ROSSO SALMONE ALLA NORVEGESE

 

La Norvegia in termini di popolazione è un piccolo paese: supera di poco i 4 milioni e mezzo di abitanti ed i risultati delle sue elezioni, a differenza di quelle tedesche del prossimo 18 settembre, non sono destinati a produrre effetti paneuropei, tra l’altro, in seguito ad un referendum, che spaccò il partito laburista, neppure fa parte dell’Unione Europea.

Tuttavia il suo sistema politico per la tipologia ed il numero dei partiti è più simile a quello italiano di quello tedesco.

In Germania, con l’eccezione delle PDS dopo la riunificazione e di partiti di destra estrema nelle assemblee legislative dei Laender, si è passati da un sistema di tre partiti (SPD, CDU-CSU, FDP) ad uno di quattro con la comparsa dei Grünen (Verdi). Le prossime elezioni confermeranno il passaggio ad un sistema a cinque, se, come appare certo, la coalizione della Sinistra Alternativa (PDS + sinistra socialdemocratica e sindacale) dovesse superare la clausola di sbarramento, fissata al 5%.

Lo spettro politico norvegese è molto più ampio, comprende otto partiti, di cui due collocati a sinistra (Arbeiderpartiet – Partito dei Lavoratori, i laburisti socialdemocratici, e SV, Socialisti di Sinistra), tre di centro-destra (o blocco borghese) (Cristiano Democratici, Conservatori e Liberali), un partito populista e xenofobo di destra (chiamato Partito del Progresso, indicativo del fatto che i nomi possono non aver rapporto con la realtà, come il Reform Party negli USA od un futuro indistinto Partito Riformista in Italia), uno di centro con sensibilità ambientale (Partito del Centro) ed uno sui generis di categoria (il Partito Marittimo, uscito di scena con le ultime elezioni).

L’alleanza di sinistra-sinistra-centro aveva un programma chiaro ed alternativo al blocco borghese di governo, che si reggeva grazie all’appoggio del Partito del Progresso: i 62 seggi del blocco borghese non erano sufficienti ad assicurare la maggioranza nello Storting di 165 membri.

Il rilancio dello stato sociale anche grazie alle ingenti risorse petrolifere: la Norvegia è il terzo paese esportatore di petrolio, sopravanzato soltanto da Arabia Saudita e Federazione Russa era il punto forte del leader della coalizione Jens Stoltenberg.

Nel nuovo parlamento di 169 membri la distribuzione delle forze sarà, in base alle proiezioni sul 96.6% delle schede scrutinate, il seguente:

-         Partito laburista                          62 seggi (+19)

-         Partito socialista di sinistra           15 seggi (-8)

-         Partito del Centro                       11 seggi (+1)

    Per un totale di                      88 seggi

-         Partito del Progresso                   37 seggi (+11)

-         Partito Conservatore                   23 seggi (-15)

-         Partito Cristiano-democratico        11 seggi (-11)

-         Partito liberale                            10 seggi (+8)

                                Per un totale di                       81 seggi

Già negli ultimi due anni era cresciuta la protesta sociale con la comparsa di un tasso di disoccupazione del 4,3% e che colpiva anche la categoria dei lavoratori professionali e dei tecnici, anche altamente qualificati.

Una corona norvegese forte nei confronti dell’Euro e del dollaro aveva limitato le esportazioni e le imprese norvegesi reagirono con delocalizzazioni nell’Europa orientale e nel sud-est asiatico.

La stessa produzione petrolifera si espandeva incontrollata a Nord del Circolo polare artico o al largo delle Isole Lofoten con danni ambientali, di cui il governo del democristiano Kjell Magne Bonderik non si curava, tanto che nel dicembre del 2003 aveva aperto allo sfruttamento petrolifero anche il Mare di Barents, malgrado le proteste degli ambientalisti.

In Norvegia non esiste un vero e proprio partito verde, ma le istanze ambientaliste, oltre che essere ben radicate nei socialdemocratici, sono soprattutto rappresentate dal partito tradizionale dei contadini, cioè il Partito di Centro. Per tale fatto la coalizione vincente era stata anche designata come rosso-verde.

Altra questione conflittuale della uscente maggioranza era l’atteggiamento verso l’Unione Europea con il Primo Ministro favorevole ed il decisivo Partito Progressista fortemente contrario.

La nuova coalizione vincitrice dovrà accantonare il problema, in quanto i socialisti di sinistra ed il partito di centro sono nettamente contrari alla UE.

In seguito al referendum del 1994 i laburisti, decisamente a favore, furono sconfitti ed anzi furono indeboliti da una piccola scissione che diede luogo alla formazione dei socialisti di sinistra.

Non essendo ancora certi i risultati definitivi non si sa ancora se l’aspra campagna elettorale e la nettezza delle scelte abbia fatto aumentare il tasso di partecipazione elettorale: la radicalizzazione è evidente, come singoli partiti due sono i vincitori: i laburisti ed i “progressisti”, rispettivamente primo e secondo partito, grazie al travaso interno alle coalizioni. I conservatori e i cristiano-democratici hanno ceduto voti ai “progressisti” ed i socialisti di sinistra ai laburisti.

Le elezioni norvegesi danno, comunque, indicazioni interessanti ad una sinistra che voglia discutere a tutto campo il suo ruolo in un contesto europeo ed in un mondo globalizzato.

Un’alleanza caratterizzata a sinistra non spaventa di per sé gli elettori moderati o di centro: la coalizione alternativa norvegese ha vinto grazie ad un massiccio spostamento di voti da partiti di centro-destra a favore dei laburisti.

Seconda considerazione: una alleanza spostata a sinistra non favorisce necessariamente  il partito più a sinistra della coalizione, ma quello che è destinato alla guida della coalizione.

Ultima notazione un sistema proporzionale è altrettanto stabile di uno maggioritario, quando il costume politico lo consente.

In Norvegia il Partito di Centro pur decisivo a dar la maggioranza, non si sognerà mai di rivendicare il posto di Primo Ministro, che spetta al partito vincitore.

La somiglianza con il sistema italiano dei partiti è già finita.

Milano, 14 settembre 2005

Felice Besostri