Alba o tramonto sull’Unione?
La crisi dell’Ulivo si è risolta con l’accantonamento della Federazione e della sua lista unitaria alla parte proporzionale della Camera dei Deputati.
Una tregua armata per i prodiani della Margherita, che sono, come si dice, più realisti del Re o forse più realisti nel senso che percepiscono la rottura come le smagliature delle calze di nylon, che si possono arrestare ma non riparare.
Una fase ed un progetto sono finiti: si capisce che molti non ne vogliono prendere atto perché dovrebbero confessare che una linea sanzionata dall’80 per cento del congresso era sbagliata o, comunque, non c’è più.
Ma sarà necessaria una forte dose di coraggio, se si vuole progettare un futuro malgrado le ceneri della Federazione e della cocente sconfitta nel referendum sulla legge 40.
In altre parole, progettare il futuro di un partito, cui i consensi elettorali dovrebbero assegnare la guida della coalizione dell’Unione, se fossimo in quel paese normale, in cui una volta, il compagno D’Alema avrebbe voluto vivere.
Ritorna prepotente la questione dell’identità dei DS nell’ambito delle famiglie politiche presenti in Europa.
L’identità di un partito non è risolta da fatti, formali e burocratici, quali l’essere membro del PSE e dell’Internazionale Socialista, se non si viveva nella mente e nei cuori degli iscritti, dei militanti e dei dirigenti.
Siamo molto lontani da ciò, come si può constatare da piccoli dettagli, nei quali si annida il diavolo secondo un famoso detto inglese.
Gli ultimi dettagli che mi hanno colpito sono stati la pubblicazione sul Riformista, cioè su un giornale eretico, di un invito di Rino Formica ad una profonda riflessione sui valori del socialismo umanitario e democratico e sull’Unità, cioè l’organo ufficioso dei DS, di una striscia di Staino-Schulz (sia chiaro bellissima, comicissima, efficacissima) sulla crisi della Federazione, nella quale l’opinione comune sui socialisti è ben rappresentata: una forza irrilevante.
Potranno mai i DS diventare un grande partito del socialismo democratico italiano ed europeo, con una tale idea dei socialisti?
È vero alcuni che si definiscono tali, e come tali sono accettati, fanno parte della maggioranza di centro-destra (il Nuovo PSI) ed altri (lo SDI) erano tra i più vogliosi ad abbandonare l’insegna della vecchia ditta per diventare generici riformisti ed altri ancora, che socialisti sono e si sentono, non sono più percepiti come tali proprio per l’iscrizione nei DS dopo gli Stati Generali della Sinistra di Firenze.
Destini individuali di cui possiamo disinteressarci, se non come tracce da seguire per capire le ragioni di una identità smarrita o mai seriamente ricercata, benché sancita dal Congresso di Pesaro.
Per esempio, potrebbe una forza del socialismo democratico europeo disinteressarsi di quanto succede alla sua sinistra.
È vero che ci pensa Rifondazione, che è disposta ad accogliere qualche personalità emergente o emersa, ma anche stoppare qualsiasi tentativo di aggregazione politica nell’area di sinistra e dei movimenti: le ultime avances di Diliberto (Corriere della Sera, 17.06.2005) sono state respinte al mittente da Bertinotti (Unità, 19.06.2005).
D’altra parte per quale ragione si dovrebbero affrontare questioni di fondo, come quelle che si porranno in Francia nel PSF dopo il referendum sulla Costituzione europea ed in Germania dopo la discesa in campo a capo della WASG (alternativa elettorale per la giustizia sociale) dell’ex Presidente della SPD, Oskar Lafontaine.
Molto meglio partecipare a primarie, servite su un piatto non per vincerle, ma per incassare la mancanza di alternative a sinistra.
Bertinotti è chiaro e diretto nelle sue esternazioni: nega alle prossime primarie ogni valenza programmatica, servono soltanto a scegliere il leader, ma dando per scontata la vittoria di Prodi: ma allora che scelta è? Non la scelta del leader, ma dei leaders, quello della maggioranza, di centro-sinistra, Prodi, e quello della minoranza di sinistra-sinistra, Bertinotti.
Se le primarie non definiscono il programma ed hanno già un vincitore designato, cioè Prodi, quale è l’unico senso che rimane? Definire le aree politiche di riferimento dell’Unione: un’area disomogenea di centro-sinistra, percorsa di tensioni e sospetti irrisolti (intervista di Parisi al Corriere della Sera del 19.06.2005) ed un’area di sinistra-sinistra con un leader incontrastato.
Le primarie non definiranno i programmi dell’Unione, ma paradossalmente chi li dovrà sostenere in Parlamento, cioè i rapporti di forza nelle candidature.
La tentazione si allarga: si candida anche Pecoraro Scanio (La Repubblica, 19.06.2005), cioè l’esponente di un Partito che non ha ancora una collocazione nelle liste proporzionali Camera.
La proporzionale tanto vituperata paradossalmente prenderà la sua rivincita nelle primarie: come dopo il referendum non si potranno ignorare le percentuali ottenute dai singoli candidati.
Una brillante soluzione alla crisi l’accordo sulle primarie, sicuramente meno devastante della scissione della Margherita, ma di cui non si sono approfondite tutte le implicazioni, che si cercherà di sterilizzare con regole severe per la ammissione dei candidati e, forse, della platea di riferimento.
Se le primarie alla fine avranno due soli candidati, scelti da qualche decina di migliaia di persone ed anche da qualche centinaio di migliaia, sarà una sconfitta della mobilitazione degli elettori e della partecipazione popolare.
Se avremo una pluralità di candidati il prezzo politico sarà pagato in termini di candidature da chi non si candida (scusate il bisticcio). I DS rischiano, non essendo a differenza di Prodi e Bertinotti portatori di un progetto proprio, neppure quello del socialismo europeo, di pagare prezzi alla Margherita e Rifondazione, intese come formazioni politiche, e a Prodi, quale leader della coalizione, che vorrà essere garantito da una pattuglia o da un plotone di fedelissimi.
È triste dover parlare di politique politicienne, ma ditemi un pò voi dove si discute seriamente di programmi? In quali contesti e con quali interlocutori sociali? Chi distribuisce e a chi i biglietti per Fabbriche, Cantieri e Camere di Consultazione Permanente? È questo che intendiamo quando si parla di partecipazione elettorale?
Queste sono solo domande, ma le risposte?
In questa fase è più meritevole formulare buone domande che dare cattive risposte, di queste ultime sono capaci in tanti.
Milano, 20 giugno 2005
Felice Besostri