Lettera Aperta al POLITCAMP 2015 Firenze

«Car* Compagn*,
quest’anno, a differenza del Politcamp di Livorno dell’anno passato, non sarò fisicamente presente all’appuntamento di Possibile. Mi dispiace perché non è la stessa cosa intervenire postando le proprie riflessioni su qualche sito, anche più d’uno, e parlare guardandosi negli occhi o condividere a contatto di gomito le emozioni o le suggestioni trasmesse dall’oratore di turno. Se poi si interviene, nulla può sostituire la sensazione che si trasmette tra chi parla e chi ascolta, quando si verifica la sintonia. D’altra parte non si può dividersi il pane stando lontani: non abbiamo ancora inventato la trasmissione telematica delle briciole.

E’ un dato, non c’è a sinistra uno spazio fisico e pubblico di discussione nel quale si possano mettere a confronto tutti i filoni ideali storici della sinistra comunista, socialista e libertaria con gli arricchimenti prodotti da movimenti come il femminismo, l’ecologismo politico e per il rispetto dei diritti umani e civili, individuali o collettivi che siano. In uno spazio pubblico comune la discussione deve essere necessariamente plurale senza esclusioni a priori. Un luogo dove sia più importante cosa si dice di chi lo dice per capire dove si voglia andare insieme, se fosse possibile superare divisioni ed incomprensione e anche, nei casi estremi, odi reciproci, frutto del passato, che non passa mai e che ipoteca il nostro futuro e ci priva persino della speranza. Se consentiamo che “le mort saisit le vif” abbiamo fallito prima ancora di cominciare. Sia chiaro che non è un invito a dimenticare in una catartica rimozione collettiva, ma a ripensare con altro spirito le tragedie e le divisioni che hanno travagliato la sinistra, in particolare le tragedie della mancanza di unione in momenti decisivi quali l’aggressione fascista alla democrazia negli anni ’20 e ’30 del XX° secolo. Tutti noi sappiamo che se le tragedie si ripetono lo fanno in forma di farsa. Sono convinto che siamo in una situazione di offensiva generalizzata contro la democrazia costituzionale e sociale, come si è configurata dopo la seconda guerra mondiale, un’offensiva che riguarda la garanzia dei diritti, la divisione dei poteri e le conquiste dello stato sociale, che in alcuni paesi sono aggravate dal sottosviluppo, da guerre civili, da epidemie e da ineguaglianze crescenti, che sono alla base di migrazioni di dimensioni planetarie, che aggravano le tensioni nei paesi di destinazione e che privano i paesi di partenza delle risorse umane necessarie per invertire la rotta e spezzare la spirale della violenza e del fanatismo religioso.

Il rafforzamento dell’esecutivo rispetto alle assemblee rappresentative e una tendenza generalizzata, la logica di decisioni rapide mette in discussione le procedure proprie dei Parlamenti, che hanno il compito-lo dice il loro stesso nome-di discutere prima di deliberare. Il dibattito pubblico che precede le deliberazioni è più importante dei sistemi elettorali. Quanto più è ampio e profondo, tanto più la rappresentanza ne viene esaltata. In Italia abbiamo adottato una legge elettorale, che non rimuove i vizi di incostituzionalità alla luce dei principi della Corte Costituzionale enunciati nella sentenza n. 1/2014 di annullamento parziale della legge n. 270/2005. Sempre in Italia si sta consumando al Senato uno stravolgimento della Corte Costituzionale grazie a norme regolamentari redatte ed intrepretate come non vi fosse l’art.138 Cost.: si impediscono emendamenti ai testi, come se le norme costituzionali fossero leggi ordinarie, di cui si chiede una rapida approvazione. Nei due casi menzionati il dibattito è stato strozzato persino nelle aule parlamentari con trucchi e trucchetti e con voti di fiducia, di cui bastano i precedenti della legge Acerbo e della cosiddetta Legge Truffa per squalificarli: la società e la sua opinione pubblica ne sono state appena sfiorate. La squalificazione della politica e il disprezzo , dei partiti e dei loro esponenti, ha creato un’insensibilità democratica tale per cui quando una legge, la Del Rio, toglie ai cittadini il diritto di scegliersi i propri rappresentanti nelle Province e Città Metropolitane, non ci sono stati reazioni apprezzabili nell’opinione pubblica, nei mezzi di comunicazione di massa e negli stessi partiti di opposizione, che hanno partecipato alla farsa di elezioni di secondo grado con un elevato numero di Presidenti di Provincia concordati a tavolino e addirittura con liste unitarie di candidati pari ai posti da eleggere. La legislazione approvata sotto l’impulso del Governo Renzi rappresenta nel merito e simbolicamente una sconfitta della sinistra e dei suoi idoli, dal Job Act, che ha archiviato lo Statuto dei Lavoratori, alla legge sulla scuola, che trasforma la scuola pubblica in un’azienda diretta da presidi manager ovvero il “Salva Italia”, che potenzialmente fa perdere l’ambiente e il nostro mare. Una serie di leggi, cui hanno dato il loro voto favorevole parlamentari, per i quali la disciplina di partito ha un valore superiore alla Costituzione e all’interesse della Nazione, l’unico vincolo ammesso dall’art. 67 Cost., che significa non aver adempito al loro mandato con disciplina ed onore, come è richiesto dall’art. 54 Cost..

In assenza di uno spazio pubblico di discussione a sinistra si corre il rischio di imputare gli uni agli altri il recente passato, le contraddizioni e le incoerenze ma senza affrontare i problemi di fondo di una sinistra italiana, che è una delle grandi malate dell’Europa e che crede di poter superare i suoi problemi nell’ammirazione/imitazione di qualche modello straniero di successo, consumandoli in rapida successione dalla Linke, al Fronte de la Gauche e, in fine Syriza, quella di maggior esito in attesa di una vittoria di Podemos nelle prossime elezioni spagnole: comunque un progresso rispetto a quando i modelli erano i guerrilleros, l’IRA, l’ETA, il sub-comandante Marcos o il Presidente Chavez Un’esterofilia che non corrisponde ad una prassi di porre nel giusto rilievo la dimensione internazionale dei problemi. Quando mi sono iscritto al PSI nel 1961 era comune che ogni discussione nel PCI e nel PSI, non solo nelle direzioni nazionali o nei comitati centrali, ma anche nell’ultima sezione iniziasse con la situazione internazionale per arrivare al proprio quartiere. Non è più così, eppure sarebbe quanto mai necessario anche se era più semplice parlare del confronto delle superpotenze, della corsa agli armamenti, del pericolo nucleare, delle lotte di liberazione in Africa, piuttosto che della lotta armata in America latina, che di regolazione dei mercati finanziari o dei derivati, delle società di rating, dello spread e di tante cose di cui esiste il solo nome in inglese.

Dove e quando ne parlano tutti insieme uomini e donne di buona volontà, insoddisfatti della situazione in cui si trovano collocati? Ora bisogna stare dovunque in ogni evento, di cui non si può dettare l’agenda nemmeno in parte e neppure sapere in anticipo se si potrà parlare e per quanto tempo.
Due sono le questioni che mi stanno a cuore la prima è l’emergenza democratica perché l’Italia è il paese cavia dal punto di vista della destrutturazione democratica, come la Grecia lo è delle ricette liberiste per uscire dalla crisi, e come a suo tempo si colpì il Cile di Allende e dell’Unidad Popular.

Le controriforme di Renzi si inseriscono in un processo generale di riduzione dello spazio pubblico e di interventi pubblici di regolazione dell’economia degli stati nazionali, non compensati dai poteri crescenti di organizzazioni internazionali o istituzioni sovranazionali, con standard democratici ridotti perché privi di una dimensione parlamentare o con poteri ridotti di quest’ultima rispetto alla tecnostruttura burocratica e alla rappresentanza governativa: l’Unione europea che non ci piace, quella più lontana dagli ideali federalisti del Manifesto di Ventotene di Spinelli, Rossi e Colorni, ne è il massimo esempio negli ultimi tempi. Dobbiamo cogliere l’importanza dell’emergenza democratica e dell’insufficienza dei contrappesi istituzionali interni dalla Presidenza della Repubblica alla stessa Corte Costituzionale, come la vicenda dell’annullamento del Porcellum ha dimostrato: un Parlamento eletto con norme incostituzionali può legalmente manomettere la Costituzione e nel contempo impedire di fatto la integrità della Corte Costituzionale non eleggendo i membri scaduti oltre che delegittimarla, se compromette i conti pubblici, solo per far rispettare la Costituzione. La modifica nel 2012 degli articoli 81, 97, 117 e 119 Cost. in particolare sull’equilibrio di bilancio è un esempio degli effetti negativi di modifiche costituzionali affrettate e ideologiche, tra l’altro con rigidità di formulazione sconosciuta persino nella sua vestale Repubblica Federale Tedesca Per evitare ogni dibattito pubblico, anche successivo, è stata adottata coi la maggioranza dei 2/3 dei componenti il Parlamento per evitare il referendum confermativo. Il fallimento della raccolta delle firme per un referendum abrogativo delle leggi ordinarie di attuazione di quella sciagurata revisione costituzionale non è casuale: è uno dei segni, insieme con l’astensione crescente dal voto e l’aumento di schede bianche e nulle, della demoralizzazione dell’opinione pubblica, che trova semmai sfogo in proteste localizzate, che si tratti della TAV nella Val Susa ovvero delle azioni di contrasto all’arrivo di migranti o profughi, liquidati come clandestini, nel Nord-Est o nelle periferie romane. In tali manifestazioni quello che colpisce non è tanto la presenza sul terreno di anarco-insurrezionalisti, per usare un’espressione tipica del ministero dell’Interno, in un caso o di casa Pound e/o di Forza Nuova negli altri, ma l’assenza di forze organizzate democratico-progressiste.

Per tornare all’emergenza democratica. Pendono innanzi ai tribunali Italiani:

a) 9 ricorsi contro la legge elettorale europea, di cui 3 già approdati in Corte Costituzionale, di cui solo uno deciso in procedura;

b) 6 ricorsi contro leggi elettorali regionali (Lombardia, Campania, Toscana, Umbria. Sardegna e Puglia) di cui uno approdato in Corte Costituzionale e deciso nella pubblica udienza del 7 luglio 2015, con decisione non ancora depositata:

c) 2 ricorsi contro la città metropolitana di Milano e 1 ricorso contro la provincia di Monza Brianza aventi ad oggetto la legge Del Rio nel suo complesso e non solo la sua concreta applicazione; 1) 1 ricorso contro l’Italikum.

Il Coordinamento per la democrazia costituzionale (www.coordinamentodemocraziacostituzionale.net ) ha deciso di promuovere ricorsi contro l’Italikum appena l’iter sarà completato con l’approvazione dei 100 collegi, almeno in ciascun distretto di Corte d’Appello, cioè 26 ricorsi. Mancano solo collegi di avvocati in tre distretti, Potenza, Trento e Bolzano. Questi ricorsi non possono essere iniziative puramente giudiziali di giuristi democratici: occorre evitare quello che è successo con il Porcellum, che il positivo esito in Corte Costituzionale e in Cassazione, non si sia tradotto politicamente in una nuova legge elettorale costituzionale, ma in quel mostro, che è l’Italikum.

Come estendere l’opposizione, accompagnando le impugnazioni con la costituzione di comitati di sostegno? Accompagnare l’azione giudiziaria con un referendum abrogativo? Sono decisioni collettive e politiche, che non possono essere prese in solitario. Ancora una volta si ripropone il problema dell’esistenza di luogo di confronto plurale e decisione condivisa.

Sono grato al compagno Andrea Ermano, direttore dell’Avvenire dei Lavoratori di Zurigo, di aver contribuito ad inquadrare la questione democratica italiana in un ragionamento più ampio con queste sue considerazioni: “ La lettura di molti fatti dipende dal sistema di coordinate adottato per metterli a sistema. Concordo, come ben sai, sulla preoccupazione da te spesso ribadita circa la deriva della democrazia italiana ed europea. Però questa deriva è connessa non solo agli interessi materiali in campo dentro ai singoli sistemi, quello nazionale e quello comunitario, ma anche alla situazione di guerra civile globale nella quale siamo coinvolti in modo crescente ormai da molti anni. Il carattere emergenziale di questa deriva, innescatasi in concomitanza con i grandi attentati terroristici del 2001, si è via via rafforzato a causa di varie tensioni geopolitiche che a loro volta vanno intrecciandosi con le incredibili dinamiche finanziarie e altre crisi ancora: idriche, alimentari, energetiche, demografiche e umanitarie.
Secondo la diagnosi formulata una ventina di anni fa da Agamben (pensatore approdato alla filosofia e alla teologia, ma nato giurista) assistiamo a un mega-transito verso il decreto esecutivo come forma prevalente del potere politico. Questa mega-transizione – sostiene Agamben – tende a un potere sovrano absolutus la cui istituzione corre parallela all’emergere di uno stato d’eccezione globale.

Se è in questa prospettiva da incubo che ci stiamo muovendo, i fatti assumono una loro diversa leggibilità o illeggibilità. Perciò occorre ‘ripensare’ certe insurrezioni, certe inflessibilità, o la risonanza globale della crisi europea, o i problemi di coesione transatlantica dell’Occidente, e poi ancora il continuo “stress-test” cui vengono sottoposti lo stato di diritto e gli assetti costituzionali in forza di sollecitazioni abbastanza eterogenee. In questo quadro (di certo non solo teorico) il caso greco compendia le problematiche di cui sopra: per le cause e per il contesto, ma soprattutto per l’allucinante pressione commissariale, propagandistica ancor più che ‘soltanto’ ideologica, verso un intero popolo. Ma la situazione italiana segue a ruota, seppure con diversi accenti e intensità. E la lista potrebbe continuare, ferma restando l’estrema difficoltà – al limite dell’impensabilità – che incontriamo nell’elaborare un’idea (di governance) cosmopolitica. ..”. Si deve notare che, invece, la reazione più, comune e semplice non sia quella di migliorare le istituzioni sovrannazionali, democratizzandole e aprendole, nel caso della UE, alla partecipazione popolare con l’estensione dei diritti di cittadinanza europea, , ma di ritornare allo Stato nazionale per recuperare una sovranità apparente nel contesto della globalizzazione e rafforzando il ruolo dei governi, proprio quando i maggiori danni sono stati provocati dalla cooperazione intergovernativa e da singoli stati nazionali, che senza alcun mandato di fatto determinano le politiche europee a danno e in violazione di procedure comunitarie in conformità ai trattati. Basta un esempio per dimostrare quanto sopra. Tra le clausole del Memorandum , concordato, anzi imposto alla Grecia, vi sarebbe quello di escludere la contrattazione collettiva sindacale ebbene l’art. 28 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE, che ha lo stesso valore giuridico vincolante dei Trattati, ai sensi dell’art. 6 del Trattato di Lisbona sull’Unione Europea, è chiaro ed inequivoco: “Diritto di negoziazione e di azioni collettive I lavoratori e i datori di lavoro, o le rispettive organizzazioni, hanno, conformemente al diritto comunitario e alle legislazioni e prassi nazionali, il diritto di negoziare e di concludere contratti collettivi, ai livelli appropriati, e di ricorrere, in caso di conflitti di interessi, ad azioni collettive per la difesa dei loro interessi, compreso lo sciopero”.

Uno spazio di azione si apre anche a livello europeo e questo mi consente di passare al secondo punto di questa lettera pubblica quello della questione socialista nell’ambito dei temi da affrontare se vogliamo dar vita ad una nuova sinistra. Un punto da chiarire: la questione socialista, come la intendo, non è la questione dei socialisti all’interno di un futuro schieramento, tanto per semplificare a sinistra del PD, sarebbe come ridurre la questione meridionale da questione nazionale a problema degli abitanti di quelle plaghe. La questione socialista è un problema della sinistra del suo complesso, se vuol tenere conto delle sue specificità. L’Italia è stato il solo paese in cui – quando l’Europa senza tener conto della sua storia e della sua cultura è stata divisa tra est ed ovest- il partito comunista non sia stato isolato politicamente, ma grazie anche al PSI, oltre che sul suo consenso elettorale, ha potuto amministrare enti locali e regionali, dar vita ad associazioni unitarie (ARCI, UISP) in vari settori e soprattutto ad un grande sindacato come la CGIL e al più grande movimento cooperativo italiano. Questa scelta è costata al PSI la scissione di Palazzo Barberini e la sua esclusione dall’Internazionale Socialista fino all’unificazione con lo PSDI. Nei paesi dell’Europa orientale le unificazioni costruirono partiti dove l’identità socialista fu negata anche quando conservata nel nome come la SED in DDR , il POUP in Polonia o il POSU in Ungheria. In Occidente di converso con le eccezioni di Italia, Francia, Cipro e Grecia, l’egemonia a sinistra fu di partiti socialdemocratici, socialisti o laburisti. In Spagna e Portogallo la fine dei regimi fascisti e corporativi assegnò alla fine della transizione un ruolo maggiore ai socialisti e lo stesso in Grecia dopo la caduta dei colonnelli. Una nuova dinamica si sviluppò in Francia con Mitterrand e l’Union de la Gauche. A mio avviso la dimostrazione che contrariamente alla vulgata non è l’esistenza di un forte partito comunista l’ostacolo all’esistenza di un forte partito socialista ma piuttosto di un partito democratico cristiano interclassista e con una componente di sinistra. In Francia fu lo scioglimento del MRP, già primo partito francese del secondo dopoguerra, nel 1967 e in Spagna l’insuccesso nelle elezioni del 1977 della democrazia cristiana di Joaquìn Ruiz Giménez a dar via libera all’espansione socialista. Una diversa lettura del riformismo socialista si impone quando le “riforme” del PD mettono in discussione le riforme socialiste del primo centro-sinistra a cominciare dallo Statuto dei Lavoratori, ma presto sarà la volta del Servizio Sanitario Nazionale. Non diversamente avviene nel resto d’Europa o in quei paesi come la Nuova Zelanda o l’Australia, che ne sono la proiezione. Le grandi conquiste del compromesso socialdemocratico, in primis il welfare state sono l’obiettivo delle destrutturazioni con il pretesto della crisi economico finanziaria che si è acuita a partire dal 2007, ma il cui punto di partenza è iniziato nel ventennio precedente con l’erosione del potere di acquisto d stipendi e salari e della loro percentuale del PIL rispetto alle rendite e ai guadagni finanziari, la concentrazione della ricchezza nel decile superiore delle classi sociali, quando non è l’1% denunciato dal movimento Occupy Wall Street. Si sta verificando la profezia, che per alcuni era anche l’auspicio, che con il crollo del muro di Berlino non si seppellisse soltanto il sistema sovietico, ma anche la socialdemocrazia, in quanto la sconfitta del comunismo, non giustificava più le concessioni fatte, nei paesi più sviluppati, ai sindacati ed ai loro partiti politici di riferimento. I partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti progressivamente perdevano il monopolio della rappresentanza delle classi popolari e dei lavoratori e dovevano fare i conti con formazioni alla loro sinistra non più identificabili con i partiti comunisti o acconciarsi a Grandi Coalizioni con gli avversari di sempre. Il risultato prevalente è stato l’aumento dell’astensione elettorale, come le elezioni federali tedesche del 2009 hanno mostrato: i 2/3 delle perdite della SPD non sono state recuperate dai Verdi e dalla Linke . Altro fenomeno è stato lo scivolamento di voti popolari verso movimenti populisti/nazionalisti dal Front National in Francia, all’UKIP in Gran Bretagna o ai Veri Finlandesi, per non parlare di Paesi come l’Ungheria. Le alleanze a sinistra come in Islanda, in Norvegia e da ultimo in Danimarca son state battute alle urne, come le elezioni non hanno, tranne in un caso, premiato le alleanze SPD-Linke nei Länder tedeschi. Il bilancio complessivo è uno spostamento a destra del panorama politico europeo, che, non me ne vogliano i compagni e le compagne, non è compensato dalle vittorie di Malta e Grecia, per la scarsa incidenza che hanno sulla percentuale della popolazione dell’UE. Tuttavia proprio la vicenda greca impone di riprendere la questione della sinistra. Il comportamento del PSE è stato censurabile e soprattutto irrilevante, malgrado la presenza qualificata della SPD nel governo tedesco, anzi proprio per questo è un artifizio parlare di PSE. La sua struttura confederale è la negazione del ruolo che i Trattati assegnano ai partiti europei . In una struttura confederale prevalgono gli interessi nazionali dei paesi più forti e dei partiti che li governano. La critica senza appello del PSE, che con la sua adesione al PD ha rinunciato ad esercitare un ruolo progressista, tuttavia non deve esimere dalla necessità che non esiste una possibilità di invertire la politica europea se i partiti membri del PSE sono considerati un blocco come un avversario da battere e non un interlocutore necessario, proprio perché è in gioco il futuro della democrazia in Europa. Pur con le differenze evidenti la situazione attuale presenta una caratteristica comune con la crisi democratica degli anni Venti e Trenta del XX° secolo: l’attacco alla democrazia è ampio e articolato e ha come obiettivo proprio le Costituzioni democratiche approvate nel secondo dopoguerra nel nostro continente, perché troppo democratiche e con un forte ruolo dei Parlamenti rispetto ai governi. Gli avversari non sono il fascismo ed il nazismo ma più subdolamente i centri di potere finanziario e dei governi che li rappresentano. La manovra a tenaglia è sia interna che esterna: interna con i progetti di revisione costituzionale per concentrare i poteri negli esecutivi, esterna con i i trattati internazionali, tipo il TTIP o i poteri di controllo assegnati ad organismi informali come la Troika, Commissione Europea , BCE e FMI. I Trent’anni Gloriosi 1945-1973 videro una grande espansione e un miglioramento delle condizioni dei lavoratori senza paragoni e di questo furono protagonisti il laburismo britannico e le socialdemocrazie scandinave, in generale fu un’epoca in cui l’economia sociale di mercato costruì un modello europeo, che è proprio quello che è minacciato dalle ricette di austerità e di riduzione della spesa pubblica. In verità parte del benessere distribuito ai lavoratori dell’Europa occidentale fu reso possibile dalle vantaggiose ragioni di scambio che estraevano risorse dal cosiddetto Terzo Mondo e dal neo-colonialismo. In quell’epoca i partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti avevano ancora una visione mondiale dei loro compiti come si desume dalla Carta di Francoforte fondativa dell’Internazionale Socialista e di essere portatore di altri valori per la società, per esempio Programma di Bad Godesberg della socialdemocrazia tedesca: una grande differenza con le Terze Vie di Blair o il Nuovo Centro di Schröder. Il socialismo democratico produsse piani come quello Maidner e personaggi come Willy Brandt e Olof Palme, per ricordare i più celebri, che hanno dato un contributo decisivo per i nuovi rapporti Est-Ovest e Nord-Sud.

Il punto politico principale è il che fare se uno dei punti principali è la difesa della democrazia e con essa dei diritti sociali? Sicuramente non ripetere la tragedia della divisione della sinistra come si era prodotta di fronte al fascismo. Recuperare i valori e le tradizioni del socialismo democratico non solo è necessario, ma anche essenziale per il successo della lotta. Non si chiede di assolvere nessuno, ma nemmeno di ripetere riflessi pavloviani per cui il PSE è la dimostrazione del famoso detto liquidatorio “Wer hat uns verraten? Die Sozialdemokraten.” ( trad, Chi ci ha tradito? Il socialdemocratico partito). Non possiamo consentire che ancora una volta le parole “socialdemocratico” o “comunista” siano usati, come deprecava Alain Touraine, come reciproci insulti. La delusione del PSE non toglie importanza all’interrogativo che “ Per noi – che, in quanto socialisti, facciamo parte di uno dei pochi grandi soggetti potenziali di una governance cosmopolitica – si pone allora una domanda piuttosto precisa: come andrebbero (e come sarebbero andate) le cose in Europa se non fosse in qualche modo ancora presente uno schieramento di forze socialdemocratiche?” C’è un percorso lungo e difficile di fronte a noi tutti, noi come socialisti critici e di sinistra l’abbiamo iniziato, sentendo la necessità di confrontarci con tutti, quelli che sono insoddisfatti dello stato della sinistra italiana, sapendo che non ci sono scorciatoie o modelli esteri che possano risolvere i nostri problemi .Una questione per noi è irrinunciabile comprendere il nesso indissolubile tra democrazia, libertà e socialismo per la conquista e la gestione del potere. Tra l’altro nel caso italiano proprio la difesa e l’attuazione della Costituzione sono la base di ogni unità a sinistra. Quali altri obiettivi potrebbe porsi una sinistra unita, diversi dal dare finalmente corpo al secondo comma dell’art. 3 della Costituzione, di cui fu redattore il compagno Lelio Basso? Il Titolo Terzo del Parte Prima della nostra Costituzione sui rapporti economici e sociali, basta citare ad esempio l’art. 36 Cost., disegna una società con rapporti più giusti ed eguali. Una volta di più è stabilito un nesso tra il contrasto della legge elettorale e della revisione costituzionale e una nuova società. I socialisti, che danno ancora un significato alla parola Socialismo, sono pronti: individuiamo con urgenza lo spazio pubblico per un confronto plurale e aperto a sinistra.

Milano 19 luglio 2015

Felice C. Besostri

 

 

 

 

Felice Besostri

avv. Felice C. Besostri Avvocato amministrativista, docente di Diritto Pubblico Comparato a.a. 2005/2009, Commissione Affari Costituzionali Senato della Repubblica XIII Legislatura, Assemblea Parlamentare Consiglio d’Europa 1997/2001 (Commissione Giuridica dei Diritti dell’Uomo, Commissione Ambiente, sottocommissione selezione dei giudici della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo), ricorrente contro ammissione dei referendum elettorali e la legge elettorale per il Parlamento europeo, interveniente nei giudizi contro la legge elettorale per il Parlamento nazionale. Presidente Rete Socialista – Socialismo Europeo.