LA SINISTRA, LA VIOLENZA E IL TERRORISMO
di Felice C. Besostri
La questione del rapporto tra la sinistra, la violenza ed il terrorismo è riemerso in occasione della questione dei latitanti in Francia, in particolare per l’estradizione di Cesare Battisti, e dell’esecuzione di Baldoni, nonché per i recentissimi terrificanti avvenimenti di Beslan nella repubblica dell’Ossezia Settentrionale.
Bisogna subito premettere che una discussione su questo tema non sarà mai puramente razionale; le emozioni sono inevitabili e gioca, altresì, la storia personale e politica dei soggetti interessati.
Malgrado la suggestione del messaggio gandhiano e della sua stessa efficacia non sono mai riuscito ad essere conseguentemente a favore, sempre e comunque, della non violenza, anche se sono convinto che ragionevolmente io non vi farei personalmente ricorso neppure in circostanze in cui fossi politicamente convinto della giustezza di una risposta violenta, ed anche armata, alla privazione della libertà o alla negazione dei diritti umani in generale. La resistenza partigiana al nazi-fascismo o l’insurrezione del ghetto di Varsavia sono due esempi tra i tanti che potrei dare. In ogni caso il ricorso alla violenza non può che essere eccezionale, limitato e proporzionato, cioè dipende dalla violenza, che si vuole contrastare, o dai valori, che si vuole difendere.
Nel movimento operaio e socialista la distinzione era netta quando si discuteva della strategia per la conquista ed il mantenimento del potere: la violenza era dei rivoluzionari, la non violenza dei socialisti democratici. Dalla storia è stato sconfitto il modello bolscevico: la rivoluzione mangia i suoi figli, con la bella espressione di Leonhard, oltre che prendersela con i “nemici di classe”, ma il modello socialista democratico non ha costruito, con altri mezzi, una società socialista, società più giuste ed egalitarie certamente, quando è riuscito a restare al potere per qualche decennio.
Ricordo una battuta del vecchio Nenni, di risposta ai critici delle società scandinave, che “era meglio morire di noia, piuttosto che di fame!”.
Tuttavia, anche tra i rivoluzionari, le critiche al terrorismo, perlomeno nella sua versione individualistica ed anarchica, sono sempre state forti, mentre veniva praticato il terrore di massa.
La violenza, ed i suoi metodi, compresi quelli terroristici, sono stati riabilitati dalle lotte di liberazione nazionale ed anticoloniali. Penso, per esempio, alla guerra d’Algeria e a quella del Vietnam, che tanta simpatia hanno suscitato a sinistra. Tutti, o quasi tutti, ritenevamo che una causa giusta giustificasse non solamente la lotta armata, ma anche l’impiego del terrorismo, con le bombe fatte deflagare nei locali o negli edifici pubblici (ma mai, se ben ricordo, nelle scuole o sugli autobus). In ogni caso si cercava il più possibile di colpire obiettivi mirati e non vi era la logica del martirio alla kamikaze. Tuttavia, se dalla storia non si impara, la stessa è destinata a ripetersi, finché la lezione non sia stata imparata. La giustezza della causa e l’uso controllato del terrore non hanno impedito, che la vittoria contro la potenza coloniale o le truppe di occupazione straniere ed i loro complici corrotti producesse non società più giuste e più libere, ma regimi di oligarchie autoritarie, burocratiche e poliziesche e per di più non aliene dall’arricchimento personale.
Quando, peraltro, non vi erano degenerazioni borghesi, era ancora peggiore l’orrore del delirio egalitario e dell’uomo nuovo, come nel regime comunista integrale della Cambogia di Pol Pot.
In fin dei conti, come ci ricorda Silone nel romanzo “Il seme sotto la neve”, la corruzione rende umane le leggi (senza che questo ne costituisca una giustificazione) ed in molti paesi totalitari è stata il salvacondotto per l’espatrio, la libertà, la vita.
Nel 1976, quando con Lelio Basso, si adottò la Dichiarazione di Algeri, come Carta del Diritto dei Popoli, nessuno di noi a sinistra poteva immaginare (o forse non eravamo pronti a vedere) che l’Algeria, campione di Bandung e del Terzo Mondo, nonché terra d’asilo di rivoluzionari e libertadores di tutto il mondo, avrebbe 10 anni dopo represso nel sangue la rivolta del pane di Algeri, soppresso le elezioni ed affrontata la lotta ad uno dei più spietati e barbari movimenti fondamentalisti islamici con esecuzioni di massa, una guerra sporca come quella delle truppe coloniali francesi conto il FNLA. Poche voci si sono levate a sinistra contro la repressione dei berberi e delle loro rivendicazioni linguistiche e culturali, una sinistra di solito pronta, e giustamente pronta, a difendere l’identità degli indios e financo dei baschi, non importa se inquadrati nel terrorismo dell’ETA, o dei cattolici nord-irlandesi dell’IRA. Ovvero, su un piano più tranquillo, riscoprendo, prima dei padani di Bossi, la musica celtica insieme con i movimenti indipendentisti bretoni. I miti della rivoluzione, specie se vittoriosa come a Cuba con Castro o in Nicaragua con i sandinisti, (per il Salvador e il Guatemala, ci è obiettivamente spesi meno) hanno accompagnato la sinistra europea, un po’ tutta anche quella più timidamente riformatrice. Senza i miti della lotta armata e della teologia della liberazione (sia ben chiaro senza negare nulla al valore ecclesiale positivo di quest’ultima come rottura della compromissione della chiesa cattolica con i regimi reazionari) le Brigate Rosse non sarebbero cadute nella trappola di padre Girotto, il famoso “fratello mitra”.
A sinistra bisognerebbe aprire, prima possibile, il capitolo doloroso del conflitto israeliano palestinese, quando una giusta aspirazione ad una identità politica statuale ed alla fine dell’occupazione di Gaza e Cisgiordania, ha fatto chiudere gli occhi su una strategia del terrore indiscriminato, con forme di appoggio sconfinate nel più trito antisemitismo, comunque travestito. Soprattutto la sinistra, in particolare quella europea, ha rinunciato a giocare il suo ruolo politico di forza, rispettata dalle parti in lotta, per il suo netto rifiuto dell’antisemitismo e per la coerenza liberatrice dei popoli oppressi: infatti, invece, di essere forza di dialogo e pace ha preferito dividersi e schierarsi acriticamente con una delle due parti in lotta. Un merito deve essere dato, tuttavia, all’Internazionale Socialista, nel cui seno convivevano i laburisti israeliani, compresi i sionisti socialisti del MAPAM, e la OLP.
Gli accordi di Oslo furono sottoscritti con i laburisti norvegesi al governo e grazie ad un ministro degli esteri socialista, già dirigente dell’Unione Internazionale della Gioventù Socialista.
I socialisti, vittime della violenza e del terrore, sono tanti, tantissimi, sia ad opera degli squadroni della morte in America Latina, come Hector Oqueli, o del terrorismo libico, come l’ex Segretario Generale dell’Internazionale Socialista Berndt Carlsson a Lockerbie, o dell’ETA, come Fernando Mujica Herzog o Ernest Lluch.
Compagni socialisti e comunisti sono state vittime della lotta armata in Italia, tra i tanti voglio ricordare Guido Rossa e Walter Tobagi: una catena di sangue che è arrivata sino ai DS con l’omicidio dell’avv. D’Antona. Eppure appena si discute di violenza e terroristi parte subito l’accusa che a sinistra ci siano i complici ed i protettori degli assassini, magari soltanto perché si chiede la grazia per Sofri e Bompressi e si avanzano dubbi su processi, celebrati nell’emergenza e prima della riforma costituzionale sul giusto processo, senza peraltro delegittimare, per questo, le sentenze di condanna passate in giudicato.
E’ chiaro che vi è un tentativo di far passare anche nelle nostre teste l’emergenza terrorista per giustificare le limitazioni della libertà e di altri diritti fondamentali dell’uomo. Soltanto la sicurezza deve importare, il dubbio e la critica dei cittadini indeboliscono i governi e perciò oggettivamente aiutano il terrorismo: slogans ripetuti alla nausea dopo la strage di Belsan nell’Ossezia Settentrionale.
Di fronte all’esecuzione di Baldoni e di 12 lavoratori nepalesi Barenghi, la iena del Manifesto, ha lanciato una provocazione sostenendo che è meglio un Iraq occupato dagli americani che nelle mani dei tagliatori di gole. La provocazione è chiaramente paradossale, ma ogni paradosso contiene una parte di verità, altrimenti sarebbe una pura assurdità. E’ chiaro, che chi è contro la guerra in Iraq non può essere a favore dell’occupazione americana, ma un conto è mobilitare le opinioni pubbliche per ottenere il ritiro delle truppe ed altro è auspicare che gli americani siano sconfitti da terroristi e tagliagole: hic Rhodus, hic salta. Non si può sfuggire dicendo, sia pur razionalmente, che si è contro l’occupazione americana e contro i terroristi. La sinistra deve fare politica, cioè scelte, e chiedersi chi sono i suoi interlocutori in Iraq e chi erano per preparare un’alternativa democratica (e socialista) a Saddam ovvero chi sono adesso i gruppi o Bisogna avere la memoria corta o una grande capacità di rimozione per dimenticare che, con la scusa che nella sigla del partito Baath era contenuto il richiamo al socialismo, esponenti baathisti erano ospiti dei congressi del PCI e del PSI. Né a scusante vale il fatto che Saddam e stato sostenuto dalla CIA e dall’Occidente quando era il bastione antikhomeinista, né che abbia potuto massacrare sciti e curdi anche durante e dopo la Guerra del Golfo con il beneplacito di Bush senior. Il fatto è che dalla sinistra ci si aspetta un diverso atteggiamento, sia etico che politico. La corruzione, per esempio, ha effetti più devastanti a sinistra che a destra, perché la sinistra deve essere differente. Se a sinistra si hanno gli stessi comportamenti della destra, perché si dovrebbe stare a sinistra?
Dall’autorevole Corriere della Sera l’ineffabile Galli dalla Loggia ci dice che di fronte agli integralisti islamici dobbiamo essere solidali con i governi perché rappresentano i loro popoli nel bene e nel male. La legittimità di un governo è questione che riguarda i rapporti tra stati e le organizzazioni internazionali, non condiziona il nostro giudizio sui fatti del mondo, e di questa libertà fa parte l’opinione che un governo, il proprio o l’altrui, abbia sbagliato e stia sbagliando.
Chiarito che i responsabili delle teste mozzate, delle gole tagliate, dei sequestri, delle uccisioni di donne e bambini e di civili sono i terroristi ed i gruppi estremisti islamici e che per questa ragione sono nostri nemici, quale che sia la causa che difendono e quale che sia il motivo del loro agire, non si capisce perché non ci si dovrebbe interrogare sulla efficacia della risposta e dei mezzi di contrasto, se per esempio l’intervento a Belsan, per la sua improvvisazione abbia aumentato ed in che misura il numero delle vittime. Proprio il precedente del teatro Dubrovska non può essere archiviato perché Putin è stato “democraticamente“ eletto.
Il ripudio del terrorismo non può diventare complicità delle violazioni dei diritti umani in Cecenia da oltre un decennio, tutto sommato nell’indifferenza dell’opinione pubblica, anime belle della Sinistra comprese, fatte le dovute eccezioni, per l’Italia dei radicali e di Adriano Sofri e di individui sparsi nei partiti di sinistra. Sarebbe un errore ondeggiare sui diritti umani, (Cuba per esempio?), pur con tutti i distinguo in relazione al grado di amicizia del loro capo di governo o di stato con il nostro Berlusconi. Una sinistra degna del suo nome, che significa impegno per i deboli ed i diseredati di tutto il mondo, non può nemmeno rinunciare alla sua autonomia di giudizio inseguendo i fatti soltanto quando diventano notizie, anzi immagini. I 42.000 bambini ceceni uccisi in questi dieci anni dai bombardamenti e cannoneggiamenti delle truppe russe non giustificano l’uccisione di un solo bambino osseto, ma sono un tremendo macigno per le nostre coscienze e per la nostra credibilità politica. La Fallaci può occuparsi del solo estremismo islamico e dimenticare i fanatici induisti che bruciano le moschee e organizzano pogrom di mussulmani in India, noi no.
I nuovi crociati possono dimenticare che, fino ad oggi, i fanatici islamici hanno ucciso più mussulmani di qualsivoglia credente di altra fede, noi no. E’ giusto chiamare all’unità nazionale, ma come ha fatto la Francia coinvolgendo la sua comunità islamica. L’unità si può fare nel rifiuto della violenza e per la dignità della persona, non come ci chiede Pera, in nome dell’Occidente (e Hitler con il suo Gott mit uns?) e dei valori cristiani (quali? Le Crociate? La Santa Inquisizione? I processi alle streghe? Le conversioni forzate? Gli stermini di albigesi e valdesi?). Al Qaeda parla di lotta ai crociati, vogliamo dar ragione a Osama. La sinistra deve essere molto chiara nelle sue prese di posizione, ma non soltanto con articoli di giornale o dichiarazioni televisive dei suoi leaders, è a livello capillare nei luoghi di lavoro, di istruzione e di svago che si forma l’opinione pubblica. Dopo Baldoni e dopo i 12 nepalesi, si è verificato il sequestro delle due cooperanti appena finito l’orrore dell’Ossezia: lo scivolamento dell’opinione pubblica verso l’islamofobia è un pericolo concreto.
Tale pericolo non si scongiura con la litania del cui prodest o con le dietrologie non verificabili, non diamo per sc0ontato che dietro il sequestro delle nostre due cooperanti ci siano gli americani o gruppi iracheni loro alleati. I dubbi si risolvono chiedendo a gran voce un’inchiesta indipendente, come hanno fatto anche le famiglie di Beslan.
Un americano tranquillo di Graham Greene lo abbiamo letto in molti od abbiamo visto il film. In Italia non abbiamo chiuso i conti con piazza Fontana e piazza della Loggia e perciò non ci meraviglieremmo di scoprire provocazioni o coperture al terrorismo di chi dovrebbe combatterlo, ma non rifugiamoci dietro questo alibi per non prendere le distanze in modo netto dal fanatismo e dal terrorismo.
Tuttavia la condanna della violenza e del terrorismo, senza se e senza ma, non può diventare complicità con l’oppressione e la violenza istituzionale e, pertanto, ai popoli oppressi si deve fornire un’alternativa alla disperazione suicida. L’esempio viene dalla lotta di Timor Orientale, già colonia portoghese, occupata dall’Indonesia con un programma di genocidio. La liberazione di Timor Leste è stata un successo: ora è uno stato indipendente ed i suoi leaders sono stati insigniti del premio Nobel per la Pace. Occorre un sistema internazionale per la protezione dei diritti umani sul modello della Corte Europea dei diritti dell’uomo, in altre parole internazionalizzare i conflitti e le violazioni dei diritti umani ed agire per la trasparenza: se ci sono interessi strategici od economici negli interventi militari debbono essere enunciati/evidenziati: spetterà alla pubblica opinione giudicare. L’oppressione di un popolo fosse anche il proprio deve essere trattato come crimine contro l’umanità e delitto imprescrittibile, soggetto al Tribunale Penale Internazionale, alla stessa stregua del terrorismo I proventi dei furti e della corruzione dei dittatori devono essere sequestrati e non protetti dal segreto bancario. Si deve poter riconoscere ad un popolo soggettività di diritto internazionale per poter accedere alle corti internazionali in casi come quello ceceno, ovvero, ad un sistema di tutela tipo ombudsman. Per la tutela dell’ambiente, per esempio, alcuni ordinamenti hanno concesso la legittimazione in giudizio alle associazioni ambientaliste. I diritti dell’uomo hanno la stessa importanza dell’ambiente, le ONG di tutela ben possono avere lo stesso riconoscimento. Se stabilire questi principi a livello internazionale pare una prospettiva di lungo periodo, nulla impedisce che un singolo stato dichiari nel proprio ordinamento che la violazione dei diritti dell’uomo da chiunque e dovunque commessa costituisca reato. D’altra parte, del tutto unilateralmente, gli Stati Uniti hanno stabilito una giurisdizione universale, ammettendo azioni contro banche svizzere da discendenti di ebrei europei o sequestrando un capo di stato a Panama e giudicandolo per reati comuni a Miami o istituendo tribunali speciali per i terroristi di qualsivoglia nazionalità catturati in Afghanistan, anche quando questi individui accampano di essere stati al servizio di un governo apparentemente legittimo e, fino a pochi anni prima, internazionalmente riconosciuto da altri stati membri della comunità internazionale. Quando oppressori di popoli e terroristi fossero messi sullo stesso piano, sarà più facile sconfiggere il terrorismo.
Il percorso indicato presuppone un sistema di informazione libero ed indipendente, che dia uguali possibilità di accesso ai popoli ed alle comunità, che lamentino oppressione e discriminazione.
Deve cessare il triste e scandaloso “privilegio” di chi ha diritto alla trasmissione della propria morte in diretta non per ragioni di pietas, bensì di audience, rispetto ai morti ammazzati ed ai torturati in segreto. Quanta strada abbiamo da percorrere e compiti da svolgere, come sinistra o, semplicemente come democratici, senza bisogno di ripetere vecchi slogan tipo “ né con lo stato, né con le BR” o nuovi come “né con i tagliagole, né con l’occupante americano”. Quando alla vigilia della prima guerra mondiale i partiti del movimento operaio, quelli che cantavano:” non più frontiere/stanno ai confini rosse bandiere” si nazionalizzarono votando i crediti di guerra, non ebbero miglior sorte quelli che se ne uscirono con un “né aderire, né sabotare”. Il né, né non va bene, tocca alla sinistra dire evangelicamente quando si tratta di violenza, terrorismo, violazione dei diritti della persona e dei popoli i sì, sì e i no, no, che ci vogliono.
Milano, 20 settembre 2004