Il Ritorno di Maramaldo

«Ricordate la scena? Francesco Ferrucci, eroico difensore della repubblica fiorentina, giace al suolo a Gavinana. La battaglia contro le forze imperiali è già persa e lui sta morendo. A quel punto, arriva un tal Fabrizio Maramaldo che lo sbeffeggia e lo finisce. Ma come tutti i morituri illustri Ferrucci trova il tempo per l’”ultima parola famosa”. “Vile tu uccidi un uomo morto”.
Da allora, il capitano dell’esercito imperiale è stato un modello da evitare. Almeno nella nostra vita pubblica. Mai infierire sul tuo avversario. Mai illudersi di averlo ucciso definitivamente. Mai voler fare troppi gol. Mai distruggere quando è sufficiente dividere. Mai…
Mai. Almeno prima di oggi. Perché oggi Rignano sull’Arno sta per diventare Rignano Maramaldo. Avendo dato i natali ad un leader che ha eletto l’”omicidio con insulto”a filo rosso del suo agire politico. O, per dirla in altro modo, avendo trasformato il gesto individuale di un bullo in un disegno politico-ideologico.
Fateci caso; nessuno ha mai amato le inaugurazioni come Lui (che si tratti di una fabbrica di missili o di un asilo nido). E nessuno, come Lui, ha pensato di affidare il futuro ad una serie di Uomini soli al comando (da Lui al magistrato anticorruzione, dall’industriale/benefattore al sindaco onnipotente, sino al preside d’istituto). E, conseguentemente, nessuno prima di lui aveva provato un così totale disprezzo per il passato; per le sue idee, per le sue istituzioni, per i suoi esponenti, per la sua complessità.
Il capitano pratica in diretta il colpo finale ad un avversario già in fin di vita. C’è un’occasione; si limita a coglierla. Lui annuncia pubblicamente le sue intenzioni prima ancora di iniziare la sua battaglia. Saint Just aveva detto che la rivoluzione si definisce come distruzione di tutto ciò che gli si oppone; Lui potrebbe dire che il Nuovo si definisce come distruzione del Vecchio.
Perciò, misura delle sue vittorie non è mai la qualità del risultati ottenuti (e cioè delle riforme attuate) ma piuttosto la possibilità di esibire davanti alle folle i senatori e i consiglieri provinciali che costano soldi, i sindacalisti che non lavorano e impediscono di lavorare agli altri. I magistrati che fanno troppe ferie. I burocrati fannulloni che mettono i bastoni tra le ruote, l’opposizione interna. E così via. Tutta gente che merita di scomparire. Perché inutile.
Nella vicenda dell’Italicum si seguirà lo stesso schema. Importante, certo, portare a casa “la riforma”. Ma più importante ancora umiliare pubblicamente i propri interlocutori/avversari. In una prima fase oggetto di questo trattamento sarà Berlusconi: rendendo chiaro a tutti che il patto del Nazareno è un accordo leonino in cui il Cavaliere potrà avere, alla fine, la legge elettorale che gli conviene; ma solo se, nel frattempo, avrà svolto diligentemente il suo ruolo di “oppositore di Sua maestà”. Al minimo sgarro, si passerà dal premio alla coalizione a quello alla lista; per il Cavaliere, lo scenario peggiore. In quanto, poi, all’opposizione Pd, il cadavere è sotto gli occhi di tutti: un’èlite rancorosa e incoerente; e, per altro verso, un mare di peones pronti a vendere anche la loro madre pur di evitare di perdere il seggio e il vitalizio.
Lo Scalpo come segno della vittoria. Rimane Lui, l’uomo solo al comando. Pronto a “cambiare l’Italia”(una vera e propria sfida agli dei; nessun uomo politico, nell’ambito di una democrazia liberale, aveva mai preteso tanto). E, intorno a Lui, un campo di rovine.
Rovine, innanzitutto, della democrazia. Non stiamo parlando di dittature incombenti o di regimi autoritari, manca, per inciso, al Nostro la caratura necessaria. Stiamo, parlando, piuttosto, di morte lenta, per conclamata inutilità. La democrazia non è il diritto di sapere chi ha vinto la sera delle elezioni, con l’annesso diritto, per quest’ultimo, di potere fare ciò che vuole fino al prossimo giro. E’ piuttosto il diritto/dovere per la collettività nazionale e per i suoi rappresentanti di costruire, insieme, il proprio futuro. E, allora, chi addita di continuo alla “gente” (senza, per la verità, essere smentito, in parole, opere e omissioni…) la politica, le sue istituzioni e lo stesso conflitto come un inutile e costoso gioco di ombre a copertura di puri e semplici interessi, personali o di gruppo, colpisce alla radice la democrazia. Senza abbatterla o soffocarla, per carità; semplicemente svalutandone radicalmente il senso e il valore.
Perciò, glielo diciamo per il suo bene, Lui dovrebbe stare attento. E noi con lui. Perché sta giuocando con il fuoco. “O me o il caos”. Da una parte una minoranza di soddisfatti o aspiranti tali. Dall’altra una marea di astenuti per convinzione. In mezzo, come sbocco di una rabbia impotente, populisti d’ogni ordine e grado; ma non in grado di governare. Per Lui, la vittoria assicurata. Per l’Italia, comunque, uno scenario da incubo. Chiunque vinca.

Alberto Benzoni

Felice Besostri

avv. Felice C. Besostri Avvocato amministrativista, docente di Diritto Pubblico Comparato a.a. 2005/2009, Commissione Affari Costituzionali Senato della Repubblica XIII Legislatura, Assemblea Parlamentare Consiglio d’Europa 1997/2001 (Commissione Giuridica dei Diritti dell’Uomo, Commissione Ambiente, sottocommissione selezione dei giudici della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo), ricorrente contro ammissione dei referendum elettorali e la legge elettorale per il Parlamento europeo, interveniente nei giudizi contro la legge elettorale per il Parlamento nazionale. Presidente Rete Socialista – Socialismo Europeo.