CONTRIBUTO CRITICO AGLI STATI GENERALI DELLA SINISTRA

«Una unità progressiva e crescente della sinistra in Italia è necessaria per farla uscire dalla condizione di sinistra più debole d’Europa, debolezza che si è accentuata con la formazione del PD, formazione di natura e vocazione neo-centrista.

Una sinistra forte, unita e rinnovata è essenziale per superare la sua frammentazione, che è nel contempo causa ed effetto della sua debolezza, se confrontata con il radicamento sociale ed elettorale delle formazioni di sinistra di altri paesi europei. Dalla Spagna al Portogallo, dalla Francia alla Germania e alla Gran Bretagna, dalla Grecia ai paesi scandinavi, persino nei paesi, già facenti parte del sistema sovietico, la sinistra, nelle sue varie espressioni, ha una consistenza maggiore di quella italiana.

L’orizzonte internazionale dell’azione politica non può essere ignorato per non fare operazioni di respiro provinciale: l’Italia è un paese importante, ma non è l’ombelico del mondo.

I processi di globalizzazione dell’economia, della finanza e della comunicazione richiedono una analisi adeguata ed una risposta politica allo stesso livello dei problemi da affrontare e risolvere nell’interesse della maggioranza dell’umanità.

Nei casi in cui la integrazione delle economie e lo sviluppo del commercio internazionale aumenta il prodotto interno lordo, comunque la distribuzione della ricchezza non soltanto è ineguale, ma anche crescente è la disuguaglianza, in termini di proprietà e di reddito, tra la minoranza più ricca e la maggioranza più povera, comprese le classi medie.

Nei paesi più industrializzati la parte di ricchezza destinata ai redditi di lavoro, dipendente ed autonomo, è in costante diminuzione, come potere d’acquisto e di frequente anche in termini assoluti, rispetto ai profitti ed alle rendite finanziarie, che godono altresì di un più favorevole trattamento fiscale.

Questo fenomeno è riscontrabile nella maggior parte dei paesi europei, ma particolarmente accentuato in Italia, aggravato dall’aumento del costo della vita.

Le privatizzazioni e liberalizzazioni hanno beneficiato per una trascurabile parte i consumatori, ma creato monopoli ed oligopoli privati preoccupati di massimizzare i profitti da rendita di posizione, più che investire in ricerca ed innovazione tecnologica.

Nei paesi con più alto tasso di sviluppo degli ultimi anni, come la Cina e la stessa Federazione Russa, lo sviluppo economico, notevole in termini di tasso di crescita del PIL,  non ha ridotto le disuguaglianze,  semmai le ha accentuate a favore di oligarchie politiche ed economiche, che detengono il potere grazie ad un ferreo controllo burocratico e poliziesco, che limita le libertà democratiche dei cittadini e dei mezzi di informazione.

Persino in paesi molto più democratici, come l’India, lo sviluppo economico impetuoso non ha eliminato e nemmeno ridotto le discriminazioni di casta, né ha rafforzato le libertà civili e sindacali.

In generale lo sviluppo economico, senza regole diverse dalla massimizzazione del profitto, ha creato e continua a creare minacce all’ambiente ed a rarefare le risorse energetiche non rinnovabili, nonché a provocare, insieme con altri fattori politici ed ambientali, esodi biblici di popolazioni per sfuggire alle guerre, alle carestie, alle discriminazioni etniche o religiose, alla povertà ed alla mancanza di libertà.

Le tensioni sono destinate a crescere, tanto più quanto più non vi è uno sforzo coordinato e corale per risolvere i problemi dell’umanità, in particolare di quella più sfavorita, cui non è garantita nemmeno l’acqua potabile, un’istruzione elementare e le cure sanitarie di base: tutti problemi risolvibili con una frazione minima delle risorse destinate alle armi ed alle guerre.

La globalizzazione accelera lo sviluppo capitalistico, ma anche le sue contraddizioni, potrebbe quindi far maturare più rapidamente le condizioni obiettive favorevoli alla sua riforma ed, in prospettiva, al suo superamento per costruire un ordine sociale nuovo. Una moderna forza socialista nei paesi più sviluppati deve assicurare una linea d’azione politica e parlamentare di netto stampo antiprotezionista, contro il peso della burocrazia amministrativa e la sua corruzione, contro lo strapotere delle banche e delle società finanziarie che non producono direttamente ricchezza.

Nei servizi pubblici si devono privilegiare gli interessi dei cittadini utenti, come anche si devono ripensare le liberalizzazioni e le privatizzazioni indiscriminate, parassitarie ed inefficienti.

I problemi non possono essere risolti da nuove guerre preventive, o con l’erezione di muri invalicabili per difendere i paesi ricchi dai poveri del mondo, né con la diffusione di sentimenti di insicurezza ed identitari da scaricare sui diversi e sugli emarginati.

Una nuova sinistra non può che essere pacifista, internazionalista, cosmopolita ed europeista, per quanto ci concerne più direttamente come italiani.

Una società multietnica e multiculturale non può che fondarsi su un laicismo rigoroso delle istituzioni pubbliche e nella estensione della libertà e della democrazia.

Una società libera e laica deve consentire a tutti, secondo le rispettive individuali inclinazioni, di essere riconosciuti e tutelati nella loro specificità o di essere integrati e persino assimilati in una comunità che ripudia ogni discriminazione legale o di fatto per ragioni di genere, nascita, provenienza, razza, lingua, religione od orientamento sessuale.

Una sinistra unita in Italia deve promuovere il progressivo avvicinamento a livello europeo delle forze progressiste e di sinistra sui temi economici, sociali ed ambientali e sui diritti civili e di libertà anche con i liberali, che nel resto d’Europa, specialmente nei paesi nordici, sono formazioni laiche e democraticamente progredite.

Una sinistra unita e rinnovata deve rifiutare la violenza, quale che sia la sua giustificazione: i popoli sono sempre stati vittima della violenza.

In casi eccezionali si può ammettere la legittima difesa dalle violenze o dalle minacce di violenza scatenata da altri, se non è possibile altra risposta da parte dell’ordinamento giuridico nazionale o da quello internazionale.

Il potere si conquista e si gestisce soltanto con libere elezioni e con il consenso della maggioranza.

La sinistra contemporanea ha legato indissolubilmente il proprio destino alla libertà ed alla democrazia, in tutte le sue forme dalla democrazia rappresentativa alla democrazia diretta fino alla democrazia partecipativa.

La sinistra unita italiana si deve compromettere in un impegno europeista, cioè per la creazione di una comunità politica soprannazionale, retta da istituzioni democratiche, rispettosa delle conquiste economiche e sociali dei lavoratori, strumento di pace e di cooperazione internazionale.

L’Europa deve avere una particolare responsabilità verso quelle parti del mondo già soggette al proprio dominio coloniale e sfruttamento economico.

Per le peculiari ragioni storiche delle migrazioni europee ed in senso opposto dell’esilio politico latinoamericano e dei vincoli così creati, è l’America Latina il primo banco di prova di un ruolo ed iniziativa autonoma dell’Europa nello scenario internazionale.

In nessun’altra epoca, dopo la sconfitta delle dittature militari, vi sono state le potenzialità  di oggi per una crescita democratica e sociale dell’America Centrale e Meridionale, grazie anche al riscatto delle popolazioni indigene. Il processo in corso dal Brasile al Cile, dall’Argentina all’Uruguay, dal Perù all’Ecuador, dalla Bolivia al Venezuela deve essere sostenuto politicamente dalla sinistra europea ed italiana e reso possibile economicamente da un diverso e più equo rapporto dei paesi europei con quelli americani.

Confrontarsi con le esigenze di sviluppo di quei paesi è un compito più difficile che esaltarsi per ogni espressione di sentimenti antigringos e continuare ad eccitarsi per i miti rivoluzionari, come Cuba, senza accorgersi delle degenerazioni autoritarie, repressive e poliziesche che la caratterizzano.

L’obiettivo di una sinistra italiana unita, larga e plurale in un contesto europeo non può essere perseguito se si ripropongono le divisioni e le discriminazioni del passato.

La frattura politica ed ideologica tra socialisti e comunisti propria del XX secolo deve essere superata nella comune visione di un socialismo nel XXI secolo: socialismo che, a differenza dei profeti del nuovismo rinunciatario, riteniamo sempre possibile ed attuale.

Una società socialista, come recitava il primo statuto del PSOE,  è una ”società senza classi composta da persone libere, uguali, rispettate e intelligenti”.

Le divisioni tra riformisti e rivoluzionari, tra socialdemocratici e massimalisti non hanno più senso: sono state divisioni tragiche, che hanno indebolito la sinistra di fronte all’instaurarsi del nazismo in Germania e del fascismo in Italia, ma comunque di altro spessore e dignità di quelle che vogliono perpetuare la teoria e la prassi delle due sinistre, una “riformista” e l’altra “alternativa” o “antagonista”.

Con la teoria e la prassi delle due sinistre non si potrà mai avere una sinistra a vocazione maggioritaria, cioè in grado di aspirare a dirigere il governo del paese e non semplicemente di stare ogni tanto al Governo.

Se le sinistre sono due, la sinistra non vincerà mai le elezioni.

La teoria e la pratica delle due sinistre comporta di dare la patente di sinistra “riformista” al PD, che invece è una formazione neocentrista. E comporta anche il fatto che la sinistra cosiddetta “radicale” si auto-confinerebbe al ruolo di eterno comprimario, di alleato un po’ riottoso ma subalterno al PD se sta al governo, oppure di irrilevante area di testimonianza e di protesta se sta all’opposizione.Una sinistra incapace di sfidare il PD in termini di capacità di governo ed innovazione è funzionale al progetto neo-centrista delle alleanze libere ed intercambiabili.

In ogni caso, non siamo interessati ad una sinistra unita che programmaticamente si trovi meglio all’opposizione a coltivare i suoi angusti orticelli piuttosto che al governo per risolvere, componendole, le contraddizioni tra realismo ed utopia.

L’orizzonte europeo impone a tutta la sinistra italiana, in tutte le sue sensibilità e provenienze, socialiste, comuniste ed ambientaliste di abbandonare la critica a priori nei confronti del socialismo democratico, che si riconosce nei valori, nella storia e nelle esperienze della socialdemocrazia e che si organizza nel PSE e nell’Internazionale Socialista.

Soltanto così si potrà costruire una sinistra unita, espressione del suo vasto popolo e non sommatoria burocratica ed elettoralista di gruppi dirigenti autoreferenziali, più preoccupati del loro personale destino che della creazione, anche in Italia, finalmente di una sinistra forte, innovativa e moderna perché unita, plurale, autonoma e laica.

Nell’immediato una sinistra larga, unita e plurale deve ripartire dal dialogo e dal confronto con quelle forze che non saranno presenti a Roma: non si può parlare di Stati Generali della Sinistra se non sono coinvolte tutte le sue espressioni.

In tale contesto ci dobbiamo riferire particolarmente ai movimenti di cittadini  autonomamente organizzati, alle realtà militanti ed alla Costituente Socialista, con la quale dobbiamo stabilire precise e stringenti azioni comuni nelle istituzioni e nella società. Diritti civili, laicità, libertà di ricerca, tutela dell’ambiente e difesa del potere d’acquisto di salari, stipendi, redditi da lavoro autonomo e professionale, rinnovamento, consolidamento ed estensione dello stato sociale sono terreni sui quali è possibile trovare un’intesa e definire un programma comune.

Francesco Barra (Campania)

Giuseppe Bea (Lazio)

Claudio Bergomi (Lombardia)

Marco Bertozzi (Umbria)

Felice Besostri (Lombardia)

Ettore Carettoni (Roma)

Simone Fabrizi (Umbria)

Ernesto Fedi (Toscana)

Roberto Giulioli (Roma)

Alessandro La Noce (Lazio)

Luca Lecardene (Sicilia)

Gianni Nardone (Lazio)

Paolo Preziosa (Lombardia)

Luigi Ranzani (Lombardia)

Giovanni Scirocco (Lombardia)

Francesco Somaini (Lombardia)

Angela Tedesco (Lazio)

Le adesioni al documento vanno inviate all’indirizzo: circololariforma@libero.it

 

Felice Besostri

avv. Felice C. Besostri Avvocato amministrativista, docente di Diritto Pubblico Comparato a.a. 2005/2009, Commissione Affari Costituzionali Senato della Repubblica XIII Legislatura, Assemblea Parlamentare Consiglio d’Europa 1997/2001 (Commissione Giuridica dei Diritti dell’Uomo, Commissione Ambiente, sottocommissione selezione dei giudici della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo), ricorrente contro ammissione dei referendum elettorali e la legge elettorale per il Parlamento europeo, interveniente nei giudizi contro la legge elettorale per il Parlamento nazionale. Presidente Rete Socialista – Socialismo Europeo.