Zurigo, 11 marzo: presentazione del volume di Felice Besostri "Da lontano e da vicino. Percorsi nel socialismo europeo"(GRTV) Avrà luogo domenica 11 marzo 2001, dalle ore 14 alle 16.30 presso la saletta "Ezio Canonica" del Cooperativo Strassburgstrasse 5 - 8004 Zurigo, la presentazione del libro di Felice Besostri "Da lontano e da vicino. Percorsi nel socialismo europeo". Tra i partecipanti, oltre all’Autore, Anna Biscossa, Presidente del Partito Socialista Ticinese; Ettore Cella-Dezza, Presidente d’onore dell’Associazione Avvenire dei Lavoratori; Andreas Gross, Delegato parlamentare elvetico al Consiglio d’Europa; Franco Narducci, Segretario generale del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero. In breve sul libro Il dato politico continentale che più di ogni altro caratterizza questo inizio di secolo consiste nel tentativo neo-conservatore di porre l’Unione Europea sotto l’egida di un’alleanza apertamente ostile alle forze di tradizione laico-progressista. Da tale dato prendono le mosse i Percorsi nel socialismo europeo, tramite i quali Felice Besostri offre un contributo d’indubbio valore al dibattito, in corso anche nel nostro Paese, sul futuro della sinistra e della democrazia nell’età della globalizzazione. Da lontano e da vicino è la rassegna, ora pensosa, ora ironica, di piccoli e grandi eventi che - dalla costruzione della moneta unica all’intervento NATO in Kosovo e oltre - hanno contrassegnato una stagione politica decisiva e tutt’oggi in svolgimento. Felice Besostri, nato nel 1944, è avvocato e ricercatore universitario confermato a Milano. Eletto al Senato nel 1996 (Gruppo Ds-L'Ulivo), è membro dell’assemblea parlamentare presso l'Unione Europea Occidentale (UEO), vicepresidente del Gruppo parlamentare del PSE presso il Consiglio d’Europa e dall’ottobre scorso Presidente dell'assemblea parlamentare presso l'Iniziativa Centro Europea (InCE). La premessa dell'Autore Le lingue straniere mi sono sempre piaciute e viaggio volentieri. Ma in questi anni le mie presenze all’estero hanno avuto un carattere prevalentemente istituzionale, dovuto all’elezione in Senato nel 1996 e agli impegni parlamentari che ne sono conseguiti nel Consiglio d’Europa, nell’Unione dell’Europa Occidentale e nell’Iniziativa Centro-Europea. Fino agli Stati Generali di Firenze nel febbraio del 1998 ho coordinato i rapporti internazionali della Federazione Laburista di Valdo Spini. Due volte mi è stato affidato l’incarico di rappresentare i Ds fuori d’Italia: in occasione di un simposio organizzato a Berlino dalla Ebert-Stiftung, la fondazione culturale della SPD, e in occasione del Congresso del PS svizzero tenutosi a Lugano nell’autunno scorso. Inoltre ho partecipato come relatore a manifestazioni, seminari o dibattiti in vari Paesi. Insomma, le occasioni di contatto non sono mancate. E così, durante le pause di viaggio oppure in vista di alcuni appuntamenti di rilievo, ho provato a buttare giù qualche considerazione sull’evolversi delle cose italiane ed europee. Ne sono nati i testi qui raccolti. Per lo più si tratta di articoli, o di brevi saggi, già apparsi su diverse testate. Nel ripubblicarli qui, in forma lievemente rielaborata ed emendata, spero possano offrire qualche informazione utile al Lettore, qualche spunto di riflessione, qualche plausibile argomento a sostegno di due temi che mi stanno particolarmente a cuore: l’importanza dell’impegno internazionale per qualsiasi ambito dell’attività politica e l’importanza, per la sinistra, di una robusta cultura della memoria e del progetto. Al Consiglio d’Europa e presso l’Iniziativa Centro Europea mi sono ulteriormente convinto dell’enorme peso che i rapporti internazionali esercitano nell’agire politico di ogni Paese. In questo senso non esiste una separazione netta tra politica interna e politica estera. La politica estera, tuttavia, era ed è monopolio dei Governi, mentre arranca, in una fase di sviluppo ancor lento e contraddittorio, l’assunzione di responsabilità democratica da parte delle assemblee elettive. Certamente ha una sua ragguardevole storia la politica internazionale di partito, ma anch’essa era ed è riservata ai vertici. Se poi a ciò aggiungiamo lo scarso interesse della stampa per l’attività ordinaria delle organizzazioni internazionali, dobbiamo registrare un vero e proprio deficit di democrazia. Questo deficit, cui si assommano le ben note difficoltà dello Stato nazionale di fronte al processo di globalizzazione, rischia di incontrare quale proprio unico contrappeso il "popolo di Seattle", con tutti gli inevitabili corollari di guerriglia urbana e d’inefficacia riformatrice. Dopo oltre duecento anni di sviluppo della moderna democrazia è sgradevole doversi chiedere se - insieme a sottili rischi di rifeudalizzazione - non si stia profilando anche una rozza tendenza alla jacquerie. Ed è amaro constatare quante potenzialità positive restino inutilizzate nella dimensione internazionale della politica. Ma forse il mio è un punto di vista parziale. Dicevo che le lingue straniere mi sono sempre piaciute. Questo è vero sin dai tempi in cui il desiderio d’imparare il tedesco mi portò, dodicenne, in Austria. I miei mi affidarono a un Kinderheim retto da una signora di origine ungherese. Dall’Ungheria proveniva anche buona parte degli altri giovani ospiti: ragazzi, ragazzine, qualcuno addirittura bambino. Era l’estate del 1957, e loro, per fuggire la repressione sovietica, avevano trovato riparo lì. Quattro anni dopo i racconti di quel Kinderheim si sarebbero rivelati decisivi nella mia prima scelta politica. Divenuto marxista (come possono esserlo dei sedicenni-sedicenti), dovevo optare per uno dei due partiti di sinistra: m’iscrissi al PSI e non al PCI. Se la specifica scelta socialista derivava da quei primi contatti all’estero, la decisione d’impegnarmi politicamente fu, invece, di natura tutta italiana. Fu, per me come per molti altri, una risposta ai fatti del luglio 1960 e al pericolo del clerico-fascismo (espressione sturziana che oggi non userebbe più nessuno, neanche se il pericolo diventasse concreto). Nella Federazione Giovanile Socialista Italiana mi appassionai alle relazioni internazionali, malgrado i consigli degli amici, per i quali tale genere di relazioni, nei momenti decisivi della "carriera politica", non serve a nulla. Oggi sono convinto della giustezza di quella valutazione, ma paradossalmente anche della sua totale fallacia. Certo, se la politica è organigrammi e improvvisazione, la sensibilità internazionale va messa da parte. Ma per la formazione umana, morale ed intellettuale, rimane una scuola formidabile. Una scuola per iscriversi alla quale spesso non occorre nemmeno uscire dalla propria città. Basterebbe una normale dose di apertura mentale ed umana. Ricordo gli esponenti della Primavera di Praga, ricordo l’ondata dei profughi politici latino-americani o, negli anni Ottanta, gli amici di Solidarnosc in esilio. Grazie a loro ho potuto guardare alle cose italiane da un'angolatura diversa, dalla quale si potevano ben intuire problemi che sarebbero scoppiati di lì a pochi anni. Uno degli aspetti altamente utili nei contatti internazionali è il divieto di fumosità. Se ti chiedono d’illustrare la situazione del tuo Paese in una lingua, che non è la tua lingua madre, in termini comprensibili e in non più di mezz’ora, ti rendi conto di non poterti perdere in numeri di varietà: devi ragionare in modo attendibile sui "fondamentali" dell’economia, delle Istituzioni e della cultura. Un altro aspetto degno di nota consiste nello stile cui s’improntano in Europa i rapporti tra cittadini e palazzo. Parlo per esperienza personale. Helmut Schmidt, per dire, è molto più accessibile di taluni dirigenti di partito in Italia. Per non parlare di certi Assessori comunali in amministrazioni, anche di centrosinistra, della provincia milanese. Negli ultimi tempi, dapprima per via dell’insegnamento di diritto costituzionale dei Paesi dell’Europa centro-orientale, e poi ancor più in seguito agli impegni istituzionali, i miei interessi si sono focalizzati sul processo di costruzione e di integrazione europea. Ciò traspare qua e là nei testi che seguono. Ma spesso, riflettendo sulla situazione attuale, mi capita di fare dei raffronti con una stagione molto diversa: quella in cui iniziai a interessarmi di politica, nel 1961. Era l’epoca della lotta di liberazione nazionale algerina; fascismo, razzismo, colonialismo facevano parte degli idola da abbattere risolutamente. Ripenso alla Spagna, al Portogallo e alla Grecia di quegli anni, penso agli esponenti dell’opposizione democratica. Felipe Gonzales, l’ho conosciuto a Siviglia quand’era ancora sotto sorveglianza come il pluricondannato Isidoro. Ricordo la visita milanese di Mario Soares, al Circolo di via De Amicis; era un esiliato di cui non si poteva immaginare il successivo ruolo da protagonista nella Rivoluzione dei Garofani e nel consolidamento della Repubblica portoghese. Ricordo Alekos Panagulis, con lui è scomparso un amico. E poi il golpe cileno, la sequenza dei regimi militari e dittatoriali in America Latina: dal Brasile, all’Argentina, al sempre dimenticato Paraguay. Per molti anni in quell’area si sono concentrati i miei interessi politici ed umani. Vorrei menzionare tutti i compagni, quelli "di base" e i "dirigenti", con cui ho condiviso anni di dialogo serrato, rivolto alla pratica politica e al lavoro sindacale, senza mai subire il fascino della lotta armata; preferivamo quello di Isabel Allende e di Hortensia Bussi o di Betinho. Ma c’era un altro rischio da evitare: che la solidarietà internazionalista assumesse una funzione compensatoria rispetto alle inevitabili frustrazioni della pratica riformista. Proprio per questo motivo, però, non posso dimenticare la lezione, di fiducia nella pedagogia dell’informazione e nella supremazia del diritto, impartita da Lelio Basso, che mi volle accanto a lui nel Tribunale Russell, nella Lega Internazionale per la Liberazione dei Popoli, e nel contributo dato nell’elaborare la Carta di Algeri del 1976. Un altro punto su cui sento il dovere di rimarcare le mie posizioni riguarda il dissidio mediorientale. Al primo segno di pericolo per l’esistenza d’Israele io non ho avuto dubbi su dove dovesse collocarsi la sinistra democratica; il che non significa in alcun modo dimenticare le ragioni dei palestinesi, vittime al pari degli israeliani del rifiuto arabo. Ho sempre creduto nella forza della pace e del dialogo come stella polare cui guardare; in tempi difficilissimi questa rotta mi è stata confermata dal desiderio d’incontro venutomi da due persone eccezionali come Peres Merchav, socialista e israeliano, ed Abdel Zwaiter, comunista e palestinese. La nascita d’Israele ha causato la crescita di una identità palestinese, che si è venuta progressivamente affrancando da uno sfondo abbastanza vago e indistinto. Anche di qui discende necessità di un dialogo diretto che emargini i fanatici, tutti i fanatici, tanto i linciatori di soldati ormai inermi, quanto coloro che hanno armato la mano dell’assassino di Iztak Rabin. Morti tragiche hanno interrotto amicizie forti: Berndt Carlsson, già Segretario dell’Internazionale Socialista, nell’attentato libico di Lockerbie; Ernest Lluch, socialista catalano, ucciso per mano dell’ETA, e così pure l’avvocato Fernando Mugica Herzog, basco ed ebreo; Hector Oqueli, vittima degli squadroni della morte in Centro America. Ma in una vita può persino capitare di condividere il sapore storico della vittoria. Ho ancora in mente Pietro Nenni, che accompagnai nel suo ultimo discorso a Madrid: l’emozione di migliaia di persone che ascoltavano, l’emozione del vecchio Amutio che riabbracciava il leader italiano dopo oltre quarant’anni. E l’emozione di Nenni nel ripercorrere insieme ad Amutio i tempi in cui ad Albacete difendevano la Repubblica dai franchisti. Mi fermo qui. Non sono ancora approdato agli anni in cui ci si dedica all’attività autobiografica. Né sarebbe giusto indulgere eccessivamente ai ricordi. D’altronde, volgendo lo sguardo al futuro, e interrogandoci sui possibili esiti della lunga transizione italiana, non possiamo non augurare al nostro Paese una sinistra forte, moderna ed europea. Perciò, dopo il cinismo, le rimozioni e le improvvisazioni che hanno caratterizzato il decennio iniziatosi con la grande occasione perduta nel 1989, resiste una speranza: che le buone ragioni del socialismo democratico riescano di nuovo ad affermarsi, anche in Italia. Milano, 10 gennaio 2001
L’Avvenire dei Lavoratori 7 marzo 2001
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