di Felice Besostri
In 1984 di George Orwell la riforma del linguaggio con lo stravolgimento del senso comune delle parole era un pezzo essenziale del sistema di dominio. Lo stesso sta accadendo oggi, sia pure a scala minore, nel nostro paese e nel dibattito politico. Due esempi sono costituiti dalla legge elettorale e dalle primarie. Non ci piove che la modifica della legge elettorale nell’imminenza delle elezioni, senza un consenso ampio di maggioranza ed opposizione, rappresenti una grave scorrettezza, indipendentemente dal merito della riforma. Tuttavia questo non giustifica la critica che la scorrettezza consista nel ritorno al vituperato proporzionale. La nuova legge non è una legge elettorale proporzionale. Se le parole conservano il loro significato, è proporzionale una legge, in cui i seggi sono attribuiti in proporzione ai voti ottenuti. L’esistenza di un premio di maggioranza, o, meglio detto, alla maggioranza relativa, esclude in radice, che si tratti di una legge elettorale proporzionale. Con una legge elettorale proporzionale non è incompatibile una clausola di sbarramento o di una soglia di accesso, che ha la funzione di eliminare dal riparto rigorosamente proporzionale dei seggi le liste di candidati che non superano lo sbarramento. Non è nemmeno incompatibile con un sistema di elezione proporzionale che una parte dei parlamentari sia eletta in seggi uninominali maggioritari, quando, come nel sistema tedesco, il riparto finale dei seggi rispetti esattamente la percentuale ottenuta nel voto proporzionale. Un’altra caratteristica dei sistemi elettorali maggioritari è che gli elettori possono scegliere tra i candidati, ma non i candidati, come è il caso delle liste bloccate. Anche in questo caso, in assenza di panachage, l’elettore, come nel maggioritario, è posto di fronte ad un’alternativa secca. Il voto di preferenza comporta altre distorsioni, quali la competizione all’interno della stessa lista, massima quando la preferenza è unica, ed un costo più elevato della campagna elettorale. Può, quindi essere eliminato, ma a condizione che il processo elettorale preparatorio sia trasparente e democratico e preveda liste di candidati omogenee: il voto proporzionale ha come presupposto il voto di appartenenza ad un partito, non ad uno schieramento.
La nuova legge elettorale ha, quindi, poco delle caratteristiche di un voto proporzionale.
Abnorme appare la grandezza delle circoscrizioni, che, di norma per la Camera e sempre per il Senato, coincidono con la Regione. Nulla a che vedere con il sistema tedesco, o, quello spagnolo, in un caso perché le liste bloccate riguardano soltanto la metà dei seggi e nell’altro perché le circoscrizioni coincidono con le province e quindi sono ridotte. In tutti e due i casi si vota per liste omogenee, cioè per liste di partito, che hanno scelto i loro candidati nell’osservanza delle rispettive procedure statutarie. In Italia la nostra Costituzione prevede soltanto (art. 49) che tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Nell’interpretazione corrente ciò è stato inteso come salvaguardia della pluralità di partiti, cioè nel gioco democratico tra partiti e non che i partiti stessi dovessero avere un ordinamento interno democratico. In Germania (art. 21.1 GG) ed in Spagna (art. 6 Cost. 1978) invece la democraticità degli statuti dei partiti è una condizione essenziale, ciò ha permesso una loro regolamentazione pubblicistica e la giustiziabilità dei loro Statuti.
Le primarie sono poi un metodo di selezione del candidato migliore di un partito per contrapporsi al miglior candidato dell’altro partito e per questa ragione sono state inventate e si sono diffuse in sistemi politici bipartitici, come gli Stati Uniti. Le nostre primarie hanno costituito una deviazione dal modello in quanto si sono svolte in un ambito pluripartitico e con lo scopo di designare il leader di una coalizione non omogenea, in partenza. La coalizione, non è soltanto un cartello elettorale, ma ha l’ambizione di prefigurare un’alternativa di governo, cioè con un alto grado di coesione politica e programmatica. Le primarie erano necessarie perché il leader della coalizione non era il leader del partito più forte ed, anzi, era in minoranza nel suo stesso partito di riferimento. Bene! Abbiamo partecipato alle primarie ed abbiamo organizzato la partecipazione, anzi ne abbiamo reso possibile la stessa effettuazione dal punto di vista logistico. Ebbene, appena finite e con una partecipazione superiore ad ogni aspettativa, sia pure con grandi differenze territoriali e di classi di età, la manipolazione del linguaggio ci ha consegnato un risultato del tutto differente. Sembra che non abbiamo investito il leader dell’Unione, come sancito dalle regole e risultava dalla stessa scheda, ma abbiamo dato un mandato a Prodi di definire un programma e di riorganizzare l’assetto politico della coalizione. E’ vero che le primarie erano state pensate in un altro contesto, quando cioè era chiaro che l’Unione si sarebbe presentata con un unico simbolo nella parte maggioritaria Camera ed al Senato, ma se il significato era diventato altro doveva essere esplicitato prima, scusate il bisticcio, delle primarie. Un programma non c’era ed il Partito Democratico è sbucato dopo le primarie, ad urne chiuse, come esigenza posta dalla nuova legge elettorale. Una legge elettorale contrastata frontalmente, con la baldanza, di chi scommetteva sulla mancata approvazione, tanto che non si sono fatti tentativi per eliminarne gli aspetti più odiosi, quali l’assenza di un limite alle candidature e le liste bloccate in circoscrizioni elettorali vaste, cioè gli aspetti tipici delle concezioni plebliscitarie e padronali del caudillo Berlusconi. Una legge concepita per ricompattare una maggioranza in crisi per la legge della eterogenesi dei fini si è trasformata nella levatrice di un progetto politico, quello del Partito Democratico. Repentinamente la Margherita di Rutelli, che aveva affossato la lista unica riformista nel proporzionale Camera, si è convertita al Partito Democratico. La ragione è semplice ed deriva dalla nuova legge elettorale, che è funzionale al progetto. Rutelli chiede un Partito Democratico che nasca su basi paritarie e, quindi, quale strumento migliore delle liste bloccate? E dell’assenza di limiti alle candidature? Il leader dell’Unione, quello scelto dalle primarie, si trasforma di colpo nel leader, in pectore, del Partito Democratico, che sarà capolista in tutte le circoscrizioni, cioè che competerà con Berlusconi sul suo stesso terreno. L’adesione senza riserve alla nuova legge elettorale, quella che è stata definita un attentato alla democrazia, non si limiterà al capolista, ma avrà come conseguenza la definizione di teste di lista di pluricandidati, segno visibile della pluralità delle forze chiamate a concorrere al progetto. Nei partiti dell’Unione non si neppure incominciato a discutere dei programmi, che già si definiscono gli organigrammi. Il superamento degli steccati tra i vari riformismi non avverrà affrontando di petto le contraddizioni, che, tuttora, persistono, come il referendum sulla procreazione assistita ha drammaticamente evidenziato, ma assicurando una equilibrata rappresentanza nel Parlamento delle varie anime. Un conto è trovare delle scorciatoie, un altro quello di aggirare gli ostacoli. Sulla laicità delle istituzioni, in tema di politica della famiglia o dell’istruzione, come in politica estera e nella concezione della sussidiarietà, per non parlare del mercato del lavoro e della riforma del welfare siamo ben lontani dall’avere posizioni omogenee od almeno convergenti, però avremo liste (bloccate) ed addirittura un unico gruppo parlamentare.
Una vera e propria fuga in avanti, che compromette la finalità di una Unione più coesa ed all’interno dell’Unione un nucleo riformista non solo maggioritario, ma anche egemone.
Gli esponenti del progetto del Partito Democratico invocano spesso il New Labour di Tony Blair, che la sua svolta l’ha compiuta dentro il suo partito e non proponendo unificazioni con altre forze e senza porre in discussione l’appartenenza all’Internazionale Socialista ed al Partito Socialista Europeo o facendosi dettare l’agenda sociale dalla Chiesa anglicana, che pure in quel paese, è la chiesa ufficiale dello Stato.
(intervento per l’assemblea della Sinistra DS, 21 ottobre 2005, Roma)