Parliamo allora del Riformismo

«Per contribuire al dibattito sul “Riformismo”, riportiamo dal libro “Fausto Vigevani: Il sindacato, la politica” (Ediesse 2014) questo intervento che colpisce per la sua piena attualità. Si tratta di un capitolo estratto dal documento “Riflessioni sulla situazione politica” del giugno 2000, promosso e redatto da Fausto Vigevani e che, in allora, fu condiviso e  sottoscritto anche dai parlamentari socialisti G. Benvenuto, R. Penna, F. Besostri, A. Cabras, L. Besso Cordero, G. Iuliano, G. Murineddo, G. Pittella.

Poiché in queste settimane molti tra i Democratici di Sinistra hanno sottolineato i nostri limiti di riformismo riteniamo necessario e urgente parlarne per una precisa ragione politica attuale. Questa ragione consiste nel fatto che se si vuole vincere alle prossime elezioni politiche, l’ispirazione riformistica deve diventare esplicita e visibile nell’azione del governo e nella iniziativa del centro sinistra e dei D.S. nei prossimi mesi. Sappiamo che la debolezza del riformismo, della sua concezione affonda le sue radici nella storia politica del nostro paese, soprattutto nella sinistra italiana e che le rotture, le divisioni e le contrapposizioni, gli errori e i fallimenti da quella debolezza traggono origine.

Crediamo di sapere che da questa debolezza storica e culturale inoltre derivano le difficoltà a costruire un moderno riformismo; che le difficoltà diventano enormi di fronte ai cambiamenti radicali del nostro tempo, perché i cambiamenti sono rapidissimi e investono tutti gli aspetti della vita, in ogni angolo della terra. La rapidità, la vastità, la profondità dei cambiamenti richiedono risposte che la politica fatica a dare in tempo utile, soprattutto per una sinistra riformista che intende suscitare, assecondare, governare il cambiamento secondo principi e valori e combattere orientamenti e tendenze che contrastano con quei principi e quei valori.

Ma molti cambiamenti sono già intervenuti da oltre un decennio, siamo in grado di vederne i processi che alimentano, le conseguenze che ne derivano e ne possono derivare. E la sinistra riformista ha gli strumenti per capire, per impostare i suoi progetti e i suoi programmi se pone alla base della sua ragione d’essere e della sua azione i valori di libertà ed uguaglianza oggi non più contrapposti come lo sono stati per decenni nel Novecento.

Sono i valori di libertà e di uguaglianza che definiscono l’identità della sinistra riformista, che spiegano la diversità e la contrapposizione alla destra, i valori che danno significato e senso al riformismo, ai programmi, ai progetti, alla sua azione politica. Ma non basta affermarli come orpelli retorici, bisogna usarli in modo esplicito e dichiarato come strumenti di analisi della realtà, delle dinamiche dei processi culturali, economici, sociali e politici in atto in Italia e nel mondo, e come criteri e parametri altrettanto espliciti e dichiarati per elaborare programmi e progetti e agire politicamente. In primo luogo per sapere usare e indirizzare le enormi potenzialità e ricchezze del mondo moderno, per rendere liberi e uguali coloro che in Italia e nel mondo tali non sono, perché non hanno sapere e lavoro, non hanno occasioni e opportunità.

Il riformismo è debole…

Il riformismo è debole, perché debole e incostante è il suo collegarsi ai valori. Ma ciò indebolisce la politica, la rende estranea, lontana, autoreferenziale. Da questa idea della politica, da questa sua crescente lontananza e autoreferenzialità, traggono origine il disinteresse se non l’ostilità da parte dei cittadini e l’astensionismo crescente degli elettori.

Ma il nostro riformismo è debole anche perché proprio su due questioni essenziali per una forza di sinistra, il lavoro e il Welfare-State, non ci si è misurati fino in fondo con i cambiamenti radicali che la mondializzazione e la rivoluzione tecnologica hanno prodotto e con i cambiamenti profondi che hanno investito gli individui nel loro rapporto con la società, le istituzioni sociali, i ceti, le classi di appartenenza, nelle loro condizioni materiali e nelle loro aspettative.

Negli ultimi due decenni si è rotto il rapporto virtuoso che per quasi un secolo aveva segnato la crescita economica, l’aumento dell’occupazione, lo sviluppo della protezione sociale. La crescita enorme trascinata dallo rivoluzione tecnologica e dalla finanziarizzazione della economia e della società, avviene riducendo il lavoro necessario, creando nuove professionalità a rapida obsolescenza, e aumentando la precarietà. Reggono positivamente le società e i paesi che non solo utilizzano, ma in primo luogo producono innovazioni tecnologiche. Ma reggono anche creando una gigantesca redistribuzione di ricchezza dai ceti medio-bassi a quelli alti, con una maggiore e più estesa precarietà, e senza estendere i sistemi di protezione sociale. I processi di finanziarizzazione si sottraggono ad ogni regolazione degli Stati, la politica si impoverisce e la democrazia è sempre meno sovrana, e i paesi poveri sono sempre più lontani da quelli ricchi.

La risposta del riformismo non può essere quella che deriva dalla accettazione dei ritardi in Europa e in Italia della capacità di produrre ricerca scientifica e tecnologica, che rinuncia a competere sui punti alti della innovazione tecnologica di processo e di prodotto, che abbassa il livello e la qualità della protezione sociale, dislocando la specializzazione produttiva del nostro paese e la sua difesa solo nei campi in cui è esposta alla concorrenza dei paesi in via di sviluppo i cui costi sono 10-20-50 volte inferiori a quelli nazionali ed europei. Questo è ciò che vogliono anche se non lo dichiarano, la Destra italiana, le punte più conservatrici della Confindustria e delle altre associazioni imprenditoriali, la Banca d’Italia, il Fondo Monetario Internazionale, che in coerenza puntano ad accrescere la precarietà del lavoro e a ridimensionare i sistemi di protezione sociale. Erano questi i disegni e le ragioni sottesi alla contrarietà alla moneta unica della destra italiana e dei cosiddetti euroscettici. Il riformismo deve saper dare coraggiosamente un’altra risposta, puntare sulla qualità della crescita, sulla redistribuzione del tempo di lavoro, investendo risorse sul capitale umano, nella ricerca scientifica e tecnologica e riformando in tal senso i sistemi di protezione sociale.

Ma il punto sul quale intendiamo qui sottolineare i limiti del riformismo riguarda proprio il nostro sistema di protezione sociale.

Lo Stato Sociale, fattore fondamentale dello sviluppo

C’è un limite culturale antico che a fasi alterne segna l’idea che i sistemi di protezione sociale sono necessari, ma che comunque la loro esistenza limiterebbe la crescita e lo sviluppo economico. Qualche volta questa idea lambisce anche parti della sinistra, ma essa è semplicemente contraria alla verità storica. Infatti, era vero allora come è vero oggi che i sistemi di protezione sociale sono fattori fondamentali dello sviluppo e del progresso così come sono strutture e fattori fondamentali della democrazia. Anzi proprio per questo lo stato sociale ha costituito nel 20° secolo un fattore di identità, di forza, di visione della società della democrazia, il merito storico fondamentale dei diversi riformismi e del socialismo. Esso può e deve costituire per il presente e per il futuro un cardine della evoluzione delle società democratiche moderne e uno dei fattori fondamentali di identità della sinistra, per un modello di società coeso e solidale, di persone libere e uguali.

La condizione perché ciò avvenga deriva dalla capacità che il riformismo sappia adeguare e riformare costantemente i sistemi di protezione sociale in relazione ai mutamenti della struttura economica e sociale, delle attese, dei bisogni, delle aspettative dei cittadini.

E’ questo che sostanzialmente è mancato finora ed è per questo che il nostro riformismo evidenzia i maggiori limiti di analisi e di progetti di riforma, e subisce quindi gli attacchi della destra quasi esclusivamente incentrati sui costi del sistema al fine di conquistare alla logica del profitto privato quote crescenti e consistenti del sistema stesso, dalla sanità alla previdenza, alla assistenza sociale, ponendoci in una condizione di difesa da cui emergono quasi esclusivamente i fattori di conservazione piuttosto che quelli del cambiamento e della riforma.

In pochi anni tutto è cambiato nelle società moderne, il lavoro, i bisogni, le attese. Si vive più a lungo, ma crescono insicurezze e solitudini, tanta parte delle nuove generazioni sembrano prive di speranza e di ottimismo, ed emergono con grande peso anche problemi di natura etica indotti dalla ingegneria genetica, che investono anche la morale laica e non solo quella religiosa.

Il deficit del riformismo sono palesi dal momento in cui sono in primo luogo, e talora esclusivamente, affrontati i problemi dei costi e della sostenibilità finanziaria dello stato sociale piuttosto che porre al primo posto la sua qualità e l’efficacia dei suoi risultati.

Da un tale approccio – che è il contrario di ciò che sarebbe giusto e necessario – discendono diverse e gravi conseguenze negative fondamentali. Si affrontano separatamente le parti e si perde di vista il sistema nel suo complesso. L’attenzione e la discussione si concentrano quasi esclusivamente sui costi del sistema previdenziale. Si trascurano gli altri segmenti del sistema fino a consentire che si diffonda e si affermi un giudizio negativo di massa sul sistema sanitario che, malgrado forti squilibri territoriali e sacche di inefficienza, è tra i migliori del mondo E si finisce per non mettere in valore risultati anche parziali ma importanti e di principio nel campo dei diritti come ad esempio la legge sui congedi parentali o sulla riforma della assistenza, assolutamente sconosciuta alla grande maggioranza dei cittadini italiani.

Tutto ciò finisce per impedire di cogliere con lucidità i caratteri strutturali negativi che il sistema ha via, via nel tempo consolidato: il suo centralismo, il pesante burocratismo della sua gestione, e il carattere prevalentemente redistributivo di reddito spendibile del sistema.

Sembra a noi che il nodo della riforma sia costituito prima di tutto dalla necessità di un riequilibrio da realizzare nel sistema e dei suoi costi puntando all’accrescimento e all’arricchimento dei servizi reali alle persone e alle famiglie, la cui realizzazione oltretutto porterebbe a demolire tanta parte del centralismo burocratico dell’attuale sistema, a migliorare l’efficacia della prestazione e quindi anche l’efficienza.

Ridefinire un moderno Riformismo

L’insicurezza, l’isolamento, la solitudine sono oggi più che mai malattie sociali che non si curano con l’aumento di prestazioni monetarie né aumentando, come avviene, le prescrizioni farmaceutiche o i ricoveri ospedalieri. Ma per poter riavviare con forza e determinazione la riforma del Welfare-State la sinistra riformista deve impadronirsi di un fattore moderno delle dinamiche culturali, civili e sociali, che non è ricavabile dalla sua cultura politica, dalle sue tradizioni, dalle sue forme organizzative. Tale fattore è costituito dal progressivo e profondo cambiamento che è intervenuto nelle società moderne nel rapporto tra l’individuo, da un lato, e la famiglia, il ceto, la categoria, la classe, la comunità di appartenenza.

Ciò è in parte noto ma è sbagliato connotare solo negativamente questo fenomeno secondo la categoria dell’individualismo egoistico, che pure esiste e che la destra alimenta in maniera propagandistica.

L’acquisizione di un tale fattore è indispensabile per ridefinire un moderno riformismo fondato in primo luogo sulle singole persone, sulle loro diversità soggettive, nelle condizioni materiali, nei bisogni, nelle aspettative, per costruire così un sistema di protezione sociale universale, per tutti, ma capace di offrire libertà di scelte, personalizzazione delle prestazioni, e perciò efficace ed efficiente, anche per ciò che riguarda il sistema previdenziale e non solo la sanità e l’assistenza sociale.

Sappiamo che alla base di un nuovo sistema di protezione sociale si pone la possibilità e la capacità di avere un lavoro, dipendente o meno, la cui assenza è uno dei fondamentali fattori di disuguaglianza e di minore libertà. I lavoro come fattore di realizzazione di sé, come valore.

Sappiamo che la società dei saperi può costituire lo spartiacque fra una nuova e più ampia uguaglianza o un ritorno a diseguaglianze ed esclusioni più gravi di quelle antiche. L’affermazione piena del diritto allo studio, diritto di cui sono titolari le persone e non le istituzioni scolastiche, è ormai diventata il nucleo centrale di un moderno riformismo. Ma la consapevolezza di ciò è talmente debole da consentire che il problema del sapere e delle conoscenze si confonda con quello della parità scolastica ma soprattutto si riduca al problema degli insegnanti, così come il problema della salute si riduce alla discussione e ai conflitti sul ruolo dei medici, e il problema gravissimo della giustizia si trasforma nello scontro sui poteri dei magistrati e degli avvocati.

E’ qui che la sinistra deve misurare le proprie ragioni, la sua capacità di progetto e di programma.”

Felice Besostri

avv. Felice C. Besostri Avvocato amministrativista, docente di Diritto Pubblico Comparato a.a. 2005/2009, Commissione Affari Costituzionali Senato della Repubblica XIII Legislatura, Assemblea Parlamentare Consiglio d’Europa 1997/2001 (Commissione Giuridica dei Diritti dell’Uomo, Commissione Ambiente, sottocommissione selezione dei giudici della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo), ricorrente contro ammissione dei referendum elettorali e la legge elettorale per il Parlamento europeo, interveniente nei giudizi contro la legge elettorale per il Parlamento nazionale. Presidente Rete Socialista – Socialismo Europeo.