CONFRONTARSI CON IL LABURISMO (II)
Nella parte I dell’articolo “Confrontarsi con il Laburismo” si era fatta una affermazione perentoria, cioè che il Labour era la sinistra in Gran Bretagna.
I dati elettorali sono incontrovertibili.
Sommando tutte le formazioni di sinistra del Labour, cioè Respect (la lista del laburista dissidente Galloway, eletto in un collegio di Londra), Socialist Labour Party (Scargill, do you remember?), Socialist Alternative, Communist, Socialist, Workers Revolution, Workers – Socialisti Scozzesi) raggiungono 140.911 voti, di cui 65.217 sono da attribuire alla sola lista Respect con 1 deputato.
Per avere un’idea il solo Social Democratic e Labour Party nell’Irlanda del Nord ha ottenuto 125.626 voti e 3 deputati ed il partito Plaid Cymru, nazionalista gallese, 174.838 e 3 deputati. Dunque, se si sostiene che il Labour Party non è la sinistra, la sola conclusione è che in Gran Bretagna non c’è sinistra.
Bertinotti sbaglia bersaglio quando contrappone una buona socialdemocrazia svedese ad un cattivo laburismo britannico, dimenticandosi che in Svezia e Gran Bretagna la linea è determinata in congressi aperti e democratici e non affidata, come in Italia, in Rifondazione e nei DS a interviste estemporanee o a dichiarazioni in convegni di studio.
La relativa sanzione (sul piano nazionale complessivo la perdita di voti è avvenuta nei confronti dei Conservatori) sulla partecipazione alla guerra in Irak è stata più di natura etica (Blair ha mentito in Parlamento e alla pubblica opinione), che politica, cioè come ripudio della guerra, altrimenti non si spiegherebbero i guadagni dei conservatori favorevolissimi alla spedizione irakena.
Il rifiuto politico della guerra si è espresso nelle due candidature dissidenti laburiste, entrambe coronate da successo, ma soprattutto nei voti contrari sia nel partito, che in Parlamento.
Tra i seggi laburisti persi, chi sono gli sconfitti? I sostenitori o gli oppositori della guerra? Per poter rispondere occorrerebbe incrociare i nomi di quelli che votarono contro a Westminster con gli eletti nei singoli collegi.
Resta il fatto che subito dopo le elezioni un gruppo di parlamentari capitanato da Robin Cook ha chiesto a Blair di ritirarsi.
Il vero terremoto politico non si è verificato né nel Galles, né in Scozia, cioè nelle due regioni dove più forti sono state percentualmente ed in seggi le perdite laburiste, bensì nell’Irlanda del Nord. Questa regione presenta un panorama politico totalmente distinto da quello inglese, caratterizzato da tre partiti (laburista, conservatore e liberaldemocratico), ma anche da quello gallese e scozzese, in cui ai tre partiti nazionali si aggiungono un solo partito nazionalista regionale, il Plaid Cymru in Galles ed il Partito Nazionalista Scozzese in Scozia.
La regione nord-irlandese è divisa e frammentata: divisa tra cattolici e protestanti, tra nazionalisti irlandesi e unionisti, frammentati in una pluralità di partiti che si contendono lo stesso elettorato.
I partiti con rappresentanza a Westminster sono quattro, due “cattolico-nazionalisti” Sinn Fein e Social Democratic Labour Party e due “protestanti unionisti”, Democratic Unionist Party e Ulster Unionist Party.
Come già detto, escono vincitori i partiti più radicali, Sinn Fein che guadagna un seggio e il DUP del reverendo Paisley, che con nove seggi ne guadagna quattro a spese dell’UUP di Trimble.
Non si tratta di una mera ridistribuzione di carte all’interno dei due campi, ma la sconfitta delle forze di pace, come se in elezioni panisraelopalestinesi i vincitori fossero Hamas da un lato e Gush Emunim dall’altro.
Il protagonista protestante David Trimble degli Accordi di pace del Venerdì Santo (Good Friday Agreement) del 1998 è il grande sconfitto, neppure rieletto.
Eppure nel referendum del 22 maggio 1998 gli accordi furono approvati dal 71,2% degli elettori dell’Irlanda del Nord e nella assemblea eletta in settembre l’UUP divenne il primo partito con 28 seggi, seguito dallo SDLP con 24 e dal Sinn Fein con 18. L’IRA non ha disarmato totalmente e questo ha contribuito alla radicalizzazione dei due campi.
Tornando alla Gran Bretagna, il Labour è il primo partito in Scozia, nel Galles, a Londra, nel North West, nelle West e East Midlands precedendo i conservatori e nel North East davanti ai Liberal democratici. È, invece, il secondo partito nel South East e nello Eastern ed infine il terzo partito nel South West, l’unica regione dove è stato sorpassato dai liberaldemocratici.
Per quanto concerne l’insediamento sociale, secondo il ricercatore politico della BBC David Cowling se è vero che i Laburisti hanno riceduto ai Tories alcuni seggi suburbani di classe media conquistati nel 1997, le perdite maggiori le hanno avute tra la classe media bassa nei confronti dei Conservatori e nei giovani (18-24 anni) verso i Liberaldemocratici, mentre hanno migliorato il loro insediamento tra le donne.
I guadagni in seggi dei liberali avrebbero potuto essere più consistenti, se non avessero ceduto voti ai conservatori nei seggi marginali liberal-conservatori proprio per il fatto di essere stati percepiti in queste circoscrizioni moderate, cioè con i laburisti in terza posizione, come a sinistra dei laburisti.
I laburisti hanno speso i loro sforzi nel coltivare i voti delle “famiglie che lavorano duro”, specialmente le donne sole con figli e questa strategia ha avuto successo: in queste votazioni le percentuali di voto maschili e femminili sono state equivalenti per la prima volta.
Assistenza dei bambini, assistenza sanitaria ed educazione sono particolarmente importanti per l’elettorato femminile.
Nel 1997 i laburisti avevano conquistato molti voti tra la classe media-bassa ed i proprietari di case mantenendo i voti della classe operaia.
Questa volta, invece, il voto tra gli operai non specializzati è sceso dal 58% al 45% e nella classe media hanno mantenuto un vantaggio unicamente tra i fruitori di un mutuo per la casa, grazie ai tassi molto bassi.
Tra i giovani i laburisti hanno avuto gli stessi andamenti che tra gli operai non specializzati, passando dal 58% dei voti del gruppo di età 18-29 anni al 42% e sono rimasti minoranza tra i più anziani.
Secondo Cowling i Laburisti hanno tratto vantaggio dal fatto che in media i loro collegi sono più piccoli di quelli dei conservatori, ma tale vantaggio verrà meno con la revisione dei collegi già prevista per il 2007.
La percentuale nazionale di laburisti è stata del 35,2%, una percentuale rispettabile e molto lontana da quello di un ipotetico partito di sinistra unita italiana dai DS a Rifondazione.
La Gran Bretagna politicamente è sempre stata molto lontana dalla sinistra continentale.
Storicamente i modelli che via via si imponevano erano più vicini a quelli francesi o tedeschi, per non parlare della fase sovietica.
Il ruolo decisivo dei sindacati nelle esperienze laburiste e nordiche: gli svedesi e i norvegesi si chiamano partito dei lavoratori e non socialista o socialdemocratico, hanno reso quelle esperienze estranee ad una sinistra, che per lungo tempo aveva ridotto l’autonomia sindacale, che si è rafforzata grazie alle debolezze della sinistra politica ed alle sue divisioni.
Le scelte britanniche cominciarono a circolare anche in Italia grazie alle vittorie dell’Ulivo, che anticipò di un anno quella del Labour, anzi del New Labour.
Per un certo tempo si cominciò a parlare di Ulivo mondiale, che avrebbe unito gli italiani ai laburisti di Blair ed ai democratici americani di Clinton, passando per il Brasile di Fernando Henrique Cardoso (chi fosse nostalgico dovrebbe prendere nota che negli USA c’è Bush ed in Brasile Lula).
La popolarità assunta dal Labour si spiega anche grazie alla fortuna di una parola d’ordine come Terza Via, del titolo di un libro di Anthony Giddens, apparso nel 1998. Il sottotitolo del libro lo collocava, peraltro, nell’ambito del dibattito presente nel socialismo democratico, richiamando il rinnovamento della Socialdemocrazia.
Il libro suscitò consensi entusiasti ma anche forti critiche alle quali Giddens rispose con il libro The Third Way and its critics (La Terza Via e i suoi critici) nel febbraio 2000. In questa replica ai suoi critici Giddens accentuò gli aspetti socialdemocratici del suo pensiero, rispondendo in particolare che le sue fossero idee effimere incapaci di fronteggiare le ineguaglianze di reddito e di potere, ma che anzi la politica della Terza Via fosse la sola capace e fattibile di fronte alle sfide.
Giustamente il rinnovamento (che si condivida o meno il segno di questo rinnovamento) è stato concepito come rinnovamento della sinistra e non come liberazione dalla (vecchia) sinistra, come è stato presso molti seguaci nostrani della Terza Via.
Tra i commentatori di fatti inglese, pardon, britannici dopo le elezioni del 5 maggio, l’unico che ho apprezzato è l’amico Michele Salvati (il Corriere del 08.05.2005), quando spiega le ragioni per le quali il Labour Party non si allea con i Liberal Democrats, benché sia un partito liberale di Sinistra. In termini italiani, c’è meno differenza tra Lab e Libdem di quella che corre tra l’Udeur ed i comunisti italiani o tra la Margherita e Rifondazione, tutti insieme appassionatamente nell’Unione.
La spiegazione sta nel fatto che la definizione del Labour come liberale è sbagliata o almeno riduttiva.
Il Labour ha bisogno per vincere di allargare la sua influenza alla classe media, ma senza rinunciare a rappresentare la sinistra e l’elettorato popolare tradizionale. Alla fine c’è un elemento di differenza tra il liberalismo progressista ed il conservatorismo compassionevole da un lato e la socialdemocrazia dall’altro, cioè nel non rivolgersi soltanto agli individui, ma a gruppi sociali avendo come obiettivo di ridurre le diseguaglianze.
Se il Labour, vecchio o nuovo che sia, fosse percepito dai lavoratori come estraneo ai propri interessi, la sua sconfitta elettorale sarebbe assicurata.
La svolta nel Labour non si è verificata all’improvviso con l’avvento di Blair e del suo guru Giddens, sono state le riforme di Smith che hanno ridotto il peso congressuale delle Trade Unions, che hanno preparato il terreno, ma soprattutto un dibattito a tutto campo sulla crisi della socialdemocrazia, conseguente all’impossibilità di continuare nell’identificazione con la classe lavoratrice sulla base di compromessi economici corporativi.
Da un lato diminuiva il numero di operai in grandi concentrazioni produttive di tipo fordista, dall’altro l’assunzione integrale dei valori di libertà poneva al centro del pensiero e dell’azione politica le esigenze della società nel suo complesso e non soltanto della parte costituita dai lavoratori dipendenti.
Con la crisi della socialdemocrazia e del compromesso corporativo con i sindacati più numerosi e potenti, i partiti di sinistra si trovavano ad essere spiazzati dal populismo autoritario di mercato (secondo la definizione di Leo Panitch, Working Class Politics in Crisis, Essays on Labour and the State, London, 1986) ovvero di essere ritenuti responsabili per le politiche di austerità quando sono al governo.
Anthony Crosland, uno dei tanti pensatori fabiani, smosse le acque con il suo libro “Il futuro del socialismo”, con la richiesta di abbandonare il fondamentalismo socialista fatto di controllo statale, nazionalizzazioni, redistribuzione attraverso l’espropriazione e l’eguaglianza raggiunta con il livellamento verso il basso.
Per Crosland il socialismo era più una questione di fini che di mezzi e che la crescita economica fosse un fattore essenziale per la redistribuzione del reddito e per gli investimenti sociali.
Benché sia morto nel 1977 la sua eredità è ancora controversa da quelli che pretendono che avrebbe appoggiato la scissione del Social Democratic Party, l’Unione Europea, la Terza Via, il Blairismo o il Brownismo. Sempre la Fabian Review si chiede se è stata tradita l’eredità di Crossland (Vol. 114, n. 1, Spring 2002).
La terza vittoria della Tatcher impose una nuova scossa al partito ed iniziò la discussione per un programma per gli anni novanta. Un libro rappresentativo del dibattito è “Livingston’s Labour” di Ken Livingston (Londra, 1989), che affronta temi come la discriminazione razziale e sessuale in Gran Bretagna, la distruzione dell’ambiente, i diritti violati dalle organizzazioni di spionaggio come lo MIS o la CIA o la dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti e la capacità di quest’ultimi di compensare sempre, grazie alle leve del potere finanziario e del ruolo del dollaro, le proprie difficoltà a spese degli alleati.
Non tutte le idee nuove di Livingston, un convinto europeista, sono state fatte proprie dal Labour, in particolare si sono rinsaldati i legami politici, militari ed economici della Gran Bretagna con gli USA, ma altre sì: nelle passate legislature il numero di donne e di esponenti di minoranze nazionali in Parlamento è stato il più alto della storia del Labour Party.
Il primo segno visibile del nuovo è stato lo scontro sulla famosa Clausola IV del Programma del Partito che non era stato cambiato dal 1918, che recitava: “Per assicurare ai lavoratori del braccio e della mente l’intero frutto della loro operosità e la più equa distribuzione che sia possibile sulla base della proprietà comune dei mezzi di distribuzione, distribuzione e scambio ed il migliore sistema ottenibile di controllo ed amministrazione popolare di ogni industria o servizio”. Abrogata nel 1994 la Clausola IV, fu adottato nel 1995 un nuovo statuto nel 1995 che al capitolo obiettivi e valori si pronuncia per “un’economia dinamica che serva il pubblico interesse, nel quale l’impresa di mercato ed il rigore della concorrenza sia coniugati con le forze della partnership e della cooperazione per produrre il benessere di cui la nazione ha bisogno e l’opportunità per tutti di lavorare e prosperare con un fiorente settore privato e pubblici servizi di alta qualità e dove quelli ritenuti essenziali per il bene, siano di proprietà pubblica ovvero responsabili di fronte al pubblico”.
La discussione è ancora aperta se 10 anni dopo nel 2004 la Fabian Review si chiede se non sia il caso di riscriverla, poiché la sua rimozione è stata più importante di ogni contributo positivo per sostituirla. In effetti alcune nazionalizzazioni furono fatte a più riprese anche nel secondo dopoguerra, ma nessun governo laburista tentò mai di applicare la Clausola IV, in particolare la parte 4, nella sua integrità, così che l’estrema sinistra poteva gridare al tradimento, mentre la destra suscitare la paura dei ceti moderati.
La nuova frontiera del dibattito laburista, come in tutti i partiti di sinistra, è costituito dal significato e dall’importanza del concetto di uguaglianza. Un concetto cui Crosland dava una estrema importanza, mentre non ebbe dubbi nel distruggere il mito della proprietà pubblica, dimostrando che anche nel caso di proprietà pubblica il controllo era del management e non dei lavoratori: come nel comunismo reale dove il controllo, anche nel senso di appropriazione di beni e risorse, era nelle mani dei direttori, che facevano parte della nomenklatura di partito (il controllo era tale che nelle privatizzazioni spesso ne sono stati i diretti beneficiari).
I laburisti, quindi, hanno cambiato politiche ed anche obiettivi, ma mai è venuta meno una forte identità di partito ed un sentimento di missione particolare, quella di ridurre le differenze legate alla nascita ed al tipo di lavoro.
Senza questa identità che significa continuità, anche di fronte a rotture come l’abolizione della Clausola IV nella versione del 1918 sta la forza del laburismo britannico ed il suo ancoraggio nella sinistra.
La tradizione trasformista, nel senso indicato da Fabio Vander, ed utilitaristica italiana avrebbe da tempo fatto un’alleanza con i liberaldemocratici (di cui una costola viene dal Labour con la scissione socialdemocratica di Roy Jenkins) o attraverso accordi di desistenza o con la modifica della legge elettorale in senso proporzionale.
Se questo non si fa è proprio per mantenere la propria identità ed un collegamento con la tradizione ed i valori socialisti, per quanto questi possono essere messi sullo sfondo.
Senza i laburisti ed i sindacati britannici non si sarebbe materialmente ricostituita l’Internazionale Socialista in questo dopoguerra ed il ruolo di Harold Laski nella ricostituzione dei legami tra i partiti socialdemocratici è stato fondamentale. Tanto fondamentale che nei processi di Praga e Varsavia, le farse giudiziarie organizzate dagli stalinisti, per decapitare i gruppi dirigenti della sinistra socialista e comunista dell’Europa Centrale ed Orientale il contatto con esponenti laburisti, per di più ebrei, costituiva una delle accuse.
Come sinistra italiana, tuttora alla ricerca di un solido ubi consistam, il confronto critico con l’esperienza laburista si impone senza ingiuste rimozione o superficiali esaltazioni.
I laburisti, come le socialdemocrazie scandinave, sono stati tra i primi a praticare una inscalfibile alleanza tra socialismo e democrazia, tra socialismo e libertà, quindi la conquista democratica del potere ed il perseguimento delle riforme nella libertà non è sostituibile da nessun altro mezzo.
La vittoria in libere competizioni democratiche è essenziale per ogni formazione di sinistra che abbia veramente rinunciato alla violenza: quindi allargare il consenso verso fasce dell’elettorato una volta estranee od addirittura ostili è una necessità.
Tuttavia l’esperienza laburista mostra che c’è un limite, che ogni modernizzazione, per quanto spinta, non può superare quello della perdita della propria identità e mostra, anche, che le svolte si fanno con un dibattito vero e senza ipocrisia.
In Gran Bretagna chi avesse ritenuto che la democrazia si può esportare, che i legami euro-atlantici siano l’asse portate della presenza dell’Europa nel mondo, che ha rivalutato l’Occidente, come matrice di valori, ovvero che pensasse i tempi maturi per cambiare nome e struttura e confondersi in un generico partito riformista, prudente in tema di diritti civili, lo avrebbe scritto a chiare lettere in una mozione congressuale, preoccupato in primo luogo di vincere la battaglia delle idee e di avere un chiaro mandato piuttosto che procurarsi ampie maggioranze nell’ambiguità anche con operazioni trasformiste.
Forse non è una tattica sbagliata quando si concepisce il partito come una massa inerte e, pertanto, come diceva Napoleone l’intendance suivrá.
Milano, 17 maggio 2005
Felice Besostri