L'Avvenire dei lavoratori - 4 novembre 2004- USA E EUROPA DOPO LE ELEZIONI PRESIDENZIALI
L'Europa cerchi la sua identità da questa parte dell'Atlantico
di Felice Besostri
(Milano, 4 novembre 2004) - La vittoria di Gorge W. Bush appare scontata, Kerry ha riconosciuto la vittoria, formalmente occorre che vi sia la proclamazione nello Iowa e nel New Mexico dopo il riconteggio dei voti.
Mai elezione presidenziale americana era stata seguita con così tanta trepidante attesa e gravida speranza da questo lato dell'Atlantico e nel resto del mondo, specialmente in America Latina ed in Medio Oriente.
La vittoria di Bush non mi ha sorpreso. Fino a pochi giorni fa era data per scontata e ho sempre ritenuto che la videoconferenza di Osama Bin Laden avesse favorito il presidente piuttosto che lo sfidante.
Sono stupefatto per la sconfitta sul campo di uno dei parametri da tutti gli analisti considerati certi: l'alta affluenza al voto avrebbe favorito i democratici e Kerry: non è stato così! Tanto che Bush, a differenza della sfida con Al Gore, ha chiaramente vinto anche nel voto popolare.
Se lo Ohio fosse andato a Kerry, si sarebbe verificato quello che si è addebitato a Bush nelle presidenziali 2000, cioè di avere più grandi elettori, ma meno voti popolari.
Sia ben chiaro che non è una bizzarria quella di pretendere in uno stato federale, che il presidente goda di una maggioranza rappresentativa degli stati e non soltanto dei cittadini. Se così non fosse sarebbero penalizzati gli stati meno popolati e la gara alla presidenza si giocherebbe in 5 / 6 stati.
I grandi elettori sono attribuiti in ragione del numero di senatori e di deputati attribuiti a ciascun stato.
Quando hanno tre voti presidenziali significa che eleggono un solo deputato (che è rapportato alla popolazione) oltre che due senatori (in numero uguale, indipendentemente dalla popolazione dei singoli stati).
Nessun cambiamento nella geografia elettorale Bush non ha conquistato stati già democratici, e Kerry non ha rovesciato i pronostici in alcun stato repubblicano.
Cuius regio, eius religio, si potrebbe dire. In queste elezioni Kerry non ha tratto alcun beneficio dal candidato vicepresidente Edwards. Non gli ha portato in dote alcuno stato del Sud, nemmeno quello, il North Carolina, di cui era senatore. Di contro Cheney non ha danneggiato Bush.
In alcuni stati purtroppo decisivi come l'Ohio, gli elettori non hanno fatto pagare a Bush la deindustrializzazione e la disoccupazione: hanno fatto una scelta tra due persone senza farsi condizionare dai loro interessi.
Era possibile che la sanzione ai repubblicani la si trovasse nel voto per il rinnovo della Camera dei Rappresentanti e di un terzo del Senato.
Bush sarebbe stato allora, in gergo, una "anatra zoppa", cioè un presidente senza maggioranza nelle assemblee elettive, come Clinton è stato per due mandati.
Ma nemmeno questo si è verificato, i repubblicani consolidano la loro maggioranza in entrambe le Camere del Congresso.
L'America ha votato, massicciamente votato e noi eravamo spettatori, se non muti, rapidamente ammutoliti.
Perché quelli eleggono il Presidente dell'unica superpotenza planetaria, senza farci partecipare, al limite senza nemmeno tenere in conto i nostri sentimenti, anzi si ha l'impressione che la diffidenza nei confronti di Bush, addirittura il suo rifiuto, se non la vera e propria repulsione, abbiano in realtà giocato, nella psiche dell'elettore medio americano, a suo favore.
I commenti dal centro all'estrema sinistra erano straordinariamente simili, la Grande Alleanza Democratica sta omogeneizzando anche le espressioni di lutto.
Il "nostro" candidato è stato sconfitto! Ebbene no, sconfitta non è stata la sinistra, nello stesso giorno di ieri abbiamo potuto festeggiare la vittoria della sinistra, di un socialista, come Presidente del Paraguay, alla testa di una formazione che comprendeva anche ex guerriglieri Tupamaros: mai successo prima in un paese bipolarismo nell'alternanza tra Colorados e Blancos (nazionalisti).
Ritengo che ora sia chiaro a tutti che l'identità dell'Europa non può dipendere da chi vince o chi perde negli USA.
L'identità dell'Europa nasce dal ruolo che gioca nel nostro pianeta in quest'epoca di globalizzazione.
Questo ruolo non le sarà mai regalato da un Presidente americano, democratico o repubblicano che sia, giustamente questi si occuperà degli interessi del suo paese, non degli altri e soprattutto della loro identità.
L'Europa e la sinistra europea devono cercare in sé stessi la propria identità ed il proprio ruolo, o se si vuole usare un'espressione più forte, il senso della loro missione.
Per questo una vera costituzione europea ci avrebbe aiutato, non quella bozza di trattato, immodificabile se non all'unanimità, che stiamo per ratificare.
Un trattato nel quale la parola pare non è scolpita a lettere di fuoco e le conquiste sociali, tipiche del nostro continente, frutto delle nostre lotte sociali del movimento socialista e sindacale, corrono il rischio di cedere di fronte alle esigenze del mercato e della concorrenza senza colpo ferire.
L'Europa, vista da lontano, è una speranza per tutti quei popoli che hanno bisogno di un mondo multipolare, nel quale le esigenze di sviluppo non siano accompagnate da sfruttamento delle risorse, distruzione dell'ambiente e nessun rispetto delle identità dei popoli. Popoli che si vuole non composti da cittadini, ma da consumatori.
La sinistra europea dovrebbe rispondere a queste aspettative e non chiudersi in una logica puramente nazionale e nel caso italiano addirittura provinciale.
Theo-Con
Dopo la coca-cola i teologici conservatori?
Se la mobilitazione è su valori semplici quali Dio, la famiglia e la patria, occorrerà contrapporre altrettanti valori semplici quali la libertà, la giustizia, la solidarietà, la dignità dell’uomo, valori sui quali si possono coinvolgere molti cristiani.
di Felice Besostri
Le elezioni americane hanno scatenato un’orgia di commenti. Una rincorsa a trarre conclusioni dalla “lezione americana”. Ho l’impressione che si avranno conseguenze nefaste, paragonabili a quelle della “lezione cilena” di Enrico Berlinguer. È il rischio immanente ad ogni operazione di trarre argomenti da fatti decontestualizzati.
I valori religiosi che avrebbero giocato un ruolo importante nella mobilitazione a favore di Bush non possono essere separati dalla struttura di espressione dei fedeli: negli Stati Uniti migliaia di denominazioni e sette senza gerarchie e decentrate, in Italia una Chiesa Cattolica gerarchizzata e centralizzata.
Negli Stati Uniti vi è il fenomeno di impegno politico diretto dei pastori protestanti da Martin Luther King ai reverendi Jerry Falwell e Pat Robertson.
La Chiesa Cattolica, quando non sponsorizza apertamente un partito di orientamento cristiano, preferisce intervenire in politica attraverso le Conferenze Episcopali nazionali e la cosiddetta “moral suasion” rivolta, non solo, ai cristiani in politica, ma a tutti i partiti.
È a mio avviso significativo che nei paesi “più cattolici di Europa”, dall’Italia alla Spagna, dall’Austria alla Polonia e al Portogallo, dalla Slovenia alla Slovacchia, il secondo modello sia preponderante, per non parlare dell’America Latina.
Non essendoci la concorrenza con un partito della Chiesa, la cui esistenza è temuta, i partiti si dimostrano disponibili ad accondiscendere ai “desiderata” della Chiesa, come in Italia è stato particolarmente evidente sia nella legislatura 1996-2001 di centro-sinistra, che nell’attuale di centro-destra.
Le elezioni americane non suffragano né la riduzione delle tasse (versione Berlusconi) né la corsa al centro (versione Rutelli), né la negatività dei radicalismi (versione D’Alema).
La riduzione delle tasse non era al centro della campagna elettorale, se non per la critica dei democratici ai deficit di bilancio ed ai tagli delle prestazioni sociali.
La corsa al centro l’ha fatta più Kerry di Bush, tanto che ha vinto in tutti gli stati dove la classe media è forte ed anche la classe medio-alta, più acculturata (negli Stati Uniti titolo di studio universitario e redditi elevati di norma vanno insieme).
Se qualcuno ha estremizzato la campagna elettorale, questo è stato Bush, che ha fatto il pieno dei voti di destra, mentre a sinistra c’è stata una dispersione a favore del Reform Party e del Green Party.
Tutti gli analisti sono concordi nel ritenere che la candidatura di Ralph Nader e il Reform Party, presente alle elezioni in 34 Stati, abbiano sottratto più voti a Kerry che a Bush.
Il Reform Party nel 2000 aveva nominato l’ultraconservatore Pat Buchanan ed il suo presidente Shawn O’Hara, che aveva votato Bush nel 2000 ha detto “Io intendo fare tutto quello che posso per rendere sicuro che John Kerry mai si aggiri intorno alla Casa Bianca” (citato da Post-gazette.com, Local news, 10.11.2000).
Nader e il candidato libertario Bednarik complessivamente hanno ottenuto circa 800.000 voti che aggiunti ai 325.530 di altri candidati non erano tali da colmare il gap nel voto popolare (Bush 60.096.556 e Kerry 56.545.590), ma quello da verificare è l’influenza negli Stati marginali. Nel New Mexico i candidati sarebbero stati assolutamente a ridosso, poco più di 500 voti di differenza su 730.000 elettori e nello Iowa, meno di 2.000 voti su 1.500.000 elettori.
La polarizzazione estrema ha favorito i repubblicani e i democratici in termini di voti popolari, tanto che Nader è rimasto lontano dai quasi 3 milioni di voti del 2000, questi sì decisivi per far vincere Bush.
I democratici non hanno mai avuto così tanti voti popolari, sono stati handicappati dallo loro distribuzione, con vittorie con più del 40% dei voti ma meno del 50% o con più dell’80%, mentre Bush si è collocato nella forchetta >50% - <80%, più equilibrata.
In realtà i democratici hanno perso in Ohio e perché maggioranza in tutti gli Stati più popolati, eccetto il Texas e minoranza negli Stati piccoli, cioè quelli favoriti dal sistema dei grandi elettori, perché hanno comunque diritto a due senatori e ad un deputato.
Prendendo due estremi, il South Dakota con 3 elettori presidenziali e la California con 55, nel primo caso un grande elettore ogni 129.388 votanti, nel secondo ogni 191.464, un buon 50% in più.
La discrepanza è ancora maggiore se consideriamo il costo per ogni singolo partito: in South Dakota l’elettore presidenziale repubblicano è costato 77.514 voti, mentre in California per ogni grande elettore democratico ci sono voluti ben 104.098 voti.
Dunque molteplici fattori hanno contribuito alla sconfitta democratica ma non l’appoggio di Michael Moore, i cui film sono circolati massicciamente più negli Stati che hanno dato la maggioranza a Kerry, che nella Bible Belt, nella Sun Belt e nelle grandi praterie. In estrema sintesi Kerry ha perso per non avere conquistato i voti dei disoccupati dell’Ohio.
Diceva mia nonna che “il bel tacer non fu mai scritto”, specialmente se si parla di cose che non si conoscono, come quel commentatore del Riformista che ha attribuito aspirazioni presidenziali a Schwarzenegger, che non essendo cittadino americano per nascita non lo può proprio diventare per norma costituzionale (art. II, sezione 1, cpv. 6).
Semmai l’unica lezione valida è quella che occorre fare il pieno dei propri elettori, che è l’unico modo per rendere decisivi gli elettori del cosiddetto centro.
In altre parole, se la mobilitazione è su valori semplici quali Dio, la famiglia e la patria, occorrerà contrapporre altrettanti valori semplici quali la libertà, la giustizia, la solidarietà, la dignità dell’uomo, valori sui quali si possono coinvolgere molti cristiani.
Fa certamente impressione che Ferrara e Buttiglione con poco preavviso riescano a radunare ed infervorare 2.000 persone in un teatro di Milano: nessuna forza della Sinistra sarebbe in grado di fare altrettanto!
Tuttavia il primo ostacolo allo sviluppo di una forza politica basata sulle parole d’ordine teologico-conservatrici sarà, in Italia, la Chiesa Cattolica.
Il suo sincretismo riesce ad abbracciare sensibilità diverse ed addirittura opposte, si pensi ai temi della difesa dell’embrione da un lato e della pace dall’altro.
Chi spera nell’importazione di modelli politici americani, si consoli bevendo Coca (o Pepsi) Cola.
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