Dall’UDF all’UDS

di Felice C. Besostri

 

La costruzione del Partito Democratico procede a stento.

La contraddizione è palese o funziona come vuole Prodi (e i prodiani) e allora ha un leader chiaro e riconosciuto del partito e del Governo in caso di vittoria. Tuttavia, se funziona come vuole Prodi (e i prodiani) i partiti costituenti devono fare molti passi indietro ed addirittura scomparire.

Il governo Berlusconi perseguendo gli interessi propri e con l’obiettivo di tenere insieme una coalizione sempre più sgangherata, ha, però, fornito a Prodi gli strumenti giuridici ed istituzionali per far trionfare il suo disegno: la legge elettorale con liste bloccate e premio di maggioranza alla Camera vincolato ad candidato premier e senza limite di candidatura in tutte le circoscrizioni e, infine, una riforma costituzionale, dove la parte più importante non è la devolution, ma l’introduzione del premierato.

Il leader dello schieramento più forte e della coalizione è la figura politica che detterà legge, pena lo scioglimento del Parlamento ovvero l’impossibilità di collegarsi al candidato premier, se questi non concorda con la composizione e l’ordine delle liste in tutte le circoscrizioni.

Il suo potere lo può esercitare teoricamente nei confronti di tutti i partiti coalizzati, ma sarà massimo nei confronti dei partiti di riferimento diretto, cioè DS e Margherita.

Nei confronti degli altri partiti può mettere veti singoli e sporadici, ma senza tirare troppo la corda, in fin dei conti l’ampiezza della coalizione ed il sostegno solidale dei componenti è la garanzia del suo successo.

La musica è diversa nei confronti della lista, che intende capeggiare in tutte le circoscrizioni e sulla base di un’impostazione strategica-programmatica da lui principalmente decisa e con il controllo diretto dei mezzi finanziari disponibili.

Come appare dalla lettura dei giornali, la candidatura unica e concentrazione nelle mani di suoi collaboratori dei flussi di spesa non sono stati ben digeriti, ma mai ci sarà storia o un vero chiarimento: le parti cercheranno di trovare una formula che salvi la faccia.

Alla fine Prodi si candiderà in tutte le circoscrizioni e i partiti dovranno contentarsi di bloccare le teste di lista in tutte le circoscrizioni.

Questo blocco tuttavia non potrà mai avere la stessa valenza simbolica della candidatura unica come capolista di Prodi.

Né Fassino, né Rutelli nei rispettivi partiti sono in grado di farsi passare come numeri 2 o 3 in tutte le circoscrizioni. Dove relegherebbero i DS il loro Presidente D’Alema? O dove, la Margherita, Parisi o Marini?

Se si troverà un compromesso, non si potrà mai verificare un cambiamento di rotta nell’evoluzione del sistema politico, neppure un arresto, al massimo una pausa.

Quando, provenendo dall’Africa Orientale, comparve nel Mediterrano ed in Europa, l’homo sapiens era numericamente minoritario rispetto agli uomini di Neanderthal. Tutti, però sappiamo, ciascuno di noi ne è individualmente la testimonianza, come è andata a finire: l’homo sapiens, sia pure sempre meno saggio, è qui, mentre i neanderthaliani si sono estinti.

Più passa il tempo senza una definizione programmatica dell’Unione, o come cavolo si chiama ora la coalizione, e della lista unitaria e più la leadership di Prodi oggettivamente si rafforza: sarebbe controproducente contraddirlo o addirittura, anche in caso di scontro all’arma bianca, pensare di sostituirlo.

In politica i fatti contano. Prodi ha una legittimazione che nessun altro leader di partito ha.

È vero che le primarie erano state pensate per la scelta del leader dell’Unione, cioè della formazione che doveva presentare liste unitarie al Senato ed al maggioritario Camera.

Non è colpa dei 4 milioni e 300 mila elettori, che hanno partecipato, se l’Unione non c’è più, né come lista, né come simbolo.

Il nuovo e preponderante peso acquisito da Prodi non può essere contestato da chi ha dato, la sera stessa delle primarie del 16 ottobre, l’interpretazione che fosse la risposta popolare di assenso alla formazione di un Partito Democratico ed alla leadership di Prodi.

La stessa discussione sul nome del contenitore, prima la Fed, poi il Partito Riformista e da ultimo il Partito Democratico è una tipica discussione nominalistica.

Se una formazione politica rinuncia di presentarsi con il suo simbolo alle elezioni ed, in ogni caso, dopo le elezioni non forma un suo gruppo parlamentare, anche quando ha presentato il suo simbolo: ha cessato di esistere come soggetto autonomo o si appresta a farlo.

Né l’identità gli può essere restituita dall’incasso dei contributi elettorali.

Allora il Partito Democratico è meglio farlo subito, anche con una operazione traumatica, piuttosto che vivere un’eterna transizione di un partito che ha i suoi organi e ha celebrato i suoi congressi, ma privo degli strumenti che rendono visibile la sua identità e linea politica e con una leadership esterna legittimata direttamente dagli elettori e non dagli iscritti.

Prendiamo atto che non ci sono le condizioni né per fare subito il Partito Democratico/Riformista, né per continuare a far finta di esistere come soggetto politico autonomo.

Come già detto, non solo non è opportuno, ma sarebbe addirittura criminale, indebolire la leadership di Prodi in una fase di rimonta della “Casa delle Libertà” dopo lo slogan “una casa per tutti”.

Se non si può accelerare, né stare in mezzo al guado o a bagnomaria, pensiamo seriamente a esperimenti di Unione federativa, che non annulli le identità dei componenti, che possono entrare in una competizione virtuosa per originalità programmatica e di organizzazione democratica.

Prodi può fare il Valery Giscard d’Estaing di una nuova e inedita Unione Democratica e Socialista.

Pace, lavoro e libertà per tutti.

Milano, 22 novembre 2005