SOCIALISMO E DEMOCRAZIA NELL’EPOCA DELLA GLOBALIZZAZIONE

di Felice Besostri

 

 

Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX era facile definire il socialismo, tanto che non era neppure necessario.

Era un’idea semplice di società di uomini liberi, giusti ed uguali (e – aggiungevano i socialisti spagnoli - onorati ed intelligenti) senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Dopo più di cento anni la definizione è diventata più difficile benché ancor più necessaria, talmente difficile che molti hanno preferito rinunciarvi e proclamare la fine delle ideologie ma in primis di quelle utopiste.

Tra l’idea semplice del socialismo degli inizi ed il nostro tempo è successo che il socialismo si sia materializzato nel sistema degli stati comunisti.

Questa esperienza sarà sempre la scimmia sulla nostra spalla, un macigno del quale non ci si può liberare scrollando le spalle o chiamandosi personalmente fuori o rivendicando di appartenere ad un’altra tradizione del socialismo, quella democratica.

Il punto essenziale è che tra le idee semplici del socialismo vi era l’abolizione del capitalismo, cioè della proprietà privata dei mezzi di produzione o quantomeno di quelli principali.

Il fallimento del sistema economico dell’economia pianificata, ancora più che la soppressione delle libertà, costituisce ancora oggi l’ostacolo maggiore dei tentativi di elaborare una politica alternativa al pensiero unico dominante, che cioè non ci sia alternativa al capitalismo e perciò alla libertà del mercato e degli imprenditori.

La Cina che conosce un ritorno di sviluppo eccezionale è ben accettata nel concerto internazionale, malgrado le drammatiche limitazioni delle libertà individuali e collettive e lo spaventoso degrado ambientale, di cui è responsabile.

Addirittura i capitalisti occidentali provano a volte punte di invidia nei confronti di un sistema che assicura un rigido controllo sulla forza lavoro.

Il problema del modello economico da proporre per chi continua a richiamarsi ai valori del socialismo, che sono essenzialmente etici, è rilevante in tutte le società sviluppate e democratiche perché occorre ottenere il consenso della popolazione, se non della maggioranza assoluta almeno di quella che partecipa alle elezioni.

In tale contesto non si può proporre un peggioramento delle condizioni di vita quali che ne siano le ragioni, anche obiettive (insostenibilità di un modello di sviluppo con spreco delle risorse naturali e danni permanenti all’ambiente) se parallelamente insieme con la propaganda non si fa educazione della popolazione, se in un certo senso il socialismo non saprà ritrovare una caratteristica delle origini, essere cioè pedagogia oltre che ideologia.

Un messaggio sopra ogni altro deve essere chiaro: che si procederà con il consenso della maggioranza e con senso di giustizia, cioè con distribuzione razionale e ragionevole dei sacrifici.

Il legame indissolubile tra socialismo e democrazia, tra socialismo e libertà non nasce soltanto dal giudizio sulle concrete esperienze storiche in cui questi nessi sono stati ignorati, ma deriva da una scelta di valori.

Il principio democratico “un uomo un voto” è un principio rivoluzionario ed un governo democratico presuppone una società di uomini liberi ed uguali. Il concetto di libertà è evidente per tutti, non lo stesso per quello di uguaglianza. Una società in cui vi sia un fossato tra le condizioni di vita della parte più ricca e quelle della parte più povera, trascina con sé una distorsione della competizione politica per il governo del paese, in quanto la formazione e la ricerca del consenso non sarebbe libera e leale: basti pensare al controllo dei mass-media ovvero ad un forte squilibrio nelle fonti di finanziamento dell’attività politica.

Una democrazia compiuta presuppone e pretende una società dove l’istruzione e la conoscenza siano diffuse poiché diversamente si inciderebbe sulla possibilità di partecipazione e sulla sua qualità.

Si tratta di problemi noti, ma che nel nostro tempo si accompagnano alla più forte sfida mai fatta alla democrazia, più temibile ancora di quella costituita dalle ideologie totalitarie del XX secolo.

Tradizionalmente la democrazia ha legato le sue sorti a quelle dello stato moderno nella sua forma dello Stato-nazione. Né gli Stati Uniti, né l’URSS una volta e neppure la Federazione Russa oggi, sono riconducibili alla forma dello Stato-nazione, proprio per le caratteristiche plurinazionali.

Ed in effetti la sfida della globalizzazione non ha messo in crisi gli USA, anzi il loro ruolo accresciuto sullo scenario mondiale, depone piuttosto a favore del loro rafforzamento.

La crisi della Federazione Russa ha la sua origine nel passato più che nel presente.

Gli Stati Uniti più che uno Stato-nazione hanno le caratteristiche di uno Stato-continente, sia per ragioni oggettive (né il Canada, né il Messico sono suoi competitori) che soggettive poiché attraverso un sistema di aree di libero scambio (NAFTA-ALCA) si pongono al centro di un sistema continentale di relazioni.

La crisi dello Stato-nazione è perciò essenzialmente una crisi europea (e latino-americana) cioè delle regioni dove storicamente il legame tra stato, democrazia e mercato ha prodotto il modello del Welfare state e sono anche, quelli europei, gli stati nel quale il movimento socialista ha costituito e costituisce una importante forza di governo.

Insieme con l’Europa si deve estendere il discorso all’area pacifica (Giappone, Australia e Nuova Zelanda tributari del modello occidentale e con presenza politica di forti partiti socialisti e laburisti) e all’America Latina, dove il consolidamento della democrazia politica è più recente, ma che partecipa, sia pure con originalità, alla cultura politica europea. Allo stesso modo da modelli istituzionali europei sono impregnati grandi paesi come l’India e l’Africa Australe, che anche per tale ragione costituiscono eccezioni nei rispettivi continenti.

C’è un assunto nel cuore della teoria della democrazia moderna (Held D., Models of Democracy) relativo ad una “simmetrica” e “congruente” relazione tra i decisori politici ed i destinatari delle decisioni. I cittadini elettori scelgono i loro rappresentanti e questi ultimi ne devono tenere conto da un lato, e dall’altro le decisioni riguardano il popolo di un determinato territorio.

Tutto il pensiero politico si è dedicato a migliorare (ottimizzare) questa relazione nella vita democratica di una nazione. Gli Stati erano per definizione sovrani e nello stato democratico il popolo era sovrano.

Gli stessi elementi costituitivi classici di uno stato erano un popolo, un governo effettivo ed un territorio.

Quale è la situazione attuale? Che vi sono decisori politici, che non sono eletti, ma neppure controllati da organi elettivi, e le cui decisioni non riguardano un territorio, ma l’intero pianeta.

Si tratti del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale o dell’Organizzazione Mondiale del Commercio nel migliore dei casi rispondono a governi, nessuno dei quali singolarmente considerato, se si eccettuano gli Stati Uniti, è comunque in grado di influire sulle decisioni delle organizzazioni internazionali di cui fa parte.

La stessa attività dei singoli governi nelle istituzioni internazionali non è direttamente riferibile a rappresentanti governativi, ma a funzionari che rispondono all’istituzione che li ha nominati e non è sottoposta a precisi orientamenti riconducibili ai parlamenti nazionali, e comunque i comportamenti sono di norma sottratti ad ogni controllo.

La stessa istituzione di centri internazionali di decisione è frutto ormai di cooperazione intergovernativa e le limitazioni di sovranità che ne derivano per i singoli stati non sono state ritenute degne di un passaggio di ratifica parlamentare, quale previsto per un qualsivoglia accordo internazionale.

Se in teoria un qualche rimedio può essere introdotto per le istituzioni pubbliche internazionali, nessuno strumento esiste per controllare i centri di decisione economica in grado di influenzare i mercati globali, da quelli delle materie prime a quelli finanziari e dei cambi, se non i controlli previsti dalle legislazioni nazionali per le società quotate in borsa o comunque con un determinato capitale sociale (obbligo di certificazione dei bilanci).

Ma una serie di scandali, dalla Filiale di Atlanta della BNL, a quella di Singapore di una antica banca d’affari londinese, al crack della Enron e della sua società di certificazione, dimostrano l’insufficienza dei controlli compresi quelli interni, anzi la loro inesistenza per persistenti conflitti di interesse.

I cittadini del mondo, i governi ed i parlamenti da loro democraticamente eletti, come gli stessi detentori di quote di capitale non in posizione di comando sono perciò alla mercé di gruppi di persone e di istituzioni irresponsabili, ma potentissime.

Un solo stato si è posto il problema della globalizzazione, gli Stati Uniti per stabilire: a) che la sua giurisdizione civile o penale non conosce limiti; b) che in compenso il cittadino americano in armi non è soggetto ad alcuna giurisdizione penale vuoi delle nazioni che lo ospita (cfr. Funivia del Cermis e gli omicidi di Okinawa) vuoi del Tribunale Penale Internazionale.

Gli Stati Uniti ed i loro alleati si arrogano il diritto di garantire la pace e l’ordine mondiale con il viatico delle Nazioni Unite o senza.

Tutto ciò crea uno squilibrio tra le nazioni del mondo ed i loro cittadini: tra quelli che possono usare la forza sia delle armi, che dell’economia e quelli che la devono subire.

Tra quelli che concorrono a scegliere i governatori del mondo e quelli che ne subiscono soltanto le scelte. Tutto ciò rappresenta una violazione di una costante evoluzione del pensiero politico per cui gli uomini posseggono, indipendentemente dagli stati, diritti inviolabili e soprattutto inviolabile è la dignità umana.

Il progresso economico in termini globali e quantitativi è innegabile, ma diritti elementari non sono assicurati a tutti in tutte le parti del mondo, anzi la maggioranza della popolazione mondiale è esclusa dalla maggior parte dei benefici, si tratti dell’acqua potabile, della salute, dell’istruzione elementare o della quantità minima di cibo per non morire di fame.

Negli stessi paesi sviluppati non diminuiscono gli incidenti sul lavoro con esiti mortali o permanentemente invalidanti, cresce l’insicurezza ed i disastri ambientali colpiscono persino il cuore dell’Europa.

Crescono le paure per il futuro, sulla sostenibilità di un modello di sviluppo, che ha bisogno della disuguaglianza nel mondo e che trascina con sé spostamenti sempre più massicci di popolazioni, con problemi della loro integrazione e comunque con la crescita di strumenti di controllo di polizia che per loro natura sono destinati a limitare la libertà di tutti.

Questo mondo rischia di diventare intollerabile eppure i progressi della scienza e della tecnica possono migliorare la situazione di tutti; le risorse alimentari se razionalmente distribuite sono in grado di soddisfare i bisogni di tutta l’umanità ed anche l’eliminazione delle epidemie di massa è fattibile tecnicamente ed economicamente.

Il problema è che non vi è controllo sulle politiche e se la comunità degli stati preferisce rinnovare gli arsenali piuttosto che sradicare la malaria, rinchiudere gli emigranti invece che eliminare lo schiavismo od il lavoro minorile ovvero la tratta di esseri umani, lo possono fare perché non ne devono rispondere ad un’opinione pubblica mondiale, che stenta a formarsi per il controllo oligopolistico dei mezzi di informazione e per la mancanza di diritti riconosciuti ai cittadini del mondo in quanto tali.

Non solo la democrazia è negata quando si tratta degli affari mondiali, ma si prende a pretesto la loro complessità e vastità per negare in radice che vi possano essere soluzioni democratiche, anzi che la prima conseguenza è quella di eliminare gli stati nazionali, cioè le istituzioni nelle quali la democrazia è, almeno formalmente, la forma di stato maggioritaria.

Nella difesa e nell’estensione della democrazia si salda l’impegno socialista perché la democrazia è diventata questione di giustizia e di eguaglianza, valori tipicamente socialisti, oltre che di partecipazione agli affari politici.

La democrazia è un’idea antica, ma vigorosa, essa sostiene che le comunità politiche dovrebbero essere rette dalla gente comune e non da uomini di prerogative e poteri straordinari. Quotidianamente verifichiamo che questa ovvia concezione, spesso si rivela lontana dalla realtà politica fino al punto di risultare inverosimile.

Questo perché la gente comune, che è la maggioranza, non ha fiducia in sé stessa anche se preferisce periodicamente riversare la sua sfiducia sui politici in genere, per poi altrettanto periodicamente fidarsi ciecamente di uno di loro, il più spregiudicato.

Questo avviene perché la gente comune non crede di avere valori da trasmettere ai propri figli, anzi evita persino di parlare ai propri figli, eppure la maggioranza della gente comune in silenzio fa il meglio possibile il proprio lavoro, è capace di commuoversi e di amare, ma non crede che quanto è possibile per sé ed i propri cari, si possa fare per la società in cui viviamo, per gli altri uomini e donne come noi che sono la maggioranza.

Senza questa convinzione di base non è possibile ritenere l’attualità del socialismo, cioè un sistema di valori, per risolvere i problemi con il metodo della democrazia e perciò della partecipazione di tutti nella scelta di decisori politici soggetti ad un controllo permanente, diffuso e penetrante come le conoscenze moderne consentono.

Si tratta di trasferire a livello internazionale questioni già storicamente affrontate:

a)      preesistenza dei diritti umani e loro supremazia;

b)      preminenza del diritto sulla forza;

c)       principio di governo della maggioranza espressa in via democratica;

d)      tutela e garanzia delle minoranze;

e)      libertà ed eguaglianza dei cittadini e delle formazioni sociali e statali attraverso le quali si esprimono;

f)        supremazia della Comunità internazionale degli stati, organizzata sulla base di principi democratici e nel rispetto del principio della sussidiarietà, rispetto ad un singolo stato nell’assicurare la pace e la sicurezza internazionale;

g)      definizione dei delitti contro l’umanità da sottoporre alla giurisdizione di un tribunale penale internazionale;

h)      adozione di una carta dei diritti sociali ed economici dei popoli;

i)        adozione di meccanismi di compensazione degli sfruttamenti da posizione dominante di stati rispetto ad altri stati (rapporti coloniali), finanziata da imposte sulle transazioni internazionali e da un’imposta patrimoniale nei paesi OCSE.

Le questioni della democrazia si legano a quelle della giustizia nella distribuzione delle risorse sia nelle singole nazioni che tra le nazioni.

Su questo punto il movimento socialista rappresentato dai partiti dell’Internazionale Socialista ha le carte per confrontarsi con il movimento sociale, che si è costruito a partire dai Forum Sociali Mondiale di Porto Alegre.

Su alcune questioni i movimenti che si raccolgono nel Forum Social Mundial di Porto Alegre hanno cominciato a richiamare l’attenzione dei media e della pubblica opinione, ma quei movimenti per la loro origine, struttura e natura non hanno grande interesse per i temi istituzionali. Per colmare la lacuna occorre una iniziativa di partiti di orientamento socialista perché hanno (o dovrebbero avere) la doppia sensibilità sociale ed istituzionale. La riflessione non riguarda soltanto l’Europa, ma è da qui che occorre cominciare anche per la concomitanza di avvenimenti e scelte che saranno un banco di prova per il socialismo europeo: l’allargamento della UE, la sua riforma istituzionale, le conclusioni della Convenzione e soprattutto le elezioni del 2004.

Felice Besostri

 

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APPENDICE:

Alcune misure possono essere adottate in tempi brevi.

1)      Ogni organizzazione internazionale deve prevedere nei suoi statuti una assemblea parlamentare eletta dai parlamentari nazionali e a cui riferire e rispondere e delle assemblee parlamentari delle organizzazioni internazionali e regionali (es. Consiglio d’Europa, OSA, OUA)

2)      L’assemblea elegge il segretario generale dell’organizzazione ed esprime il parere sulla nomina dei funzionari superiori.

3)      I rappresentanti dei parlamenti nazionali nell’Unione Interparlamentare sono eletti dalle rispettive Camere, nel rispetto della rappresentanza parlamentare dell’opposizione e l’UIP diventa un organo delle Nazioni Unite a fianco dell’Assemblea Generale dell’ONU.

4)      Su modello dell’Unione Europea si costituiscono organismi di cooperazione economica a livello continentale.

5)      L’Unione Europea si trasforma in una entità federale con competenza in politica estera, di difesa e sicurezza e di rappresentanza comune degli stati membri negli organismi di direzione delle organizzazioni internazionali.

6)      Il Presidente della Commissione è eletto dai cittadini europei per un periodo di quattro anni in una rosa di candidati non minore di tre e non superiore a 7, formata dal Consiglio Europeo e ratificata dal Parlamento Europeo.

Il candidato deve avere la maggioranza dei voti nella maggioranza dei paesi membri. Non è immediatamente rieleggibile e nessun candidato della stessa nazionalità può essere candidato alle successive.