Intervento di Felice Besostri

Intervento alla manifestazione del 1 aprile al circolo De Amicis di Felice Besostri, della presidenza pro tempore della Sinistra per Israele e condirettore dell'Avvenire dei Lavoratori, organo della Federazione Socialista Italiana in Svizzera aderente ai DS.

 

Quando si discute un problema troppo spesso si dà per scontato che almeno i suoi termini siano chiari, nel nostro caso ritenevo che Israele e Sinistra non avessero bisogno di definizioni, ma che il problema più controverso fosse quello dell'antisemitismo, poiché le percezioni dell'antisemitismo sono molto diverse. Dall'altra parte lo diceva già Lichtenstein che la scrittura è uno specchio che riflette l'immagine di chi legge. Quello che vale per la scrittura vale ancora più per i discorsi, dove le parole dell'altro possono essere equivocate ed entrano tante componenti come il linguaggio non verbale. Ma su questo ritornerò perché ho capito che anche Israele e Sinistra hanno bisogno di essere precisati. Quando il presidente dei DS qualifica Israele come aggressore si riferisce al Governo di Israele, non al suo popolo od allo Stato in sé: lo credo e lo spero. La sinistra, benché la parola individui una parte del corpo, invece è sempre più come le braccia della dea Visnù, è plurale e polimorfa.

Mi pare necessario ricordare i fatti, altrimenti si può avere l'impressione, che almeno in questa sede, la sinistra si riduca nemmeno ai DS, ma ai DS che hanno nei loro antenati il PDS, il PCI o la FGCI.

Ridurre la sinistra al PCI prima ed ai DS poi è sicuramente una semplificazione. Se una parte della sinistra entrò in crisi con la guerra dei sei giorni o con quella del Kippur, non fu tutta la sinistra: in Italia il Partito Socialista si schierò totalmente dalla parte di Israele. Mi ricordo che la Federazione di Milano del PSI stampò a migliaia quegli autoadesivi che dicevano molto semplicemente "Io sto con Israele".

Va bene ricordare la nobile figura di Umberto Terracini, uno dei padri costituenti della nuova Italia, che non si piegò alla logica di Partito e dell'intero, allora, campo socialista, che imponeva la condanna senza riserve o sfumature di Israele, come ricordare Piero Fassino, che ha saputo fare di una sua posizione di minoranza, l'orientamento della maggioranza del gruppo dirigente allargato dei DS, ma per fare questi riconoscimenti non vi è ragione, per esempio di dimenticare Nenni, un amico indefettibile di Israele, sia come leader del PSI, che come uomo di governo. O non contestualizzare il conflitto israelo-palestinese, con altri fattori di divisione della sinistra: nel 1956 ci fu la repressione della rivoluzione ungherese, che il PCI di allora non seppe interpretare e comprendere, a differenza della Primavera di Praga. Le rimozioni non giovano alla sinistra, anche se praticate e non mi stupisce che Peppino Caldarola, un compagno che stimo anche quando da lui dissento, si ricordi di Terracini e non di Nenni: dalla data di fondazione dei DS non mi risulta che una sola Unità di Base, quella che una volta eravamo abituati a chiamare Sezione territoriale, sia stata intitolata a un Pietro Nenni, piuttosto che a un Riccardo Lombardi o a un Francesco De Martino, per non parlare di Willy Brandt o Olof Palme.

Non ho chiaro se quando nel tema della serata si parla di sinistra, in realtà si intenda sinistra italiana, perché già a livello europeo appare la grande differenza tra i partiti di orientamento socialista e quelli comunisti, i primi in maggioranza schierati con Israele ed i secondi, sulla scia dell'Unione Sovietica contro. Un quadro complesso perché posizioni filopalestinesi erano presenti anche nei partiti socialisti, specialmente nelle loro federazioni giovanili: si vedano i tentativi frustrati (Congresso di Londra 1971) di creare una organizzazione solo europea per liberarsi degli israeliani. Nel PSI, anche dopo la scissione dello PSIUP esponenti filoarabi non sono mancati, da Michele Achilli a Domenico Contestabile, ora in Forza Italia, ma proprio la loro presenza mi consente di dissentire dalle ricostruzioni che con l'assassinio di Rabin si produsse un'altra frattura tra Israele e la Sinistra, come è stato detto stasera, a Milano alla commemorazione di Rabin, organizzata su iniziativa della Federazione Socialista Lombarda alla Camera del Lavoro di Milano partecipò tutta la sinistra, anche quella decisamente filopalestinese e Michele Achilli partecipò convinto a quella iniziativa. Nell'Internazionale Socialista del resto convivevano la OLP e due Partiti della sinistra israeliana, il Mapai ed il Mapam e non è un caso che gli accordi di Oslo si siano conclusi quando ministro degli esteri norvegese Bjorn Tore Godal, uno stimato dirigente della IUSY (Unione Internazionale della Gioventù Socialista) dei miei tempi. I partiti socialisti avevano assistito in diretta all'assassinio, ispirato da altre fazioni palestinesi, del dirigente palestinese del dialogo, Issam Sartawi al loro Congresso di Albufeira sempre socialisti erano i contatti tra Abdel Zwaiter, rappresentante dell'OLP in Italia, e Perez Merchav, grande figura del sionismo di sinistra e ciò negli stessi anni in cui più freddi erano i rapporti del PCI con Israele. La sinistra è veramente complessa: l'antisemitismo di Stalin (complotto dei medici ebrei) e la decapitazione del gruppo dirigente di origine ebraica nell'Europa orientale con i processi farsa, non impedì al quotidiano del MAPAM di intitolare, il giorno della morte di Stalin, con "Il sole dei popoli si è spento". A sinistra la sintesi tra le sue anime si può fare solo nel nome della pace e del rispetto dei diritti dei due popoli, a convivere dapprima ciascuno nel proprio stato, per poi poter vivere insieme e collaborare, grazie anche ad un ruolo di ponte della minoranza araba di Israele. La sinistra italiana ed europea ha una propria missione specifica, proprio per i meriti che storicamente ha avuto sia nel sostegno ad Israele che al popolo palestinese. Più volte si è sottolineato il concetto di equivicinanza che si deve sostituire a quello di equidistanza. Non vi è dubbio, e veniamo al tema principale della serata, che le manifestazioni virulente di antisemitismo si siano sviluppate in coincidenza con la seconda Intifada, ma la sinistra, tutta la sinistra dovrebbe sapere che l'antisemitismo, anche quando si traveste da antisionismo, rappresenta uno dei sintomi della offensiva di destra, in tutte le sue varianti, da quelle propriamente nostalgiche a quelle populiste e demagogiche, che fanno breccia anche in ampi settori del suo elettorato popolare tradizionale, in quelle persone di cui ci si occupa sempre meno, in tempi di partiti leggeri e di gruppi dirigenti sempre più preoccupati di apparire moderni ed accettabili agli occhi dei salotti buoni della grande industria e della finanza. Il rifiuto dell'antisemitismo, in qualunque forma appaia, è rifiuto del fanatismo, dell'integralismo religioso, delle ideologia di morte: quando giovani vite sono condizionate ad immolarsi non c'è nobile causa che tenga o disperazione giustificatrice di altre stragi.

Certamente ci si deve preoccupare, anche di forme sottili di antisemitismo, ma una sensibilità eccessiva rischia di produrre effetti devastanti. L'antisemita inconsapevole, cioè quello che ha un pregiudizio generalizzato, ma generico, nei confronti di chiunque sia diverso, non tollera di essere accomunato/assimilato ad un naziskin ed anche dal punto di vista di una lotta efficace alle manifestazioni di antisemitismo sarebbe sbagliato. I pregiudizi diffusi vanno affrontati con un atteggiamento pedagogico, mentre l'antisemitismo manifesto va affrontato con le armi della politica, compresa la repressione.

Tutti antisemiti, nessuno antisemita! è un rischio effettivo a prescindere dal fatto che l'inflazione toglie valore non soltanto alla moneta, ma anche ai concetti.

Un eccesso di sensibilità antisemita mi avrebbe portato a giudicare negativamente quei colleghi senatori, che nella passata legislatura mi ritenevano un esponente della Comunità Ebraica, per il solo fatto che mi interessavo di questioni come l'intesa sull'otto per mille o del paradosso che erano posti a carico dei magri bilanci delle Comunità o di altre istituzioni ebraiche i benefici previsti per i perseguitati dal nazifascismo e della restituzione dei beni spogliati. Una convinzione rafforzata dal mio aspetto orientale e da una barba, talvolta, fluente.

Un giudizio negativo sarebbe stato stupido ed ingeneroso, benché fosse chiaro che l'associazione della mia persona ad un determinato gruppo non fosse frutto di un rigore logico, ma di riflessi condizionati, se non di veri e propri stereotipi.

Sinistra per Israele è nata anche per questo: non c'è bisogno di essere ebrei per difendere Israele ed il suo popolo, quale che sia il giudizio sul governo che si è liberamente e democraticamente scelto.

Informare, formare, combattere sono tutti aspetti egualmente importanti.

L'inchiesta di Mannheimer, di cui la relatrice Goldstaub ci ha egregiamente informato, mostra per esempio che non vi è una grande differenza tra sinistra e centro-sinistra nel coltivare "pregiudizi antisemiti" (anche se sono da prendere con le pinze, come suggerisce, ed io concordo, Stefano Levi della Torre) anzi nella maggioranza dei casi gli appartenenti al centro-sinistra superano quelli della sinistra.

Ma vi è una differenza tra pregiudizi generici ed attività militante negatrice dei diritti di Israele e questa differenza dobbiamo essere in grado di cogliere.

Certamente non è equanime chi è in grado di criticare aspramente il Governo Sharon e non ha mai speso una parola sulla corruzione e l'inefficienza della ANP.

Non è nemmeno giusto quello che critica la violazione dei diritti umani dei palestinesi, ma che non ha mai rivolto un pensiero alle esecuzioni senza processo di presunti collaborazionisti.

Ma sarebbe ingiusto e sbagliato fare di lui un antisemita.

Paradossalmente mi preoccupano di più quelli che vorrebbero portare nell'Unione Europea Israele, la Palestina e la Cisgiordania. Un'idea già migliore di quella che prevedeva l'entrata della sola Israele. Una proposta frutto di buona fede, ma sempre legata a quell'idea di fondo di Israele, come corpo estraneo nel Medio Oriente, come avamposto o baluardo dell'Occidente europeo o addirittura di Stato, il cui fondamento sarebbe il senso di colpa dell'Europa, responsabile della Shoah. Se certe idee vengono a Fini, lo posso capire: ha chiesto perdono a nome del popolo italiano senza rappresentarlo e senza distinguere tra chi si è associato ai nazisti nella persecuzione e chi ha combattuto per la libertà e la liberazione.

Ma a sinistra una tale proposta non dovrebbe avere spazio, non tanto per la sua impossibilità pratica, ma per quello che rappresenta come bagaglio di idee.

Per la stessa ragione nella sinistra europea ci si è battuti contro i riferimenti alle radici giudeo-cristiane dell'Europa e ciò non per disconoscerne gli apporti alla nostra civiltà, ma in base al principio laico della divisione tra le istituzioni e le religioni, principio di ogni convivenza e reciproco rispetto possibili. Per concludere spero che mi sia concesso di citare un passo di un mio scritto del 1976: "Sono solamente i fantasmi del ghetto di Varsavia, dei campi di concentramento, dei forni crematori, il senso di colpa del nostro latente antisemitismo alimentato da secoli di intolleranza cristiana, che spingono tanta parte della sinistra a rifiutare la negazione dello stato di Israele e a non associarsi alla condanna del sionismo come razzismo? La mia risposta a tutte queste domande è: No. A questo punto dovrebbe iniziare una discussione che, anche tra noi che abbiamo a cuore le sorti del socialismo, del progresso dell'umanità e del popolo palestinese non abbiamo mai fatto".

Forse stasera questa discussione è iniziata, ma affinché sia efficace si deve estendere ed abbracciare tutta la sinistra, anche quella apparentemente più lontana. Scusate se metto, ancora una volta, i piedi nel piatto, ma pensiamo seriamente che possiamo proporci alla guida del Paese senza avere un politica medio-orientale condivisa da tutta l'attuale opposizione, che si voglia trasformare in forza di governo.