CONFRONTARSI CON IL LABURISMO (I)

 

Finalmente il venerdì notte si sono conosciuti i risultati definitivi delle elezioni britanniche, conclusesi con la terza vittoria consecutiva dei laburisti, fatto senza precedenti nella storia politica del Regno Unito.

In questo dopoguerra soltanto alla Thacher era riuscita l’impresa, tuttavia anche per essa, come molto probabilmente per Tony Blair, il terzo mandato fu fatale e non giunse al suo termine.

Il ritardo è dipeso dal collegio di Harlow, dove il candidato laburista ha vinto con un margine di 97 voti rispetto al conservatore.

Nel 2001 il margine di vittoria era stato di ben 5.228 voti.

Harlow è stato un collegio esemplificativo di tutto questo turno elettorale: vittoria laburista ma molto più ristretta del 2001.

In realtà non sono stati attribuiti tutti i 646 seggi di Westminster perché le elezioni sono state annullate nel collegio di Stratfordshire South a causa della morte del candidato Liberaldemocratico la scorsa settimana.

Il risultato finale è un parlamento con 10 partiti rappresentati e 2 indipendenti, ma la varietà rispetto ai tre partiti dominanti è determinata sostanzialmente dall’Irlanda del Nord con quattro partiti e dai due partiti nazionalisti, rispettivamente della Scozia (Partito Nazionalista Scozzese) e del Galles (Plaid Cymru).

Il voto in Scozia, Irlanda del Nord e Galles presenta dinamiche sue proprie, che si dovranno esaminare a parte, in particolare per l’Irlanda del Nord dove la sconfitta delle forze di pace è stata particolarmente pesante hanno guadagnato soltanto il Sinn Fein, cioè il braccio politico dell’IRA e il Democratic Unionist Party del reverendo Paisley, cioè un partito religioso protestante fondamentalista.

Il DUP diventa addirittura il quarto partito britannico.

Un calcolo esatto dei seggi vinti o persi non è possibile rispetto al 2001, perché i seggi totali sono stati diminuiti da 659 a 646, grazie alla revisione dei collegi scozzesi, che erano di taglia inferiore a quelli inglesi.

La riduzione ha colpito soprattutto il partito dominante in Scozia, cioè i laburisti.

L’altra piccola complicazione è costituita dal collegio in cui si candida lo speaker della House of Commons, che grosso modo corrisponde al nostro Presidente della Camera.

Lo speaker non partecipa alle votazioni in Parlamento ed è una figura di garanzia, per questa ragione per consuetudine i grandi partiti non collocano candidati sfidanti nel suo collegio.

Michael Martin, lo speaker uscente, quindi, nel suo collegio di Glasgow North Est non è stato sfidato né da un conservatore, né da un liberal democratico, tuttavia è stato conteggiato tra i laburisti, benché non sia più membro del Partito Laburista.

Tenendo conto dei fattori correttivi quindi con 356 seggi il Labour ne perde 47 (di cui 10 nei soli Galles e Scozia), i Conservatori con 197 ne guadagnano 33 e i liberali con 62 hanno 11 seggi in più. In proporzione, poiché il sistema maggioritario premia i partiti con radicamento locale, i maggiori guadagni sono del DUP con 4 seggi e del SNP con 2.

Il Labour cede voti sia ai conservatori (3%) in Inghilterra, che ai Liberaldemocratici in Scozia e Galles (5,4%), che diventa il secondo partito in seggi ed in Scozia anche in voti. In queste due entità i Liberaldemocratici guadagnano ben 4 degli 11 seggi aggiuntivi e per loro si apre un vero e proprio dilemma, come sottolinea il politologo John Curtice su BBC news.

In queste elezioni i Liberaldemocratici hanno dimostrato di poter contendere seggi Laburisti oltre che Conservatori, ma nel contempo proprio in Scozia sono alleati nel governo locale con i laburisti. Dovranno scegliere entro il 2007, data delle elezioni dell’Assemblea scozzese.

La crescita liberale è stata il frutto della critica della guerra in Irak premiando il partito, che si è sempre opposto all’avventura irakena.

Lo stesso segno hanno le sorprendenti vittorie di due dissidenti laburisti in due collegi bastione del Labour e cioè nel più sicuro collegio del Galles, Blaenau Gwent, e in quello di Bethnal Green e Bow nell’East London.

La guerra in Irak ha rischiato di impedire la vittoria laburista, se non fosse stato per i successi economici del Governo, che ha registrato tassi di crescita vicini al 3%, la più alta percentuale di occupazione del dopoguerra, la riduzione della povertà tra gli anziani ed i bambini (con 2.700.000 poveri in meno) e soprattutto investimenti senza precedenti nel sistema sanitario (con l’abolizione delle liste d’attesa croniche) e nell’istruzione.

Blair ha dichiarato di aver capito la lezione e di aver ascoltato il messaggio degli elettori e perciò all’ordine del giorno vi è il problema della staffetta con il Cancelliere dello Schiacchiere Gordon Brown.

Nello scorso settembre Blair aveva dichiarato che se avesse vinto per la terza volta sarebbe arrivato alla fine del mandato “Ho effettivamente intenzione di svolgere il mio compito fino alla fine del terzo mandato, ma di non ripresentarmi alle successive elezioni” (Il Riformista, 7 maggio 2005, conversazione con Tony Blair di Andrea Romano).

Da settembre molte cose sono cambiate ed il risultato positivo, ma non troppo: Roby Cook, precedendo Prodi, ha dichiarato che il Labour ha vinto nonostante Blair e non per merito di Blair, rafforza l’ipotesi di un cambio nel corso della legislatura.

Le date probabili sono il 2008 in occasione del Congresso del Labour o fra un anno dopo la presidenza di turno dell’Unione Europea.

Il margine di maggioranza è di soli 31 seggi anche se 96 voti separano ancora il Labour da un’improbabile coalizione Lib-Cons.

Si è evitato di misura quello che è definito uno “hung parliament”, cioè un parlamento senza una maggioranza di un solo partito vincitore, come si verificò nelle elezioni di febbraio 1974, per i conservatori che ottennero meno seggi di laburisti e liberali.

Il problema è costituito dalla consistenza della dissidenza laburista, che nella passata legislatura si manifestò, oltre che nella guerra in Irak, nel voto sulle tasse universitarie e sulle fondazioni ospedaliere. Già un gruppo di deputati guidato da Robin Cook ha chiesto che Blair lasci ed al più presto (nel North East un candidato si è presentato sotto il nome di Blair GO, raccogliendo 103 miseri voti).

Una resistenza al cambio ad oltranza potrebbe essere traumatizzante per il Partito. Settori dell’Unione hanno accolto con freddezza la vittoria di Blair.

Una sinistra con visione continentale, invece, non può che rallegrarsi.

Quale che sia la posizione sulla guerra, non condivisa persino da Fassino e D’Alema, il Labour è la sinistra (I comunisti hanno raccolto in tutto 1124 voti, molto meno dei candidati di Cabbanis, per la legalizzazione della marijuana). Con la sua sconfitta non avrebbero vinto i pacifisti, bensì gli americani per interposta persona (i conservatori).

Una sinistra con orizzonte continentale, cioè che non pensi soltanto a quanti collegi sicuri avrà nel 2006, con l’esperienza laburista deve fare i conti senza lasciarsi impressionare troppo dagli amici italiani di Blair.

Questi ultimi le svolte le fanno con le interviste ai giornali e non chiedendo il consenso, come Blair, nei congressi di partito dicendo con chiarezza cosa pensano, cosa vogliono e dove vogliono andare.

Milano, 9 maggio 2005

Felice Besostri