Introduzione di Felice Besostri

alla presentazione del libro di C. Salvi e M. Villone

“Il costo della democrazia”

Casa della Cultura, Milano, 19 gennaio 2006

Serata con Capelli, Toia, Lerner, Salvi e Villone

 

Il libro di Salvi e Villone ha il merito di essere stato concepito prima dello scoppio della bagarre politica, mediatica e con seri risvolti penali, conosciuta come Bancoopoli, che ripropone sotto altro versante il problema del costo della democrazia.

È interessante notare che i finanziamenti accertati dalla Popolare di Lodi a politici della CdL e quelli sospettati, senza alcun riscontro, di Unipol ai DS segnino emblematicamente il passaggio anche in questo settore dell’economia dalla produzione alla finanza. In Tangentopoli il prezzo della corruzione riguardava cose materiali come l’edilizia ed i lavori pubblici, mentre ora si parla di cosa che sfuggono al cittadino medio come le OPA, le opzioni call o put e complicate scatole cinesi di controllo con sedi in tutto il mondo da Monaco a Lussemburgo, dalle Isole del Canale alle Vergini, dalle Bahamas ad Hong Kong. Se Tangentopoli rappresentava chiaramente e per tutti una degenerazione dell’economia di mercato, Bancoopoli è invece l’enfatizzazione dell’economia finanziaria in assenza di controlli efficienti ed efficaci - inquietante è il ruolo giocato dal governatore della Banca d’Italia – e di una capillare punizione dell’insider trading.

Tuttavia l’esistenza di profili penali ha consentito di bloccare operazioni che avrebbero avuto effetti importanti sugli assetti della finanza italiana e dei suoi intrecci con i mezzi di comunicazione di massa.

Vedo il pericolo che il fallimento dell’operazione consenta di non parlare più del nostro capitalismo asfittico e chiuso, in mano a pochi gruppi e del pericolo derivante da giornali la cui proprietà non faccia capo ad editori puri, ma agli stessi ambienti che controllano l’economia e la finanza.

Il libro di Salvi e Villone non parla di questo e neppure di fatti penalmente rilevanti, ma che tuttavia hanno effetti devastanti, poiché si sviluppano nell’indifferenza, mentre Tangentopoli e Bancoopoli mostrano indignazioni più o meno interessate: il sistema dell’apparato politico e parapolitico, dei sussidi e delle consulenze provoca spinte individuali per cercare di entrarvi e questa pressione ne provoca l’allargamento ed il rafforzamento, in quanto interessa un po’ tutti e per di più è assolutamente multipartisan e, quindi, intoccabile. Come nel caso della corruzione, che per svilupparsi ha bisogno di un quadro legale che la faciliti, così l’apparato politico e parapolitico nasce da riforme legislative, quali la privatizzazione dei rapporti di lavoro nel pubblico impiego e la facoltà concessa a pubblici amministratori, tanto più se eletti direttamente, di avvalersi di personale di propria diretta ed esclusiva fiducia, nominato a dito senza alcun vincolo di comparazione con altri candidati e senza trasparenza.

Si creano duplicazioni di uffici e competenze con aumento di spesa senza incremento di efficienza.

La mortificazione delle assemblee elettive, che ha seguito il loro delirio di onnipotenza, ha comportato l’aumento dei compensi dei loro membri, affinché la frustrazione politica fosse lenita dai gettoni di presenza o dalle indennità di carica.

Che per ragioni di governabilità, intesa riduttivamente come stabilità, in caso di sfiducia dell’esecutivo si torni a votare ha annullato le funzioni di controllo delle assemblee elettive.

L’apice di questo processo è nella riforma costituzionale della Casa delle Libertà: se fosse approvata, la parabola della democrazia rappresentativa sarebbe compiuta: d’ora in poi varrà il principio che il Parlamento dovrà godere della fiducia del Governo, anzi del Primo Ministro.

Una conclusione che ricorda troppo da vicino il celebre epigramma di Bertolt Brecht dopo la rivolta operaia del 1953 a Berlino Est nella Germania Comunista. Con la rivolta il popolo aveva perso la fiducia del Governo, che perciò se ne sarebbe scelto un altro.

Invece di riformare la burocrazia, che richiede fatica e fa correre il rischio di perdere consensi, si è preferito estendere l’apparato a figure ambigue e di incerta competenza professionale.

In assenza di leggi che colpiscano efficacemente l’interesse privato in atti d’ufficio o lo sperpero di denaro pubblico – a questo proposito servirebbero più controlli improntati ai criteri dell’auditing, che i controlli formali della Corte dei Conti. Al controllo contabile, comunque sono state tagliate non solo le zanne, ma anche i denti e le unghie, anche in questo caso con una riforma normativa. L’unico antidoto al fenomeno denunciato da Salvi e Villone è una crescita dell’etica pubblica, che è però efficace non quando è soprassalto di coscienze individuali, che di solito porta alle dimissioni ed all’allontanamento dalla politica, ma quando diventa criterio diffuso per la scelta dei candidati e per le motivazioni di voto. Purtroppo lo diceva già Saint Just che c’è un paradosso nella democrazia che chiede ai molti le virtù che sono di pochi.

Non si deve confondere etica e politica, ma tra di loro vi deve essere permanente tensione e ciò nell’interesse della politica, poiché il problema drammatico della crisi che attraversa la democrazia (vedi il libro di Crunch Post-democrazia) è la sua perdita di credibilità insieme con la perdita di capacità simbolica dei soggetti ai vertici delle istituzioni e dei partiti.

È vero che Camillo Benso Conte di Cavour non può essere giudicato con il parametro del lenocinio per avere infilato la Contessa di Castiglione nel letto di un imperatore francese, ma la credibilità del politico, e perciò della politica, è anche un problema di comportamenti e frequentazioni, che danneggiano la sua immagine anche se penalmente irrilevanti.

Scelta la strada del rigore etico, però, non si possono più fare sconti a nessuno.

A sinistra, specie in quella più estremista, rinvengo una contraddizione, cioè è pronta a gettarsi sulla Dirigenza DS per la commistione con gli affari e chiude gli occhi sul connubio in certi paesi dell’America Latina (Perù e Colombia, per fare due esempi) tra guerriglie e narcotraffico.

Se il rapinatore di treni Giuseppe Stalin fosse stato messo fuori combattimento tempestivamente, il movimento operaio si sarebbe risparmiato alcune tragedie.

Nel criticare la politica non dobbiamo però esaltare acriticamente la società civile, perché la cosiddetta società civile è l’humus e lo specchio della società politica.

Quando in media ogni revisore dei conti è in 8 società, che controllo sarà mai fatto? Quando le società di revisione sono scelte dal revisionando e possono essere mantenute per dieci anni, quali controlli vi sono nella società civile? Quanti primari ospedalieri sono nominati con il manuale Cancelli? Quanti concorsi a cattedra sono programmati negli esiti? Quanti professionisti non si iscrivono ai partiti perché così è più facile farsi nominare quali esponenti della società civile, dal potere politico, cui si è contigui?

Voglio chiudere con una citazione dal primo statuto del Partito Socialista Operaio Spagnolo che diceva che l’obiettivo del Partito era la creazione di una società senza classi di persone libere ed eguali – fin qui siamo nel classico, ma aggiungeva ONORATE ED INTELLIGENTI: è un bel augurio! Ma anche un bel impegno per chi pretenda di interpretare il cambiamento della società ed il nuovo che avanza.