ETICA E POLITICA
Affermare che la moralità dei politici è un bene, non significa fare confusione tra etica e politica.
Così come la differenziazione delle istituzioni ha segnato il passaggio dall’antichità alla modernità con la separazione delle funzioni religiose da quelle di governo, altrettanto preziosa è la reciproca autonomia dell’etica e della politica.
Autonomia non è separazione od assenza di contatti e financo di interferenze, ma significa che non si possono trasportare automaticamente valutazioni etiche in politica, nel senso che la politica giusta è sempre od unicamente quella che è conforme ai canoni etici di una società.
La prima difficoltà quando si esce dall’ovvio, come è il diritto alla vita delle persone (anche questo, peraltro, a pensarci bene, non è tanto ovvio, basti pensare ai punti di vista diametralmente opposti su aborto e procreazione assistita) è quella di definire valori universalmente condivisi sia in astratto che in concreto. Pensiamo, per esempio, agli orientamenti sessuali, per cui l’omosessualità per alcuni è un atto contro natura e perciò moralmente riprovevole e per altri è un fatto appartenente alla sfera di libertà degli individui.
Più in generale per la storicamente frequente coincidenza tra precetti morali e precetti religiosi, una confusione tra etica e politica potrebbe riportarci indietro alle teorie sullo stato etico, di solito alla base di regimi concretamente repressivi nei confronti delle “minoranze dissenzienti” o, comunque, a regimi teocratici (negli stati islamici in cui la sharia è fonte normativa religione, etica e politica si compenetrano, ma non sono un esempio).
In Europa Mitterrand è riuscito a nascondere una figlia illegittima, mentre negli Stati Uniti non sfugge uno spinello fumato in gioventù, se Ti candidi alla presidenza.
La moralità della vita privata di norma non interessa ai fini del giudizio politico: l’opposizione a Berlusconi e a Casini non è motivata dal fatto che uno sia divorziato e l’altro un convivente more uxorio.
Quando l’etica diventa moralismo ci si sottomette al modo di pensare della maggioranza, che non è detto sia sempre nel giusto.
In politica la prima cosa da chiedere è il rispetto della legge, compreso quella penale.
La maggior parte dei comportamenti eticamente riprovevoli sono anche sanzionati penalmente.
Altro comportamento da chiedere è la trasparenza dell’agire politico e l’assenza di conflitto di interessi, anche quando la materia non sia regolata dalla legge.
La vera sanzione è costituita da un’opinione pubblica consapevole e perciò dall’esistenza di un sistema di informazione che la rende possibile.
La grande invenzione dell’autonomia della politica è quella di confidare non nelle virtù dei singoli ma nella forza ed autorevolezza delle istituzioni e nella preminenza della legge, che, peraltro, funzionano bene quando la grande maggioranza dei cittadini non è disonesta.
Quando è scoppiata Tangentopoli si era creata un’ondata giustizialista per cui molti sono stati travolti nella vita privata o pubblica dall’ombra del sospetto. In uno stato ordinato si dovevano chiedere processi rapidi e salvaguardare il principio di presunzione di non colpevolezza (non esiste la presunzione di innocenza).
Ma questo atteggiamento non era possibile perché la giustizia era allo sfascio ed era allo sfascio per scelte politiche.
La politica ha la sua autonomia, non possiamo giudicare la politica di Cavour con un giudizio morale sui comportamenti sessuali della Contessa di Castiglione.
Comportarsi secondo coscienza anche questo non basta per definire una buona politica, così si giustifica anche la sottomissione alle direttive ecclesiastiche nella legislazione.
Ricorrere alla categoria dell’interesse generale può essere la giusta risposta da dare: ma l’interesse generale non coincide con l’etica.
In base al principio dell’interesse generale e della riduzione del danno, anche come cattolico, mi posso convincere che per la società sia più opportuno introdurre il divorzio e facilitare la fecondazione assistita: anche questa è etica della responsabilità, che tuttavia si contrappone ai valori morali individuali.
Il fine di trarre profitto dalle proprie attività non è moralmente riprovevole, tanto più in una società capitalista e fondata sulla proprietà privata, ma i mezzi possono essere oggetto di un giudizio etico e non può essere neppure il fine dell’agire politico, che si può porre come obiettivo il benessere della società, non quello proprio o della propria famiglia o gruppo clientelare.
La scelta della guerra in Irak è politicamente sbagliata a prescindere da considerazioni etiche sull’immoralità della guerra per le sofferenze che impone e sull’uso della bugia sull’esistenza delle armi di distruzione di massa.
In un senso la politica deve riscoprire l’etica e ciò ai fini della sua credibilità di fronte al crescente rigetto della politica, dei suoi riti e delle stesse procedure democratiche, quale la partecipazione ai processi elettorali. Per essere precisi, convinto come sono che l’etica è un fatto individuale, nel senso che ciascuno dovrebbe averne una, i politici devono riscoprire l’etica.
Come dice Jedediah Purdy (The american prospect 1990): “Parlare di politica oggi è presumere l’insincerità. È il primo assunto di ogni sofisticazione politica per quanto modesta che i personaggi pubblici non dicono quello che pensano o non pensano quello che dicono”. Tuttavia, ciò non è un problema etico, ma politico perché impedisce di “restaurare fiducia nelle virtù della politica come una delle grandi e civilizzatrici attività umane” (Bernard Crick citato da Douglas Alexander in Fabian Review, vol. 116 n. 1 2004).
Dovremmo dunque apprezzare i politici che dicono con chiarezza quali sono gli obiettivi che si propongono ed i mezzi per raggiungerli, ma finché la democrazia si basa sul consenso, la verità in politica è un bene soltanto se apprezzata dai più.
Diceva Saint Just che c’è un paradosso nella democrazia che richiede dei molti le virtù che normalmente sono di pochi.
Senza la responsabilità individuale di ciascuno di noi, non si potrà mai pretendere dalla politica quello che non può dare, perché i criteri di selezione sono differenti.
Finché, anche nei partiti, prevale chi detiene il potere perché può distribuire i favori ai suoi accoliti e punire chi si oppone, finché le scelte anche contingenti saranno ispirate dalla convenienza personale piuttosto che dalle proprie convinzioni, non vi sono speranze di cambiamento.
Milano, 7 novembre 2005
Felice Besostri
Letture consigliate HA.VV. La dimensione etica nella società contemporanea, Torino, 1990 e Elias Diaz, Etica contro politica, Napoli, 1992.