La lezione tedesca
Le elezioni anticipate sono in Germania un fatto raro, mi ricordo un solo precedente, e questa eccezionalità ha influito sui risultati. La drammaticità dello scontro non ha influito sulla partecipazione dei cittadini, che anzi è scesa dal 79,1% del 2002 al 77,7 di quest’anno. Ad eccezione della FDP e della coalizione di sinistra, die Linke, tutti gli altri partiti hanno perso voti in assoluto ed in percentuale. Molti dei 10 milioni di indecisi sono rimasti tali e non sono andati a votare: la differenza di voti dei partiti è derivata sostanzialmente da spostamenti interni alle coalizioni od agli schieramenti destra-sinistra. Il 3,2% perso dalla SPD e lo 0,5% dei Verdi è stato tutto riassorbito dalla Linke che ha guadagnato il 4,7%, mentre il 3,3% perso dalla Union è andato soltanto in parte alla FDP, che ha guadagnato il 2,4%. Le incertezze dell’elettorato sono rivelate anche dall’aumento dei voti nulli nel Secondo voto, che è quello decisivo per il riparto dei seggi: i voti nulli sono lo 0,4% in più rispetto al 2002. Pur in assenza dei risultati dettagliati delle singole circoscrizioni elettorali si può ritenere che il non voto, a differenza delle precedenti elezioni nei Laender, abbia colpito la CDU-CSU, soprattutto come mancata acquisizione di nuovi voti. L’elettore tedesco si è spaventato dei progetti di riforma fiscale, perché ha temuto che ciò avrebbe colpito i redditi più modesti e favorito i ricchi.
Il recupero della SPD è avvenuto soprattutto nelle circoscrizioni maggioritarie, come si desume dall’incremento dei mandati aggiuntivi, quelli, cioè, assegnati per rispettare il voto proporzionale, che quest’anno sono ben 10 in più del 2002.
Nella sinistra si è aperta una discussione se la presenza di un concorrente a sinistra abbia danneggiato la SPD. In effetti il recupero degli astensionisti è stato modesto 1%, ma una risposta definitiva sarà possibile soltanto con un’analisi dei flussi elettorali nelle singole circoscrizioni. Nel 2002, infatti, per la vittoria della SPD era stata decisiva la trasmigrazione di voti PDS, nei Laender orientali, verso la SPD, il cosiddetto effetto del voto utile, per sbarrare una vittoria della destra, anche allora data per certa. Gli esiti delle elezioni per il prossimo governo sono ancora incerti.
Se le dichiarazioni di Schroeder non sono pura pretattica sono escluse sia la Grosse Koalition (che per buona pace delle nostre televisioni si traduce con Grande Coalizione e non con Grossa Coalizione) CDU-CSU-SPD sia un’intesa con la Linke per un governo rosso-rosso-verde. Dunque le sole possibilità sono in una coalizione semaforo (rosso-giallo e verde), cioè con l’allargamento dell’attuale coalizione ai liberali della FDP o nella cosiddetta formula Jamaica, dai colori di quella bandiera nazionale, nera-gialla-verde, con un cambio di cavallo dei Verdi. Tra le due ipotesi la prima è più probabile sia per la disponibilità dei verdi, che per le divisioni sul punto tra i liberali.
La potente federazione liberale di Berlino si è espressa, infatti, per tale soluzione, che vede anche il favore della sinistra socialdemocratica.
In Italia grazie ad un pensiero debole, fatto di grandi convinzioni, anche nel Centro Sinistra si comincia demolire il sistema elettorale tedesco, dicendo che non assicura la governabilità, quasi che sarebbe stato meglio in nome del maggioritario regalare la maggioranza assoluta alla Merkel, perché aveva preso lo 0,9% in più della SPD! Il sistema tedesco consente la bellezza di 4 formule di governo, cioè, come già detto, una Grande Coalizione CDU-CSU-SPD, il semaforo SPD-FDP-Verdi, il Jamaica CDU-CSU-FDP- Verdi ed, infine, SPD-Linke-Verdi. Se alcune di queste coalizioni non si fanno è per ragioni politiche non per il sistema elettorale. Un’altra lezione da respingere è quella del riformismo con gli attributi, che sarebbe la caratteristica di Scrhoeder.
E’ vero che sia Schroeder, come Blair, hanno tenuto la loro linea politica contro venti e maree e Schroeder anche dopo una serie di batoste elettorali, ma il loro riformismo, non si basava su un’alleanza eterogenea di riformisti di varia origine (passata) e di incerto destino (futuro), ma su una forte identità di partito, questo è quello che manca in Italia e che non si vuole nemmeno costruire. La SPD si sente alternativa alla CDU-CSU ed i Laburisti ai Conservatori e proprio questa inconciliabilità è il punto della loro forza. La conquista politica degli elettori di centro è cosa diversa dalla convergenza al centro con perdita del proprio profilo politico e con la rinuncia a punti qualificanti. In Germania ed in Gran Bretagna non si fanno coalizioni per vincere, comunque, con forze con le quali, per esempio, non si condividessero una concezione laica, e quindi laicista, dello Stato. Nessun partito socialista o socialdemocratico permetterebbe mai interferenze confessionali come quelle che abbiamo sopportato nel referendum sulla procreazione assistita ed ora sui diritti delle coppie di fatto. La polemica a sinistra è stata fortissima, per la Linke, il bersaglio è stata soprattutto la SPD, che ha resistito alla polemica senza porgere l’altra guancia, anche per la semplice ragione che la SPD non è disposta ad accettare una divisione di ruoli tra una sinistra moderata ed una alternativa, come dato ontologico. Un riformismo forte di sinistra ha un fronte aperto con le forze collocate alla sua sinistra, non fugge dal confronto e dalla polemica accontentandosi di un miserabile status quo per costruire federazioni riformiste al di fuori di ogni contesto politico europeo. Nella SPD la gran parte della sinistra è rimasta nel Partito ed a nessuno della maggioranza è mai venuto in mente di liberarsene per poter procedere più spedita. Anche questa è una lezione tedesca sulla quale meditare.
La continuità tra SED (Sozialistische Einheitspartei Deutschland) e PDS (Partei des demokratischen Sozialismus) costituisce la forza numerica e la debolezza politica della Linke: attrae i voti dei nostalgici della DDR, ma impedisce che si possa alleare con il socialismo democratico della SPD. Tuttavia senza un’intesa molti Laender orientali sono governabili soltanto da Grandi Coalizioni, cioè da una formula, che è la negazione del bipolarismo di alternanza, che finora ha caratterizzato la Germania Federale, tranne tre anni dal 1966 al 1969. Paradossalmente l’innesto della dissidenza socialdemocratica non ha attenuato, ma esacerbato la distanza tra SPD e Linke. I rapporti personali (pessimi) tra Lafontaine e Schroeder sono noti, quasi come quelli tra Occhetto e D’Alema per capirci in termini italiani. Tuttavia un gruppo di una sessantina di parlamentari non potrà essere ignorato e non potranno essere ignorati gli stimoli della sinistra SPD per una revisione del programma di Schroeder. Nel futuro della sinistra tedesca ci saranno due fattori dinamici: il ruolo dei sindacati, in particolare IG Metall e Verdi, quest’ultimo il più grande sindacato europeo, tutti affiliati alla centrale sindacale DGB e quello della sinistra europea nelle sue articolazioni. Una vittoria del Centro sinistra in Italia e la ripresa di un dibattito a tutto campo nel nostro paese nella sinistra, senza ruoli preassegnati potrà influire positivamente anche sulla Germania. E’ chiaro che se ci dovessero essere nuove elezioni a breve, per l’impossibilità di formare un governo, le parole d’ordine dovranno essere diverse e puntare sull’esercito degli astenuti decisivi per la vittoria della sinistra.
Milano, 19 settembre 2005
Felice Besostri