dipende molto dal-la personalità del Presidente, ma scomparsi, rispettivamente, Soares e Kekkonen l’indirizzo politico è tracciato dal Primo Ministro. Non esistono buoni modelli astratti di forme di governo, né una superiorità di uno rispetto agli un altro. Il modello statunitense trapiantato in Centro e Sud America ha dato pessimi esempi. Niente a confronto di quello che sarebbe un semi-presidenzialismo in salsa italiana: quasi quasi (ed è tutto dire) sarebbe meglio l’elezione diretta del Premier. Il nostro ineffabile Primo Ministro (Silvio Berlusconi, ndr) ha detto che gli vanno bene presidenzialismo, semi-presidenzialismo e premierato elettivo, purché l’elezione del presidente sia in turno unico e non si modifichi la legge elettorale vigente.

Se dovesse essere così il semi-presidenzialismo sarebbe la tomba della nostra democrazia. Nella Assemblea Costituente la proposta presidenzialista del democratico Calamandrei rimase minoritaria, anche per i timori della concentrazione di poteri del ventennio fascista: la scelta fu per una forma di governo parlamentare e con legge elettorale proporzionale. Il problema principale italiano è quello di ridare centralità e dignità al Parlamento: quello attuale è composto di figuranti nominati dai capi partito e non eletti dal popolo. Tra le cause del crescente astensionismo’ vi è anche un giudizio duro sulla classe politica, percepita come una “casta” estranea alla So-cietà Civile, e di cui sono insopportabili i costi e gli stili di vita. Senza cambiare la legge elettorale e senza un sistema di partiti democratico regolato dalla legge, qualsivoglia riforma ridurrà gli spazi democratici. Premier forti ci sono in paesi con partiti politici forti: Spagna, Germania e Gran Bretagna. Persino negli Stati Uniti ed in Francia chi aspira alla presidenza deve conquistare un partito che lo candidi. In Italia i partiti sono appendici dei leader, questo è chiarissimo per il PdL, ma anche per la Lega Nord e l’Italia dei Valori e se Veltroni avesse vinto le elezioni probabilmente anche il PD avrebbe iscritto il suo nome nel logo del Partito.

Se dobbiamo abbandonare la forma di governo parlamentare la sola alternativa in un paese sulla via della forma di stato federale è íl presidenzialismo puro: cioè un Presidente che rappresenti e garantisca l’unità del Paese a fronte delle spinte disgregatrici. Un semi-presidente avrebbe bisogno di una maggioranza parlamentare per il governo e quindi la Lega avrebbe maggiori capacità di pressione. Un Presidente autorevole deve essere eletto da una maggioranza qualificata di elettori, in uno stato federale richiede la maggioranza dei voti, ma anche la maggioranza in tante regioni, che rappresentino la maggioranza della popolazione o quantomeno un doppio turno con ballottaggio. In alternativa al presidenzialismo ci sono le varie esperienze di Premierato non elettivo: in Germania, Gran Bretagna e Spagna dove il Premier non è eletto dalla popolazione, ma si deve candidare in un collegio e godere della fiducia del suo partito. Rispetto all’ispirazione originale della Costituente que-sta sarebbe la soluzione meno traumatica.

Felice BesostriAvvocato, Dipartimento di Studi Internazionali e Diritto Pubblico Comparato

Felice Besostri

avv. Felice C. Besostri Avvocato amministrativista, docente di Diritto Pubblico Comparato a.a. 2005/2009, Commissione Affari Costituzionali Senato della Repubblica XIII Legislatura, Assemblea Parlamentare Consiglio d’Europa 1997/2001 (Commissione Giuridica dei Diritti dell’Uomo, Commissione Ambiente, sottocommissione selezione dei giudici della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo), ricorrente contro ammissione dei referendum elettorali e la legge elettorale per il Parlamento europeo, interveniente nei giudizi contro la legge elettorale per il Parlamento nazionale. Presidente Rete Socialista – Socialismo Europeo.