La sfida democratica alla globalizzazionedi Felice Besostri Il noto leader democratico della Camera dei Rappresentanti, Tip O’Neal affermò perentoriamente che la politica è sempre locale. Basta questa convinzione, confermata dai fatti (si pensi al duello Bush padre – Clinton dopo la guerra del Golfo) per togliere ogni valore ad una discussione sulla democrazia in tempo di globalizzazione? Certamente i tipi alla O’Neal prevalgono nei parlamenti e nella dirigenza dei partiti di tutto il mondo e contro di essi ben poco può il professor Otfried Höffe dell’Università di Tubinga, se non scrivere il fondamentale saggio Democrazia nell’epoca della globalizzazione. I politici non sono peraltro alieni dal prendere a prestito dagli intellettuali idee guida, si pensi alla fortuna di Huntington, specialmente dopo l’undici di settembre, o di Fukoyama. Höffe parte svantaggiato perché i problemi che solleva non sono riducibili ad una formula suggestiva come lo scontro di civiltà o la fine della storia. La semplificazione è certamente possibile sottolineando l’inadeguatezza delle istituzioni pubbliche nazionali in un tempo nel quale i problemi sono di dimensione planetaria o quantomeno continentale. La presa di coscienza del problema non è sufficiente, se, nel contempo, non si propongono delle soluzioni e per di più soluzioni praticabili, e, aggiungo io, senza mettere in discussione le conquiste della democrazia. Vi è un pericolo nella denuncia delle inefficienze dello stato nazionale e della sua inadeguatezza a far fronte alla dimensione dei problemi, quando anche lo Stato ne fosse conscio (non ne è sempre il caso), sarebbe comunque impotente a risolvere in solitudine le sfide poste dall’internalizzazione dell’economia, dalla integrazione dei mercati finanziari e dalla globalità della comunicazione. Il pericolo è che il disprezzo dello stato nazionale si traduca in disprezzo delle istituzioni democratiche, che nello stato nazionale hanno avuto la loro massima espressione. Lo stato nazionale non è necessariamente democratico, né la democrazia è solo statale, anzi é stata storicamente preceduta da quella locale; ma è stato soltanto a livello nazionale che nel XIX e XX secolo la democrazia è stata forte politicamente, socialmente ed economicamente. Inoltre è riuscita nel compito di integrare la popolazione, di garantirne la salute e la sicurezza. Gli stati nazionali democratici nel XX secolo hanno vinto la sfida contro le monarchie autoritarie, i regimi fascisti e nazisti e il sistema comunista sovietico. Gli stati nazionali, anche quelli democratici, sono stati capaci di superare la loro più grande contraddizione interna, cioè il colonialismo, che negava alla radice i valori di fondo della democrazia e della dignità umana. Non possiamo fare dello stato nazionale il nemico da abbattere se non si ha non la garanzia, ma l’assoluta certezza che ciò non comporti una diminuzione della democrazia, ma semmai un suo rafforzamento. Questo a mio avviso è un problema centrale a cui si pone poca attenzione, perché vi è una tacita intesa sul punto tra forze tra loro diverse o addirittura contrapposte. Da un lato vi è lo svilimento teorico dello stato nazionale e delle procedure democratiche in nome dell’efficienza e della tecnocrazia, anche se poi sull’onda di tali critiche è più facile l’affermarsi dei demagoghi populisti; lo svilimento teorico sarebbe poca cosa se non si potesse constatare praticamente che i governi eletti democraticamente subiscono le decisioni prese dai grandi gruppi finanziari, dalle multinazionali e semplicemente da un mercato sregolato o da organizzazioni internazionali, sottratte ad ogni controllo democratico. Non tutti gli stati sono egualmente esposti nello stesso modo ai condizionamenti esterni: gli Usa e la Birmania non sono nelle stesse condizioni, ma neppure gli Usa ed ogni singolo stato europeo, compresi i maggiori, e la stessa Unione europea é condizionata (il sistema di governo Usa e il Nafta assicurano al sistema continentale nordamericano un grado di governance più omogeneo di quello europeo). Nelle organizzazioni e nelle istituzioni internazionali il peso dei singoli stati è diverso, basti pensare al Fmi ed alla Banca mondiale ed alle stesse Nazioni Unite. Sull’assetto complessivo del mondo (l’economicismo è sempre un pericolo in agguato come criterio di analisi) pesano anche fattori militari e di potenza, tanto più che il bipolarismo Est-ovest, per di più rappresentativo di sistemi politici contrapposti, è venuto meno e pertanto il ruolo egemonico degli Usa è senza rivali, reali o apparenti che siano. La critica allo stato nazionale non è soltanto alimentata dalla critica tecnocratica, ma anche dalla frammentazione etnica e religiosa, da localismi e regionalismi esasperati. Un quadro nazionale, dove vi sia una comunanza di cultura, di lingua e di valori derivanti da una storia condivisa è quello che consente alla democrazia di svilupparsi meglio, poiché alle normali divaricazioni politiche non si aggiungono quelle etniche, razziali e religiose, nonché le tensioni derivanti da una presenza di residenti senza diritti di cittadinanza. Negli ultimi tempi si è poi aggiunta una sfiducia nella democrazia rappresentativa, cui hanno contribuito scandali e corruzione del ceto politico, ma anche un giudizio di qualità sul ceto politico stesso, e sui criteri con cui è selezionato; in tali criteri le procedure democratiche ed i meriti dei singoli sono assolutamente estranei. Da qui una rivalutazione della democrazia diretta, delle coalizioni di interessi territoriali, della democrazia cosiddetta di base, delle aggregazioni spontanee, della specialità degli interessi (consumatori, genitori, studenti, giovani): tutti fenomeni che obiettivamente sfidano il concetto di cittadinanza, concepita come dimensione unitaria di esercizio e difesa dei diritti politici e sociali, con le conseguenti e necessarie mediazioni proprie dei sistemi democratici. È un bene, che il popolo di Seattle si sia manifestato, e che in questi ultimi anni sia diventato un soggetto di riferimento il movimento no-global, ma se non si compiono dei salti di qualità nella riflessione sulla risposta istituzionale alla globalizzazione, vi è una vittima già designata: la democrazia rappresentativa. Certo i parlamenti nazionali si stanno rivelando inadeguati, ma non per le ragioni alle quali comunemente si pensa, cioè per il loro potere. I parlamenti nazionali sono inadeguati perché consentono ai governi di essere gli unici soggetti di politica internazionale. Tutte le organizzazioni internazionali, salve poche eccezioni quali il Consiglio d’Europa ed altre organizzazioni regionali quali l’Osce, l’Ince, il Consiglio di Cooperazione Economica del Mar Nero e il Consiglio Baltico, sono strumenti di cooperazione intergovernativa. Quando anche una dimensione parlamentare è prevista, i poteri e le risorse in essere allocate sono ridottissimi. I parlamenti che esprimono delegazioni in istituzioni internazionali si disinteressano della loro attività e nessuna sinergia si crea tra dimensione parlamentare di un’organizzazione internazionale ed i parlamenti nazionali. Le organizzazioni non governative, malgrado il nome, proprio nei governi hanno i loro naturali interlocutori, perché sono questi che hanno i poteri decisori, detengono il potere da cui trarre benefici o sono i soggetti da combattere, insieme a Fmi, Banca mondiale e G8. Ma questa era la situazione precedente all’invenzione della democrazia rappresentativa, in cui si scontravano con il potere assoluto le corporazioni e le masse popolari e contadine in rivolta. Prima di dare per scontato che in un mondo globalizzato non vi sia spazio per un’iniziativa di riforme istituzionali, ma unicamente per un conflitto permanente, per una prova di forza tra le vittime della globalizzazione, in ipotesi la maggioranza dei popoli della terra, e i dominatori del mondo, cerchiamo di enucleare dei terreni possibili di uno scontro politico passibile di uno sbocco istituzionale. Le linee principali sono le seguenti: • Rafforzamento degli strumenti di cooperazione economica e politica a livello regional-continentale; • Priorità al rafforzamento istituzionale dell’Unione europea contestuale al suo allargamento. La democratizzazione delle istituzioni deve procedere con un allargamento dei poteri del Parlamento europeo, con l’abolizione dell’unanimità nelle decisioni del Consiglio europeo, con l’associazione dei Parlamenti nazionali, quali elementi costitutivi di una seconda camera, alla elaborazione della politica europea, compresa quella estera e di sicurezza comune; spazio giuridico e giudiziario comune; • Istituzione/rafforzamento del ruolo delle autorità di regolazione dei mercati globali, contestualmente alla creazione di una dimensione parlamentare presso ogni organizzazione e istituzione internazionale. Nella regolazione dei mercati e degli investimenti si deve esigere il rispetto, oltre che della libertà di movimento dei capitali, dei valori ambientali e sociali, nonché della preservazione della differenza biologica e culturale. • Previsione nei regolamenti parlamentari di atti di indirizzo ai governi sulle priorità delle organizzazioni e istituzioni internazionali con obbligo periodico dei governi di riferire ai parlamenti ed alle loro commissioni. Accanto alle proposte concrete vi deve crescere la convinzione che sia possibile dare un ordine alle contraddizioni del mondo, un ordine pacifico e razionale e che la democrazia non ha fatto il suo tempo. Non bisogna neppure abbandonare le utopie federaliste di un governo mondiale, poiché è soltanto in una democrazia planetaria, che le moltitudini che sono oggetto dei processi di globalizzazione, possono, invece, diventarne i protagonisti. Se non conta il principio un uomo/un voto non basta essere la maggioranza per vincere. Sia Höffe nel libro sopra citato che Jean-Marc Ferry2 ricercano alternativa di governo che non presuppongono uno Stato, sia pure di più vaste dimensioni. La ricerca di nuove forme di democrazia è auspicabile e legittima, essendo quelle attuali storicamente legate alle comunità locali e agli stati nazionali, cioè ad una dimensione territoriale, che malgrado la sua materialità, diventa evanescente negli scenari disegnati nel cyberspazio. Vi è un punto fermo: la conservazione e il rafforzamento delle istituzioni esistenti fino a quando non è garantito il passaggio delle competenze alle nuove forme democratiche. Il Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre é un primo luogo di confronto, essendo previsti tre forum istituzionali specializzati, quello dei parlamentari, quello delle autorità locali e quello dei giudici, accanto alla riunione generale dei movimenti, che si oppongono ad una globalizzazione dominata da mercati, in cui non vi sono valori poiché tutto è ridotto a merce. • Note 1 Otfried Höffe Demokratie im Zeitalter der Globalisierung - Monaco D., 1999. 2 Jean-Marc Ferry La questione de l’État Européen, Parigi, 2000
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