Tornare indietro per andare avanti
La Sinistra italiana e l’orizzonte europeo del 2006
Nel 2006 bisogna ripetere, ampliandola, la vittoria del 1996: i margini allora ristretti della maggioranza sia alla Camera che al Senato hanno ritardato l’attuazione del programma di Governo, anche se hanno esaltato il ruolo dei gruppi parlamentari di maggioranza, fatto positivo in una forma di governo parlamentare, come è quella delineata dalla nostra Costituzione.
La maggioranza indiscutibile e schiacciante della Casa delle Libertà nei due rami del Parlamento nella XIV Legislatura non ha contribuito al rafforzamento della coalizione di centro-destra, paradossalmente è una delle concause della sua disfatta nelle elezioni regionali del 2005.
I gruppi parlamentari della Casa delle Libertà sono stati umiliati dallo schiacciamento sul governo, della mancanza di dignità nell’assecondare tutte le iniziative governative, leggi ad personam comprese: ce ne rammarichiamo poiché non hanno umiliato soltanto loro, ma tutto il Parlamento, non più difeso nelle sue prerogative e nel suo ruolo centrale, neppure dai Presidenti di Camera e Senato, con qualche differenza di stile, ma non di sostanza, del primo rispetto al secondo.
I parlamentari di maggioranza erano in grado di avvertire prima i malumori serpeggianti nel loro elettorato e, in particolare, quelli del Centro-Sud gli effetti negativi dell’asse privilegiato Berlusconi-Bossi.
La nostra Costituzione, in senso materiale, è già cambiata e la sciagurata riforma berlusconiana ne sarebbe soltanto la sanzione formale. È la cultura politica prevalente, anche a sinistra, che privilegia il leader, l’efficienza e la stabilità, in poche parole la governabilità fine a se stessa e non al servizio di un programma o di una politica.
Si è imposto dapprima in periferia con i Sindaci e i Presidenti di provincia e successivamente nelle Regioni un modello di conduzione monocratica, accentratrice ed irresponsabile, che soltanto la singola personalità ha impedito di degenerare, grazie anche al ruolo dei partiti in periferia, ma mai delle assemblee elettive, non per sensibilità democratica, ma per difesa del proprio potere oligarchico.
A livello locale e regionale si doveva impedire che Sindaci e Presidenti diventassero leader di partito. Sul piano nazionale il modello del premierato si è (quasi) compiutamente realizzato soltanto nella Casa delle Libertà per il ruolo di comando di Berlusconi, non condizionato dal suo partito evanescente, ed invece in grado di condizionare i partiti alleati, all’interno dei quali può contare su persone a lui direttamente devote e fedeli. Nel centro-sinistra, coalizione plurale e tendenzialmente paritaria, Prodi è stato un leader governativo senza partito nella XIII Legislatura, sbalzato dal Governo anche da manovre interne alla coalizione ed allontanato in Europa: l’esilio si può vivere anche a Bruxelles e Strasburgo e non soltanto ad Hammamet.
Con il suo ritorno Prodi ha cercato di proporre ed imporre un modello berlusconiano di coalizione, depurato dagli eccessi del Cavaliere. Prodi si pone ora come il leader del Partito egemone della coalizione, il futuro Partito Riformista ora lista di Uniti nell’Ulivo ed il capo della intera coalizione, cioè dell’Unione.
Al pari di Berlusconi, può contare su prodiani in tutti i partiti con un legame, però, più solido e più pulito di quello berlusconiano, perché fondato su un’adesione ad un disegno politico e non condizionato da interessi materiali.
La situazione sua, peraltro, è attualmente più tranquilla dal momento che ha abbandonato l’idea, invero un poco eccentrica, di primarie con un solo candidato, in sostanza di un plebiscito. Berlusconi, invece, rappresenta agli occhi dei suoi la ragione principale della sconfitta, è un fattore di disunione della coalizione del centro-destra. Persino la scomposita galassia della sinistra alternativa convocata da Asor Rosa, prima ancora di parlare di politica e di programmi, aveva messo le mani avanti, dichiarandosi senza dubbi prodiana. Questa dichiarazione di fedeltà non è, peraltro, servita a molto, perché Prodi si muove con abilità poggiandosi su due sole stampelle: la lista unitaria dell’Ulivo e Rifondazione Comunista. A distanza di tempo le buone intenzioni di Asor Rosa non hanno prodotto nulla di significativo e, malgrado le pretese, niente di alternativo, politicamente parlando, al progetto riformista, che, con tutti i suoi limiti, resta l’unica proposta in campo.
Tutto bene per battere Berlusconi ed ancora meglio per vincere le elezioni ma una sinistra moderna e preoccupata delle sorti della democrazia dovrebbe essere capace di estendere il consenso e la partecipazione popolare, sia perché crede che la difesa della democrazia consiste nella sua costante espansione sia perché è l’unico modo per garantirsi una solida vittoria e, perché no?, una duratura egemonia, secondo il tradizionale modello socialdemocratico scandinavo e il più recente neolaburismo britannico. Soltanto una superficiale conoscenza dell’uno e dell’altro li contrappone rispettivamente come arcaici ed innovativi, rigidamente ideologici e flessibilmente pragmatici.
In tutti e due i casi vi è un partito che rappresenta unitariamente e maggioritariamente, quasi esclusivamente, il campo progressista a fronte della frammentazione borghese, con un solido rapporto con la centrale sindacale unica o unitaria, ramificato a livello locale e con un sano equilibrio tra centro e periferia, ancorato in norme statutarie rispettate da tutti e soprattutto sottoposto ad un costante controllo di un’opinione pubblica avvertita, in un sistema più equilibrato e pluralista dei media e, last but not least, con fondi propri per la propaganda politica e centri studi e fondazioni produttori di programmi.
In Italia siamo ben lontani da questa situazione, ma l’elemento preoccupante non è la distanza in sé, ma il fatto che a sinistra nessuno si ponga l’obiettivo di colmarla.
La sinistra non si pone il problema di aspirare alla guida del paese e, quando e se se lo pone, è per scartare l’ipotesi: i nostri leaders elettorali sono stati Prodi e Rutelli e nel 2006 sarà ancora Prodi.
In questa situazione si colgono le somiglianze con il modello Berlusconi: come Berlusconi, Prodi è senza successori e neppure esistono i meccanismi condivisi per designarlo se occorresse farlo.
Il nostro bipolarismo è in gran parte artificiale, cioè prodotto dalla legge elettorale e di tipo personalistico: una specie di duopolio berlusconiano-prodiano.
Finché la nave va lasciala andare, diceva il ritornello di una canzone popolare anni fa, ma una sinistra responsabile non può accontentarsi di essere spettatrice delle crisi, irreversibile, della CdL.
Ennio Flaiano scriveva che gli italiani corrono sempre in soccorso del vincitore e, come ha ben detto Fabio Vander, storico e politologo di vaglia, il trasformismo è, purtroppo, un dato saliente del nostro sistema politico: altra canzone, altro giro.
Una sinistra, degna di tale nome, non può limitarsi ad amministrare il proprio pacchetto di voti in lenta, ma costante crescita percentuale, senza preoccuparsi della perdita di iscritti e di voti assoluti e dell’aumento delle schede bianche e delle astensioni dal voto, quando incidono sui ceti popolari, che in Europa di norma rappresenta.
Per questo bisogna tornare al 1996, per ritrovare gli elettori di allora perduti nel 2001 e non più ritrovati nel 2004 e nel 2005 e per spostare nel proprio campo le nuove astensioni, che hanno colpito il centro-destra.
Questo elettorato, che, per uno dei tanti paradossi italiani, spesso è composto da ceti popolari, da disoccupati, pensionati ed addirittura da sottoproletari delle periferie urbane, se non viene reincorporato nel processo elettorale e nel sistema politico può diventare una massa di manovra di leaders demagogici e populisti e, comunque, un fattore di ritardo nella costruzione di una democrazia politica e sociale compiuta, se non un vero e proprio rischio di destabilizzazione, in caso di ulteriore peggioramento delle condizioni di vita di tutti e per la prima volta, nel secondo dopoguerra, anche delle classi medie.
Nel 2006 il centro-sinistra italiano ed in particolare la sinistra hanno un compito europeo: quello di consolidare la ripresa delle forze progressiste dopo le squillanti vittorie socialiste del 2004 in Spagna e nelle regionali francesi e del 2005 in Portogallo.
Nel 1996 la vittoria dell’Ulivo inaugurò la serie positiva per la sinistra europea delle vittorie della gauche plurielle in Francia e del Labour in Gran Bretagna nel 1997 e della coalizione rosso-verde nella Germania Federale del 1998.
Con le regionali italiane del 2005 si può inaugurare un nuovo biennio, come quello iniziato nel 1996: nel prossimo maggio si vota in Gran Bretagna con i laburisti alla ricerca di un terzo mandato, nel 2006 in Italia e Germania Federale e nel 2007 in Francia.
La vittoria è necessaria in tutti questi paesi, anche per affrontare la crisi della costruzione europea dopo l’allargamento del 2004.
In parte una possibile direzione per la sinistra è stata tracciata dalle ultime elezioni regionali con la vittoria di Nichi Vendola in Puglia. A differenza di altre vittorie determinate sostanzialmente dalla diserzione di elettori del Polo, Vendola ha conquistato direttamente elettori del centro-destra, ha mobilitato antichi astenuti e acquisito una ampia quota di elettorato giovanile. Peccato che le durezze e l’intensità della campagna elettorale pugliese gli abbia impedito (ma qualcuno l’aveva invitato?) di venire a Milano, come è stato a Bologna e Torino, convincendo migliaia di studenti universitari a tornare per votarlo: in Lombardia avrebbe spostato voti popolari dalle parentele dei De Corato e dei Colucci verso Sarfatti.
La vittoria di Vendola è la vittoria della partecipazione alla stessa scelta dei candidati con le primarie ed è la sconfitta degli apparati.
A proposito, quale sarà il modello di legge elettorale delle regioni conquistate dal centro-sinistra: quello toscano dell’abolizione delle preferenze e delle liste bloccate, preconfezionate e precotte da un ristretto gruppo di dirigenti di partito o quello pugliese delle primarie?
L’altra lezione, che ci viene dalla Puglia, è l’alto senso di unità che ispira una procedura trasparente di scelta dei candidati: gli sconfitti non si sono vendicati nel segreto dell’urna ed il partito di provenienza, non se ne è avvantaggiato, bensì la coalizione. Nella coalizione i DS hanno registrato un buon risultato anche quando in contestuali elezioni, come a Taranto, la destra vince alle comunali e perde alle regionali.
Fermiamoci qui, perché è tempo di riflessioni, più che di “infiammazioni”. Chi ha seguito, in altri tempi, un suscitatore di entusiasmi come Cofferati, dovrebbe avere imparato la lezione.
Milano, 13 aprile 2005