INTERNAZIONALE SOCIALISTA RINNOVATA O UNA NUOVA “INTERNAZIONALE”?

 

 

 

L’anno scorso, appena concluso il secondo Forum Social Mundial di Porto Alegre del 2002, la rivista Reportagen (n. 29 fevereiro del 2002 ano III) dava un gran rilievo “alla proposta di Chomsky e di Fidel” secondo cui il movimento che aveva riunito 60.000 persone da tutti gli angoli del mondo potesse essere una nuova “internazionale dei lavoratori” (Raimundo R. Pereira, op. cit., pas 20 ss.). L’autore della proposta è stato Chomsky che, è bene precisarlo, non è un militante politico in senso stretto: rappresenta se stesso e le sue idee, non un’organizzazione, ma sicuramente uno stato d’animo diffuso.

Per Chomsky questa nuova “internazionale” è una speranza perché è “ben più ampia e di maggior significato” delle altre, intendendo quelle che la avrebbero preceduta. Per dare un fondamento a questo suo assunto fece una rapida (e, a mio avviso, sommaria) analisi delle quattro Internazionali della storia del movimento operaio: dalla Prima di Karl Marx, alla Seconda, dalla Terza comunista alla Quarta (sarebbe meglio dire, forse, alle Quarte) di ispirazione trotzkista.

Chomsky non prende neppure in considerazione la tuttora esistente Internazionale Socialista rifondata dopo la Seconda Guerra Mondiale. Forse non ne conosce l’esistenza o la vuole ignorare.

Un’operazione discutibile anche per i suoi critici: si tratta pur sempre della più forte organizzazione politica internazionale presente in circa 120 paesi del mondo e che raccoglie, a vario titolo (membri effettivi, consultivi ed osservatori) più di 140 partiti e che ha avuto tra i suoi dirigenti Willy Brandt, Olof Palme, François Mitterrand, Bruno Kreisky, Felipe Gonzales, Mario Soares e Carlos Andrei Peres e Bettino Craxi nei loro tempi migliori.

Chomsky si colloca fuori dalla tradizione marxista-leninista (note sono le sue critiche feroci al sistema comunista), ma anche da quella socialista. Chomsky è un anti-neoliberale, ma non può essere definito un antiliberale. Per lui “le idee classiche si relazionano direttamente con la tradizione socialista anarchica, cioè alla critica libertaria da sinistra al capitalismo” Bakunin più che Marx.

Nel Forum c’è posto per tutti, e ciò rappresenta la sua grande forza di irradiamento, ma anche il suo limite, se dovesse diventare qualcosa di diverso: una nuova internazionale, per esempio. Ufficialmente il FSM si definisce come un movimento che raggruppa “rappresentanti della nascente società civile mondiale, che si sta formando nella lotta contro la globalizzazione neo-liberale e nella difesa della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, solidarietà, giustizia e rispetto della diversità”.

Fidel Castro, che non è stato formalmente invitato al Forum, ma che in ogni avvenimento politico nelle Americhe è un inevitabile convitato di pietra, si è dimostrato molto favorevole alla proposta di Chomsky nell’intervista rilasciata a Breno Altman per il numero successivo di Reportagem (março 2002). Secondo il comandante cubano una nuova “internazionale” che non si definisca di ideologia socialista o comunista “potrebbe essere molto migliore delle internazionali del passato” (quali strani echi della proposta di trasformare l’Internazionale Socialista in una Internazionale Democratica quando la Terza Via era di moda).

Deve tuttavia fondarsi su “principi condivisi ed accettati liberamente”, tra questi “uno è la giustizia sociale e l’altro un atteggiamento anti-neoliberale”. Fidel propone che si adotti (tra i principi) anche il nazionalismo, come difesa della sovranità nazionale. Già nel Forum del 2002 la proposta nazionalista scatenò la reazione violenta di Michael Hardt, il coautore americano con Toni Negri di “Imperium”, che disse che l’idea di rinforzare lo Stato-Nazione è antiquata ed impropria (Raimundo Pereira, op. cit., p. 23). Stato nazionale sì, Stato nazionale no è una discussione, che non ha senso per chi si definisce di sinistra, perché la questione cambia segno se lo stato in questione è democratico o no.

Dunque la questione è quella della democrazia e di chi la garantisce meglio: lo stato nazione o una nuova dimensione planetaria delle istituzioni pubbliche? Lasciando peraltro sullo sfondo il fatto che in questo momento il mondo rischia di essere egemonizzato da uno stato che non ha le caratteristiche dello stato nazione, ma dello stato continente, con pretese di universalismo (la giurisdizione civile e penale USA si estende a tutto il mondo e nel contempo si sottrae alla giurisdizione delle organizzazioni internazionali).

L’idea della creazione di una nuova “internazionale” a partire dal Forum Social Mundial 2002 non ha fatto molti passi e ciò per ragioni soggettive ed obiettive. La prima è costituita dalla eterogeneità dei movimenti del FSM: è vero che tra di loro ci sono anche dei nostalgici del marxismo-leninismo più vetero, ma giustamente danno un senso più di folclore politico, che di reale rischio egemonico. Un discorso a parte merita Fidel ed il mito cubano, come già detto, per ogni iniziativa che riguardi l’emisfero australe ed il continente americano in particolare.

La seconda ragione è che la trasformazione in “internazionale” del FSM, presuppone che i singoli movimenti a loro volta si trasformino in partiti o, quantomeno, in soggetti politici elettorali. Hic Rhodus, hic salta direbbe Mario Soares, se amasse questa citazione latina. Senza una legittimazione elettorale non si è partiti e se non si è partiti la configurazione di una nuova società non è possibile. Ma spingersi nella direzione della definizione di un progetto di società e di un programma di governo può diventare lacerante per movimenti che si sono costruiti dal basso e partendo da fatti concreti e spesso locali. Questa forza/debolezza del movimento dei movimenti può rappresentare l’occasione principe per tutta la compagnia delle mosche cocchiere nostalgiche. Quale migliore occasione per dare una coscienza ideologico-politica a chi non la ha? Oltre modo rappresentativa della tendenza è stata la riunione a Cuba del Secondo Incontro Emisferico contro la ALCA (25-28 novembre 2002).

Ancora una volta si deve ringraziare la rivista brasiliana Reportagem di aver seguito con attenzione l’avvenimento, con l’articolo di Gilberto Marangoni (ano IV, n. 40 janeiro 2003, p. 47 ss.) “Il movimento antiglobalizzazione e socialista si riunisce a Cuba e ascolta Fidel Castro e Fausto Bertinotti. All’Havana, secondo Maringoni, Fausto è annunciato come un invitato speciale e parla 22 minuti, quindi poco per gli standard cubani Bertinotti “non è neppure da lontano il più importante oratore presente in questo secondo incontro” tra i 1123 delegati di 43 paesi, ma spetta a questo italiano “di fare l’intervento più scoperto di questi quattro giorni”. Per Bertinotti “due nuovi spettri girano per il mondo” (parodiando le parole iniziali del Manifesto dei Comunisti). I fantasmi sarebbero “la scalata bellicista nord-americana e il movimento contro l’ordine neoliberale”. Si oppongono l’uno all’altro e da essi dipende il nostro futuro. Per il dirigenti di Rifondazione stiamo assistendo ad un movimento senza precedenti negli ultimi 20 anni; una contestazione che passa da Seattle, Genova e Porto Alegre. “E’ il grande fenomeno politico del nostro tempo” e continua “le forze comuniste devono discutere a fondo questo movimento, che rappresenta un’importante forza di trasformazione sociale”. Per Bertinotti questa mobilitazione possiede tre caratteristiche basilari. E’ mondiale e pertanto con capacità di intervento. In secondo luogo è un movimento di lunga durata ed in terzo luogo fa sì che “una nuova generazione di giovani entri nella scena politica con una motivazione critica e plurale”. Queste ragioni esposte da Bertinotti non differiscono da quelle di ogni movimento di sinistra, anche di ispirazione socialista democratica, a fronte della crescente disaffezione di strati importanti dell’elettorato tradizionale (da ultimo in Germania nelle elezioni nei Laender di Assia e Bassa Sassonia le perdite della SPD corrispondono ad un aumento dell’astensione elettorale) ed alla mancanza di un serio ricambio generazionale. Tuttavia già si possono vedere le differenze di approccio che in un comunista, sia pure non classico, come Bertinotti, sono sempre in agguato; la tentazione dell’avanguardia cosciente, frutto del possesso della “teoria giusta”, della “ideologia vincente”. Bertinotti si presenta infatti come un militante del movimento operaio, marxista che analizza il capitalismo a partire “dalle sue cause” e che vede “i suoi effetti” di alienazione e rapina.

Secondo Bertinotti il movimento antiglobalizzazione attuale non attacca le cause, ma gli effetti dell’ordine capitalista. “Dobbiamo realizzare un incontro tra questi due movimenti” e “fare una critica radicale del mercato”. Bertinotti pensa che questo incontro “possa far rinascere la storia della critica del superamento del capitalismo”. “Questo <<no>> alla guerra e questo <<no>> al neo-liberalismo possono essere un nuovo inizio, che collochi i movimenti sociali europei e latino americani in una nuova prospettiva, facendo sì che un vecchio slogan europeo guadagni attualità: <<Socialismo o barbarie>>! “In verità era uno slogan fortemente antistalinista e contro le degenerazioni comuniste: un buon segno che sia adottato da un leader di un partito che si chiama “Rifondazione Comunista”! In conclusione se per Bertinotti lo slogan del movimento antiglobalizzazione è “un altro mondo è possibile. Noi continueremo a dire che questo (altro) mondo è socialista!”

Quelle che sono state ipotesi di lavoro tra il Secondo ed il Terzo Forum Social Mundial hanno cambiato segno con la elezione di Lula a Presidente del Brasile con quasi 55 milioni di voti. Il Brasile detiene il 10-% del PIL delle Americhe e l’arrivo al potere della sinistra è un grande avvenimento politico di portata continentale. Lula ne è consapevole e lo ha detto rotondamente a Porto Alegre durante l’investitura popolare per recarsi a Davos in posizione di forza. Lula ed il suo partito, il PT, che allora controllava la municipalità di Porto Alegre, lo Stato di Rio Grande do Sul (il sindaco ed il governatore ora sono tutti e due ministri federali) sono stati tra i fattori di successo del FSM, ma è anche vero che il FSM ha dato una visibilità politica al Brasile senza influenze tra l’America Latina e l’Europa. Fuori dai denti il neo-liberalismo e l’egemonia USA sono problemi planetari e penso alla tragedia africana e di tanti paesi emarginati dell’Asia, ma in concreto soltanto dall’Europa e dall’America Latina (uso questo termine politicamente scorrettissimo per ragioni di mera rapidità espressiva) può venire una risposta politica ed istituzionale in grado di contrastare il solipsismo americano e questa conduzione maniacale ed unipolare del mondo. I legami sono antichi, da quelli etnici (nella densa mata il Brasile si trasformò in un immenso Portogallo, come ci ricorda poeticamente Chico Buarque), dalla conquista alle grandi emigrazioni del XIX e XX secolo, a quelli storico-culturali. Inoltre, gli anni delle dittature militari hanno provocato un esilio politico di massa che ha favorito un incontro non solo di elites politiche, ma di quadri militanti, di cui il segno non è scomparso. L’integrazione europea, sia pure con i suoi difetti rappresenta pur sempre la realizzazione di una visione bolivariana ed in concreto soltanto una integrazione latino americana, a cominciare dal Mercosur, su modello europeo, può contrastare la creazione dell’ALCA, una grande area di libero scambio dominata dagli USA. Non si possono seguire i cubani nella strategia di confronto e distruzione prima dell’ALCA, poi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio ed infine del FMI. Le organizzazioni internazionali vanno rifondate dando un maggior peso alla trasparenza ed al loro controllo parlamentare. In una azione concertata, di cui il Brasile ha bisogno per la sua elevata esposizione finanziaria internazionale (l’apparente luna di miele post Davos non deve ingannare: in attesa della guerra irakena non si vogliono aprire nuovi fronti), il rapporto con i paesi europei è essenziale ed in questo rapporto un ruolo particolare hanno i partiti socialisti di governo, ma anche di opposizione. Da qui l’idea, evocata da Pietro Folena a Porto Alegre, di assegnare un ruolo nuovo all’Internazionale Socialista con l’organizzazione del prossimo Congresso in Brasile e l’entrata del PT a pieno titolo nella IS e perché no con Lula Presidente, ha commentato dall’Italia Cesare Salvi, a capo del combattivo gruppo di Socialismo 2000. In effetti la sinistra socialista europea da anni coltiva i rapporti con il PT così come la potente Fondazione Ebert della SPD. Una presenza quella socialista europea non esente da critiche in alcuni settori estremisti del PT. Il quadro che si sta delineando è quello più rispettoso della originalità dei movimenti, che se si trasformassero in partiti o soggetti elettorali od addirittura in una nuova “internazionale” sarebbero sepolti e paralizzati dalle contraddizioni. Mario Soares, un leader socialista con molto prestigio nel FSM, è stato chiaro: non si devono confondere movimenti e partiti, anche se hanno bisogno gli uni degli altri. Il problema più urgente, come già detto sopra, non è tanto quello della difesa dello Stato nazionale, ma della democrazia, minacciata come non mai dal sorgere di centri di decisione politica ed economica fuori controllo.

La difesa del ruolo dei partiti non deve essere motivo di rinuncia ad una critica impietosa dei loro gruppi dirigenti e del loro modo di funzionare, oligarchico e burocratico. In questa prospettiva, la proposta di un’Internazionale Socialista rinnovata dall’incontro con i movimenti può essere uno dei fattori di cambiamento. Lo stato sociale ed i partiti politici di stile europeo sono ancora invenzioni che vale la pena di difendere, sia pure riformandoli nel senso di ampliare le aree di inclusione. Purtroppo, a sinistra, qualcuno lavora per smantellare le conquiste. La trasformazione del FSM in una nuova “internazionale” non potrebbe farsi che su un modello politico nordamericano e perciò estraneo alla cultura politica europea e latino americana. Il progetto di rinnovare l’Internazionale Socialista ed i suoi partiti è ambizioso ed ha bisogno di protagonisti visibili e riconoscibili. Possiamo rimpiangere che alla guida dell’Internazionale non ci siano ora dei maturi e saggi Olof Palme e Willy Brandt o dei giovani entusiasti alla Felipe Gonzales o Mario Soares dei tempi della transizione dalla dittatura alla democrazia in Spagna e Portogallo. Una figura simbolo può essere una scorciatoia e perciò un pericolo, ma qui in Brasile non si può sfuggire al clima di entusiasmo e speranza e perciò anche io, come la sociologa cilena Gladys Marin, penso: “Abbiamo bisogno di un Lula universale!” (Carta Capital, n. 226 de 5 fevereiro 2003, p. 27).

Porto Alegre/Rio de Janeiro, 6 febbraio 2003

Felice Besostri.

Felice Besostri è stato senatore DS della XIII legislatura, dirigente del PSI e della Internazionale della Gioventù Socialista IUSY, insegna nel Dipartimento di Studi Internazionali della Facoltà di Scienza politiche dell’Università Statale di Milano. In America Latina ha partecipato a conferenze e Seminari nella PUC-RJ (1981) e alla UESP (1993).