Un secolo fa sarebbe stato facile, ma per niente necessario, definire la parola socialismo. Chiunque, allora, lo sapeva: il socialismo è l’alternativa al capitalismo, alla proprietà privata e all’economia di mercato, vale a dire socializzazione dei mezzi di produzione ed economia pianificata. Questa definizione poteva essere condivisa da rivoluzionari e riformisti, da comunisti e socialisti democratici, profondamente divisi tra loro circa i mezzi ed i tempi per la costruzione di una società socialista, come anche dai metodi per la conquista del potere e la sua gestione, ma non dalla critica della società esistente e dalle caratteristiche essenziali della società futura.
Tuttavia il socialismo per i suoi seguaci non è mai stato soltanto un modello di società e di organizzazione della produzione, ma anche un insieme di valori, che incorporava tutte le speranze di una società migliore e più giusta, di una società senza bisogno e miseria, fondata sulla libertà, la fraternità e l’uguaglianza. Questo credo ha avuto aspetti fortemente etici, quasi religiosi, è stato pedagogia collettiva per il miglioramento individuale e per la crescita intellettuale delle masse dei diseredati. L’insieme di valori connessi all’ideale socialista è stato nel complesso un fattore di liberazione, anche nei tempi più bui, cioè quando fu posto, in alcune parti del mondo e del movimento operaio, al servizio di uno stato, l’URSS, e di un partito, il PCUS.
Al movimento socialista siamo debitori dell’allargamento e consolidamento della democrazia moderna e, particolarmente in Europa e nei paesi di cultura politica europea, dello stato sociale e, in unione con i sindacati, del miglioramento delle condizioni di vita della maggioranza della popolazione.
Ora è molto più difficile trovare una definizione del socialismo, condivisibile da tutti, ma sarebbe oltremodo necessario, perché le contraddizioni dello sviluppo e la crescita delle ineguaglianze nel mondo, le guerre e gli stermini, il fanatismo religioso ed etnico, le epidemie e le carestie, insieme con i disastri ambientali, minacciano nel presente la pacifica convivenza delle popolazioni del mondo e nel futuro la stessa sopravvivenza dell’umanità, pur senza ricorrere a catastrofismi terrorizzanti e perciò paralizzanti dell’azione concreta. Le minacce al nostro futuro non sono tutte dello stesso segno e della stessa importanza nelle diverse aree del mondo, nelle aree più industrializzate e sviluppate e in quelle dove regnano la povertà e le malattie. I problemi di chi vuole una migliore qualità della vita sono diversi da chi deve semplicemente rimanere in vita, ma la coscienza di vivere in un unico mondo e che non ci sono soluzioni particolari deve prevalere sulla specificità delle differenze. Se viviamo in un mondo drammatico e contraddittorio è perché i meccanismi di produzione e finanziari dominanti o, comunque, prevalenti sono direttamente responsabili degli squilibri e del loro accentuarsi, come dell’attuale assetto internazionale, che all’equilibrio del terrore e delle superpotenze, non ha sostituito un equilibrio multipolare, ma l’espansione imperialista degli Stati Uniti. Gli Usa sono l’attore principale e l’unico planetario del nuovo ordine mondiale, ma sarebbe un errore limitarci alla critica della politica militare degli Stati Uniti, per dimenticare che il nuovo ordine mondiale si estende dalla Cecenia all’Iraq, dall’Afghanistan al Tibet e ne fanno parte a pieno titolo la Cina della repressione politica e la Russia di Putin, la Francia “africana” e Cuba, che imprigiona i propri dissidenti. Dovunque la democrazia sia in pericolo e regni l’ingiustizia, là vi è una maglia della catena del “nuovo” ordine mondiale che imprigiona i popoli. L’unica differenza, che può giustificare una priorità di attenzione, ma non un differente o indifferente atteggiamento, è tra stati che minacciano altri stati o popoli e quelli che opprimono soltanto i propri sudditi.
La critica al capitalismo è stata indubbiamente indebolita dall’esperienza comunista, quelle società del socialismo realmente esistente, non soltanto hanno fallito come modello economico, ma anche come modello politico e culturale: il sacrificio della libertà non ha favorito la giustizia, ma il predominio dei ceti dirigenti, di una nomenklatura irresponsabile e parassitaria, che spesso si è rivelata trasformista ed ideologicamente flessibile al punto di essere tuttora protagonista nei nuovi regimi e nell’era delle privatizzazioni, succeduti al crollo dei regimi comunisti in Europa orientale.
Per molti, per troppi, anche a sinistra, la tragedia del fallimento del comunismo al potere è diventata, tout court, la fine del socialismo come ideale e come aspirazione, dal quale, anzi, liberarsi al più presto sia nel nome, che nei simboli, per accomodarsi all’esistente, quasi che la divisione attuale nel mondo sia tra liberisti spietati ed intransigenti da un lato e liberali compassionevoli , cioè persone sensibili ai drammi sociali, dall’altro.
Celebrando i suoi cento anni, la Fabian Society, scrisse che a favore del socialismo devono parlare i fatti e i fatti per chi li vuol conoscere sono alla portata di tutti; basta leggere i rapporti delle agenzie specializzate delle Nazioni Unite, dal Rapporto UNCTAD sulla povertà nel mondo del 2002 a quello del 2004 sui cinquanta paesi più poveri, dal Rapporto UNICEF 2003 sulla condizione dei bambini nel mondo (600 milioni sono poveri) alla cifra di 20 milioni di schiavi tuttora esistenti rivelata nell’anno 2004 dalle Nazioni, analfabeti e semianalfabeti sono superiori al miliardo di persone, sempre a miliardi si contano i cittadini (una parola che dopo la Rivoluzione Francese dovrebbe significare persone portatrici di diritti) che non hanno acceso all’acqua potabile, all’istruzione e alle cure mediche elementari. Sempre dai dati in nostro possesso apprendiamo che basterebbero una piccola percentuale della spesa per armamenti per vincere le malattie a carattere epidemico con campagne di vaccinazione di massa, per contenere l’AIDS in Africa o per prestare soccorso alle decine e decine di milioni di profughi, che tuttora sono confinati in campi di raccolta.
Nei paesi industrializzati non c’è dubbio che la maggioranza della popolazione vive meglio, molto meglio di cento o cinquanta anni fa, quando l’Europa o molti paesi europei erano terre di emigrazione. Un relativo maggior benessere frutto non della generosità del sistema capitalistico, ma di lotte politiche e sindacali e anche, dobbiamo ammetterlo, dell’estrazione di risorse dai paesi colonizzati o, comunque, economicamente dipendenti dall’Occidente. Un solo esempio: non è tollerabile che centinaia di milioni di persone nel mondo non possano essere curate per ragioni di costo o di brevetti. Se ciò avviene occorre cambiare le regole, con prudenza, se del caso, ma con determinazione. Fatti come questi richiedono una componente, cioè la capacità di indignarsi ( anche se si ha più di 50 anni). In un mondo di 6 miliardi di persone nell’anno 2000 un miliardo stava nella cosiddetta area del benessere (che pure comprende al suo interno disuguaglianze di non poco conto) il resto nell’area del malessere. Malgrado il suo sviluppo enorme di questi ultimi anni il cinese consuma un barile e mezzo di petrolio contro i 25 barili di petrolio consumati in un anno da uno statunitense. Per non parlare soltanto degli altri: contro 25.000 dollari annui del reddito pro-capite di un italiano ci stanno i 400 dollari di un afgano. Anche nei paesi dell’area del malessere vi sono grosse differenze, tanto che sia la politica di aiuti verso che il commercio tra paesi sviluppati e paesi poveri è stato definito come togliere ai poveri dei paesi ricchi per darlo ai ricchi dei paesi poveri.
Il problema è che le disuguaglianze a livello planetario non accennano a diminuire, anzi il relativo sviluppo della Cina è uno dei fattori della crisi petrolifera. Se il mondo è percorso da tensioni con un rapporto tra ricchi e poveri, nel senso detto sopra di abitanti di aree sviluppate e di aree povere, di un ricco ogni 5 poveri, o 4, se consideriamo un miliardo di persone in una situazione intermedia, possiamo immaginare la situazione, quando nel giro di qualche decennio, saremo 10 miliardi su questo pianeta? Con un rapporto di ricchi e poveri di uno a nove? Parleremo ancora allora di scontro di civiltà in termini di valori o di fede religiosa o non, piuttosto, di scontro tra la società dei consumi e quella della penuria? Una società dei consumi, tra l’altro, che vive al di sopra dei suoi mezzi, perché individui, famiglie, imprese e stati hanno accesso al credito, che, come sappiamo tutti per esperienza, viene concesso ai ricchi e non ai poveri. Senza una politica di energia da fonti rinnovabili, accessibile a tutti, il divario sarà destinato a crescere con conseguenze facilmente intuibili: forse rimpiangeremo questi anni peraltro così drammatici. Come sinistra non possiamo essere catastrofisti, come tutti quelli che, dal nero futuro del mondo, vogliono trarre subito vantaggio chiedendo ai lavoratori di non fare rivendicazioni, che minano la competitività ed ai cittadini i di rinunciare al welfare.
Non si può stare a sinistra senza una scelta di natura etica, ma si deve sapere che non basta fare professione di buoni sentimenti, ciò che deve distinguere una coerente politica di sinistra dalla mera, per quanto apprezzabile, compassione per gli umili ed i poveri, è lo studio delle cause delle ineguaglianze e l’azione per rimuoverle. La solidarietà non si può imporre con legge, ma con legge si può organizzare una fiscalità progressiva, colpire i consumi superflui, tassare i grandi patrimoni ed i profitti speculativi o le rendite da posizione dominante. Rilanciare produzione e consumi è compito di scelte di politica economica, che per essere efficaci devono essere compiute su vasta scala, anche per questa ragione la scelta della integrazione europea deve essere confermata, ma con una definizione di priorità quali i grandi progetti infrastrutturali, la lotta alla disoccupazione, la riqualificazione e formazione permanente dei lavoratori ed il superamento del gap tecnologico e scientifico rispetto agli Stati Uniti e il tutto nel rispetto dell’ambiente.
La sinistra, che crede nel socialismo e nella democrazia, ha bisogno di nuove energie e di essere radicata, là dove sono presenti gli interessi che pretende di rappresentare, “il riscatto del lavoro dei suoi figli opra sarà”, il sapore ottocentesco del linguaggio non fa venir meno l’attualità del principio che non ha futuro una politica per qualcuno, se i qualcuno non sono soggetti della politica. Sono le vecchie, ma sempre attuali, idee di auto-organizzazione e di emancipazione, cioè l’idea di una sinistra “ che fa e si fa società”.
I partiti oligarchici non possono essere i soggetti di trasformazione sociale, la storia ha fatto giustizia di ogni teoria di avanguardie illuminate delle masse, sia che si presentino sotto l’aspetto rivoluzionario, che riformista (c’è un aspetto elitario in tanti revisionismi contrabbandati nel movimento socialista europeo. Il presupposto è lo stesso del leninismo: in fondo le masse sono brute ed ignoranti e non capiscono dove stia il loro vero interesse). Il socialismo, quando si lega alla democrazia si basa sul consenso, che nasce da una pedagogia comunitaria ed interattiva.
Tuttavia è crescente la sensazione che il futuro non riservi prospettive di crescita ininterrotta, per la prima volta nei paesi europei cresce la convinzione che i figli non vivranno meglio dei loro genitori e ciò per una molteplicità di motivi, reali , tra cui la concorrenza di paesi nei quali non vi è rispetto della libertà politica e sindacale o rispetto delle norme di salvaguardia ambientale e di sicurezza del lavoro o con sfruttamento di mano d’opera infantile. L’insicurezza crescente è anche indotta da un sistema di informazione, sempre più concentrato nelle mani di pochi e privo di controllo democratico e pertanto al servizio di gruppi di interesse, con l’obiettivo di ridurre gli spazi di democrazia e dei diritti con la scusa della difesa dal terrorismo o dall’invasione degli stranieri o dai prodotti cinesi, senza spiegare le ragioni di questi fenomeni e senza spiegare che spesso le produzioni concorrenziali son collocate in paesi lontani del cosiddetto Secondo o Terzo Mondo, ma i capitali ed i macchinari provengono dai nostri paesi e nei nostri paesi, e soprattutto negli USA, hanno sede le imprese multinazionali, che controllano più dell’ottanta per cento del commercio mondiale, cosi come nei nostri paesi sviluppati sono decisi i movimenti dei capitali ed i flussi finanziari, che decretano il successo o l’insuccesso della politica economica dei singoli stati nazionali e decisa dai loro governi, democraticamente eletti che siano o non.
Crediamo che debba essere oggetto di riflessione il fatto che un principio così ovvio della democrazia, come è quello di una persona un voto, non possa essere applicato su scala mondiale dove la grande e schiacciante maggioranza subisce le decisioni di piccoli gruppi.
Crediamo che debba essere oggetto di riflessione il fatto che mentre nei nostri paesi l’obesità sia diventata una malattia di massa, in altri imperversi la carestia, così come che l’industria farmaceutica investa in prodotti dietetici, per la crescita dei capelli o in psicofarmaci più che nelle malattie presenti nei paesi poveri, per scoprire poi che non siamo immuni dalla loro diffusione, se i polli si ammalano in Thailandia ed i conigli in Cina.
Altro fattore di insicurezza è la minaccia crescente di smantellamento di istituti di protezione e promozione sociale, quali le pensioni, l’assistenza sanitaria pubblica e l’istruzione generale pubblica ed obbligatoria. Si deve essere consapevoli delle sacche di inefficienza ed addirittura di spreco di strutture pubbliche, ma ciò avviene, quando di pubblico vi è soltanto la denominazione legale, ma di fatto sono proprietà di gruppi di potere collegati al potere politico ed economico,dominati da corporazioni ed inseriti nel circuito della corruzione. Coinvolgendo il personale e gli utenti è possibile rendere più efficiente il sistema pubblico. Per chi crede nei valori di solidarietà il miglioramento dei servizi pubblici è una sfida, per gli altri le loro inefficienze un pretesto. I poteri pubblici, quando siano espressione di una legittimazione e legalità democratica devono continuare a giocare un triplo ruolo: regolatore, redistributore e operativo, in particolare nei settori della istruzione, della salute e della ricerca, nonché per assicurare i livelli essenziali di sussistenza e correggere gli squilibri settoriali e territoriali.
In Europa è nata l’idea che le persone non hanno solamente dei diritti individuali (libertà di opinione, d’espressione, d’associazione, di stampa, di culto, di movimento …) ma ugualmente dei diritti collettivi (alla salute, alla educazione e alla cultura, al lavoro, all’alloggio, alla sicurezza sociale, all’ambiente ...) in quanto si voglia ancora distinguere tra diritti individuali e collettivi, perché l’esperienza ha dimostrato che non sono garantiti i diritti individuali ad una persona, se non sono garantiti a tutti, così come non sono garantiti i diritti collettivi (come ad esempio quelli riconosciuti alle minoranze etniche o linguistiche), se non ne possa godere ciascuno degli appartenenti ad una collettività.
A chi crede nei valori del socialismo non sono estranei i limiti delle compatibilità di bilancio e delle risorse disponibili, perché la distribuzione della ricchezza dipende dalla sua creazione, ma il rispetto dell’economia di mercato non è assoluto, quando è in gioco la dignità umana, né può significare che tutto possa essere ridotto a merce: essere favorevoli ad un’economia di mercato non comporta un’adesione ad una società di mercato. In una società ad economia di mercato i diritti umani e civili sono un costo non negoziabile, un limite insopprimibile allo stesso modo delle risorse naturalmente limitate, senza diritti delle persone non vi è libertà e la libertà dipende anche dalle tasse e dalle imposte, cioè dalle risorse gestite da un potere pubblico proprio per garantire i diritti, tutti i diritti, compresi quelli di proprietà, ma non solo quelli. Ogni politica di restrizione di bilancio, quando necessaria, implica scelte che non sono soltanto economiche, ma politiche: non si giustifica, che si debba cominciare sempre dalle pensioni e dall’assistenza sanitaria piuttosto che dagli armamenti o dalle contribuzioni clientelari o dagli sprechi indotti dal mercato della salute, dal comparaggio alla pubblicità.
La consapevolezza della globalità dei problemi e dei diritti richiede proposte globali, che superano il quadro tradizionale dello stato nazionale, cioè quel quadro istituzionale nel quale la democrazia e lo stato sociale hanno avuto il massimo sviluppo. Con una battuta si diceva che l’unica nazionalizzazione veramente riuscita nella storia del movimento socialista era quella del movimento operaio, che nella prassi aveva abbandonato l’internazionalismo a partire dal voto per i crediti di guerra all’inizio del primo conflitto mondiale del 1914/1918 o l’aveva messo al servizio del socialismo in un solo paese. All’internazionalismo, nel secondo dopoguerra si è sostituito l’europeismo, federalista nelle sue accezioni più progressiste, come nel Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni e negli scritti di Ignazio Silone, o funzionale come nel socialista belga Paul- Henry Spaak. La fede nell’Europa è condivisa, salvo qualche eccezione, da tutti i partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti europei, che accanto all’ Internazionale Socialista hanno dato vita al Partito Socialista Europeo ma il percorso è soltanto all’inizio, perché l’Europa si è costruita, sia come risposta ai lutti ed alle tragedie della guerra e della divisione dei popoli europei, nonché come espressione di una storia e di una cultura comune più che millenaria , sia come grande e libero mercato comune, che in primo luogo dovesse garantire la libera circolazione delle merci e dei capitali, quell’Europa icasticamente detta delle banche e dei banchieri: una semplificazione certamente, ma come tutte le semplificazioni con un forte nucleo di verità. Il peccato originale economicista, il ritardo nella democratizzazione delle sue istituzioni e le difficoltà nel configurare un suo ruolo attivo ed autonomo nello scenario internazionale, nonché l’assenza di una solidarietà effettiva con le politiche di liberazione nei paesi meno sviluppati hanno provocato freddezza, se non ripulsa, in settori della sinistra e del suoi elettorato, accompagnate da reazioni nazionaliste. Questa non è la risposta giusta, il rifiuto progressista dell’Europa neoliberale e liberista, che fa del denaro la misura di tutte le cose, dello stesso valore degli uomini e delle donne non soltanto nel mercato del lavoro, ma in tutte le dimensioni dell’esistenza, non può essere nazionalista, ma europeo, cioè basato su un’altra concezione di Europa, quella che sul piano politico e sociale è stato il frutto di più di due secoli di sforzi di modificare i rapporti umani. Se c’è un progetto comune europeo, condiviso da un buon numero di uomini e donne in Europa è incontestabilmente quello della solidarietà nella libertà, la creazione di uno spazio umanista, solidale e generoso, con tutti i suoi abitanti, di antico insediamento e di recente immigrazione, e con il resto del mondo in particolare con i paesi meno o per niente sviluppati. Presupposto per un nuovo e più giusto ordine mondiale, prefigurato tra l’altro nel rapporto Nord-Sud di Willy Brandt, è l’impegno intransigente per la pace,cioè il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà dei popoli e di risoluzione delle controversie internazionali, come ben dice la Costituzione italiana nel suo articolo 11.
Per chi crede nei valori del socialismo il rifiuto del terrorismo, comunque motivato, e del fanatismo religioso è naturale: nessuna lotta per quanto giusta può ricorrere al terrorismo, in particolare contro la popolazione civile. I mezzi compromettono e corrompono il fine, anche quando, putacaso si raggiungessero gli obiettivi. La comprensione delle radici economiche e sociali dell’estremismo politico o religioso che sia non sono tolleranza nei loro confronti, ma semmai un contributo per trovare il modo più efficace per combatterlo laicamente, senza lasciarsi trascinare nello scontro tra civiltà o culture, specialmente nella versione occidente cristiano contro oriente mussulmano. In altre epoche, ma anche in quella attuale, l’integralismo ed il fanatismo religioso non sono stati monopolio di una sola religione, ma hanno segnato il cristianesimo, l’ebraismo e lo stesso induismo.
Il ruolo dell’Europa che noi vogliamo non emerge dal testo di trattato-costituzione proposto dalla Convenzione Europea ed approvato dal Consiglio Europeo e pertanto non deve essere escluso a priori un voto negativo,non inteso come rifiuto dell’Europa, ma di questa Europa,, che, rispetto a 5 anni fa, è uscita ancora più conservatrice dalle ultime elezioni europee e dai cambi di governo in Francia, Italia e Portogallo e dal processo di allargamento, per quanto inevitabile. Una battaglia per il no! alla Costituzione europea può essere occasione di confronto ed unità con la galassia dei movimenti di sinistra alternativa ed ambientalista europea, il banco di prova di nuovi rapporti tra la tradizione socialista e l’altra sinistra, una sinistra, che, quale che sia stata la sua origine e storia abbia fatto i conti fino in fondo con lo stalinismo e la pratica burocratica e poliziesca del comunismo.
Nella costruzione dell’Europa manca un’opinione pubblica europea ed un sistema politico europeo, composto da partiti europei, nei fatti e non nel nome, cioè partiti che non siano una mera espressione confederale dei partiti nazionali dei singoli stati europei. La riforma è particolarmente urgente per i partiti, che, in varie forme, tuttora si richiamano al socialismo democratico, tanto che lo stesso Presidente del PSE, il socialdemocratico danese Rasmusssen, al momento del suo insediamento ha evocato la possibilità di iscrizioni dirette ed individuali al Partito Socialista Europeo.
La ripresa politica del socialismo in Europa è legata alle sorti della democrazia e pertanto è un segno preoccupante la crescente disaffezione elettorale della popolazione in particolare degli strati meno favoriti, questo fatto produce una fragilità dei sistemi politici,sotto due aspetti: uno attuale per l’esclusione di una parte consistente della popolazione dal processo elettorale, l’altro potenziale perché la reincorporazione può essere il frutto di un movimento populista o di un leader demagogico e carismatico. I partiti, compresi quelli socialisti, hanno perso l’abitudine di osservare gli strati inferiori della società, come sottolinea Alain Touraine, non soltanto quelli nel cui seno si sviluppano gli integralismi o i populismi, ma l’immenso mondo degli esclusi, che incomincia a toccare anche l’Europa.
Una riflessione sul mondo attuale e sui compiti del movimento socialista deve mettere in luce le contraddizioni nascoste, come conciliare le professioni di democrazia e di giustizia, con il fatto che in una banca americana, la Riggs, si sono trovati i conti milionari in dollari dell’ex dittatore cileno Pinochet e del presidente della Guinea Equatoriale (uno dei paesi più poveri del povero continente africano), Teodoro Obiang? Come credere alla serietà di una lotta alla criminalità organizzata, quando i canali di cui si avvale, per il riciclaggio dei proventi della roga e degli altri traffici illeciti, sono gli stessi del commercio delle armi controllato dai servizi segreti, della corruzione dei governanti e della evasione fiscale e del legittimo commercio internazionale?
I motivi di preoccupazione si accompagnano a quelli di speranza, per esempio, come sottolinea Pierre Rosanvallon , la diminuzione di partecipazione alle elezioni ed alla vita dei partiti non è un segno univoco sulla partecipazione alla vita pubblica dei cittadini, aumenta la partecipazione alle attività di volontariato, alla costituzione di comitati tematici o che si oppongono agli attentati all’ambiente, cosi come sono in aumento gli accessi alla giustizia non per interessi individuali. I giovani, accusati sovente di superficialità ed edonismo individualista, sono stati i protagonisti dei movimenti e dei cortei della pace e sulla scia dei Forum Sociali Mondiali non si possono più contare, tanti sono numerosi, gli episodi di resistenza di gruppi sociali ed intere popolazioni al liberismo selvaggio o civilizzato che sia. Negli ultimi tempi siamo testimoni di una deriva paradossale della democrazia, che pure appare come il sistema politico in espansione. Soltanto in America latina ed in Europa orientale nel giro di poco più di un decennio regimi autoritari sono stati sostituiti da regimi democratici. Eppure la politica appare sempre meno come la proiezione delle necessità dei cittadini e si sta convertendo in uno spettacolo mediatico controllato da elités che rappresentano esclusivamente gli interessi delle grandi imprese e delle maggiori concentrazioni di potere finanziario. Il legame indissolubile tra giustizia e libertà si esprime nel binomio socialismo-democrazia e nella pratica storica del movimento operaio e socialista:la democrazia si è espansa insieme con la costruzione dei grandi partiti e sindacati socialisti di massa ed ogni regime autoritario ha soppresso la libertà politica e sindacale. I socialisti, più di chiunque altro, devono, quindi preoccuparsi delle involuzioni e degenerazioni dei sistemi democratici, dalla scomparsa dei partiti politici, come soggetti mediatori ed articolatori dei bisogni della popolazione, al crescente costo della politica, massimo nei sistemi di elezione diretta del capo dell’esecutivo, tanto da far parlare di democrazia in vendita. Scomparsi (quasi) i regimi reazionari e (sicuramente) i regimi rivoluzionari, la democrazia corre il rischio di rivoltarsi contro se stessa. Se uno dei fondamenti della democrazia è la cittadinanza, che succede quando cresce il numero dei residenti non cittadini? Compie la democrazia una parabola, ritornando al modello ateniese, dove 40.000 cittadini decidevano, anche, per 400.000 metekos, per non parlar degli schiavi? Se il voto è libero ed uguale che succede ad una democrazia dove la partecipazione non è garantita a tutti su base di uguaglianza per ragion delle differenze di condizioni socio-economiche e di istruzione? Ovvero in cui l’opinione pubblica sia influenzata, se non manipolata, da un sistema oligopolistico dell’informazione? Stanno ancora alla base delle democrazie i diritti dell’uomo come individuo e come membro delle formazioni sociali, in cui si esprime, o prevalgono i problemi di governance dei diritti e dei bisogni per renderli compatibili con le risorse disponibili? La sinistra tutta, quella socialista in particolare, non può più permettersi di avallare, anche con i suoi comportamenti, una concezione della democrazia puramente procedurale, anzi in cui la procedura democratica è limitata all’elezione degli organi rappresentativi o delle cariche pubbliche democratiche. Se si riflette bene l’invenzione democratica non è consistita nelle elezioni (ad Atene le cariche pubbliche venivano attribuite con il sorteggio ), bensì nel procedimento pubblico e partecipato per le decisioni e le leggi, discusse di fronte a tutti i cittadini nell’agorà. La democrazia è governo dei poteri visibili e perciò viene meno quando le decisioni sono assunte da gruppi ristretti, consorterie, gruppi di pressione o di sodali, in modo non trasparente e senza darne giustificazione, sia pure a posteriori. La mancanza di trasparenza incide sul procedimento elettorale preparatorio con la scelta dei candidati nei collegi sicuri o in posizione utile nelle liste bloccate ed in tutte le nomine di secondo grado si tratti pure dei candidati a funzioni delicatissime, quali la Corte Costituzionale, il Consiglio Superiore della Magistratura, gli Uffici di Presidenza della Giustizia Amministrativa e della Corte dei Conti o in organi di rilevanza costituzionale quale i Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro. La discrezionalità e la mancanza di trasparenza presiedono alla nomina degli assessori, nelle fondazioni bancarie ed in tutto il bosco del sottogoverno, per di più senza forme effettive di controllo del loro operato durante ed alla fine del mandato. Nella primitiva democrazia greca esisteva almeno l’istituto dell’ostracismo. La democrazia per essere effettiva richiede cittadini istruiti, informati e consapevoli dell’interesse pubblico: la distruzione di un sistema pubblico e generalizzato di istruzione, la concentrazione dell’informazione e la sua subordinazione agli interessi del potere politico ed economico (che in Italia addirittura a volte coincidono), nonché i modelli di comportamento tesi a vantaggi immediati e personali conducono in direzione opposta.
Accanto a questi problemi di fondo vi sono quelli quotidiani e concreti della riduzione degli spazi di libertà in nome della sicurezza della crescente possibilità di controllo di strumenti informatici integrati con sistemi di video-sorveglianza, di spionaggio sistematico delle abitudini di consumo e di ogni nostra altra inclinazione, di cui resti una qualche traccia di pagamento o di comunicazione, dallo sms all’e-mail.
Primo dovere di una sinistra moderna è quello di non creare illusioni, cioè ingannare i cittadini con false promesse, quelle che impegnano soltanto chi le ascolta, ma non è illudere coltivare utopie, senza un minimo di utopia e di intransigenza ci si arrende ai primi ostacoli, la scelta socialista non può essere una fuga dalla realtà e dalle responsabilità, ma occorre una bussola e principi saldi.
L’etica socialista della responsabilità per essere esercitata e condivisa non necessita un viso arcigno, ma entusiasmo , ed anche umorismo contagioso, senso di amicizia e di stare bene in compagnia, gioia nel condividere le proprie esperienze con altri per crescere insieme, curiosità intellettuale ed umana, per cui il diverso e lo straniero non sono automaticamente dei nemici,gusto per la libertà e per la solidarietà, in poche parole credere che un mondo migliore è possibile, e non solo, ma anche che ognuno di noi è responsabile per ottenerlo.
Nel primo programma dei socialisti spagnoli era scritto che il loro obiettivo era la costruzione di una società senza classi di persone libere ed eguali, onorate ed intelligenti. Non lasciamoci impressionare dall’enfasi, anzi aggiungiamo qualcosa di nostro ponendoci come obiettivo la costruzione di una società senza classi di persone libere, uguali, onorate, intelligenti e felici.