PARTITO DEMOCRATICO vs PARTITO SOCIALDEMOCRATICO?
DOVE SONO I SOGGETTI?
E QUALI SONO I PERCORSI?
I tempi sono maturi per un ritorno al progetto del Partito del Socialismo Europeo in Italia, qualcuno lo vedrà come un fine, altri come una tappa verso un più ampio Partito Democratico, in attesa di una evoluzione sul piano internazionale che porti alla costituzione di una nuova Internazionale Democratica e Socialista. Come ricordava Nenni le idee camminano sulle gambe degli uomini. Ma poi, a fare la corsa, non bastano nemmeno uomini e gambe, perché nessuna olimpiade prevede come disciplina il zig-zag con salti all’indietro.
In un’assolatissima estate continentale un viandante, spossato dal caldo e madido di sudore, procedeva sempre più stancamente nell’immensa pianura ucraina dove i campi di grano si congiungono col cielo nell’orizzonte infinito. Nessuna abitazione era in vista quando, a cassetta del suo carro trainato da un possente cavallo, apparve un carrettiere:
-- "Shalom, buon uomo" - disse il viandante con l´ultimo filo di voce - "dista ancor molto il villaggio di Cernikov?".
-- "Mazel tov" - rispose gentilmente il carrettiere - "circa una mezz’oretta".
-- "Senta, buon uomo, sono allo stremo delle forze. Posso salire sul carro?".
-- "Certamente!" rispose sempre più gentilmente il carrettiere.
Passarono trenta e poi quaranta minuti, ma nessun villaggio appariva alle viste. Il viandante iniziò a preoccuparsi. Infine sbottò: "Ma quanto manca ancora".
-- "Un´ora abbondante!", ribatté il carrettiere.
-- "Ma com'è possibile se quaranta minuti fa, mi aveva detto che c´era mezzora di strada!"
-- "Vero, ma io sto andando nella direzione opposta".
La morale di questa storiella yiddish è che si può andare a piedi o a cavallo, più o meno lentamente, più o meno di corsa, ma anche la direzione ha la sua importanza. Quanto ai nostri discorsi su contenitori e contenuti, se vengano prima gli uni o gli altri, sono oziosi ed improduttivi e assomigliano al classico problema dell’uovo e della gallina.
Poca attenzione si presta invece alle persone, cioè ai soggetti che dovrebbero entrare nel contenitore e formulare (ovvero eseguire od aderire a seconda dei ruoli rispettivi) i contenuti. In altre parole ci sono le risorse umane ed organizzative che devono dar vita al progetto? E se ci sono, sono adeguate allo scopo? Lasciatemi dubitare se il punto di partenza dipende dai DS anche se non solo da essi.
I DS sono nati come formazione politica dopo gli Stati Generali della Sinistra di Firenze per dar vita alla prima organizzazione rappresentativa dei vari filoni della sinistra italiana, erede delle migliori tradizioni del movimento operaio italiano, socialisti e comunisti in primo luogo, ma anche dei liberal-repubblicani democratici e dei cristiano sociali. I riformismi storici e potenziali c’erano tutti all’appuntamento, sia pure con un diverso apporto numerico. Quell'operazione è fallita, non c´è stata l´auspicata integrazione delle varie culture, una vera e propria contaminazione, al più qualche assimilazione/cooptazione a livello individuale, i DS sono rimasti sostanzialmente un partito post-comunista, membro del PSE e dell’Internazionale Socialista, ma lo era anche il PDS. Non è nato il Partito del Socialismo Europeo in Italia.
I socialisti che hanno aderito al progetto hanno perso la loro identità, senza che il Partito nel suo complesso ne assumesse una comune. Nei discorsi correnti i socialisti sono sempre rimasti gli altri, quelli che non hanno aderito al progetto, cioè il SI prima e lo SDI poi e financo quelli del Nuovo PSI, integrati nella Casa della Libertà, per non parlare dei "socialisti di Forza Italia".
Ora, un Partito, cui non è riuscito di integrare soggettività relativamente omogenee, può essere uno dei protagonisti del Partito Unico dei Riformisti Italiani? Il DS possono trasformarsi nel centro propulsore del progetto della costituzione del Partito Democratico, come risultato di un processo che coinvolga DL-Margherita-SDI e Repubblicani europei? Permettetemi ancora una volta di dubitarne.
E´ vero che il progetto, tranne che nei suoi sostenitori, come Libertà Eguale, non è mai stato enunciato con forza, sempre trasparendo sullo sfondo di approssimazioni successive, prima la Lista Unica, poi la FED (anche allora si è discusso cosa era opportuno fare prima) per arrivare (per inerzia?) al Partito Riformista.
Ad un tale percorso mi sono sempre opposto in nome della necessità di costruire una compiuta socialdemocrazia, ma ho sempre riconosciuto che, in termini di concretezza politica, era l´unico progetto in campo, cui si contrapponeva un generico discorso di unità a sinistra, mai voluto, anzi apertamente contrastato dal principale destinatario dei messaggi unitari: Rifondazione Comunista. La confusione ha raggiunto il suo massimo quando al progetto riformista, o democratico, iniziarono a contrapporsi nostalgie pre-bolognina o discorsi pan-ulivisti.
Sono convinto, che una forte e ben argomentata pars destruens è stata svolta in questo campo dalla mozione della Sinistra DS per il socialismo, nella quale mi sono riconosciuto all’ultimo Congresso dei DS. Essa oggi mostra tuttavia la corda se non si accompagna ad un´altrettanto chiara parte construens, una ricostruzione che deve procedere in termini politici, non meramente ideologici o programmatici: i programmi senza una chiara individuazione delle forze che li devono sostenere/realizzare sono esercitazioni di scuola.
A differenza della "Mozione Morando" del Congresso di Pesaro, la maggioranza alle ultime assise diessine non ha per nulla contribuito alla chiarezza, respingendo recisamente nelle assemblee locali e nei discorsi congressuali dei suoi rappresentanti l´obiettivo di un Partito Riformista: e a questo negare l'intento evidente la mozione di maggioranza deve parte cospicua del proprio successo. Dopodiché, come già per il progetto socialdemocratico di Pesaro e di altri progetti che lo hanno preceduto, nel breve volgere di pochi mesi nulla è rimasto del Congresso di Roma, se non qualche Lista Unitaria in un certo numero di Regioni.
Le difficoltà ci sono e sono obiettive. Il Partito è quello che è, con un basso grado di discussione interna (il compagno Napolitano lo ricorda spesso), quando non si discuta di posti ed organigrammi, e un basso tasso di democrazia effettiva. Nei nostri congressi, tranne che nelle UdB, non si vota. Sia chiaro che non è solo una questione formale di votazioni a scrutinio segreto per la scelta di delegati e di componenti degli organi direttivi (com'è costume degli altri partiti socialisti): oltre tutto, nelle condizioni date si assisterebbe solamente a prepotenze delle maggioranze. Tuttavia se il buon giorno si vede dal mattino tutti dovremmo essere preoccupati dal basso livello politico che contrassegna la vita interna dei partiti italiani. I quali in tutta evidenza non hanno saputo trovare regole condivise per le scelte importanti a cominciare dalle candidature per finire con le nomine.
Gli effetti della tendenza oligarchica che da tutto ciò deriva possono essere ben osservati nella disaffezione verso la politica tout court, non soltanto nella partecipazione militante, ma addirittura nell'espressione di voto nei processi elettorali.
ESPERIENZE ED ESEMPI STRANIERI DI RINNOVAMENTO DEL SOCIALISMO.
Non aiutano molto a sormontare le difficoltà della sinistra italiana gli esempi stranieri -- dal New Labour britannico alla Neue Mitte tedesca -- spesso assunti come esempio di quel che dovrebbe fare un moderno riformismo italiano. In Gran Bretagna è stata possibile una grande battaglia simbolica intorno all’abolizione della Clausola 4, come in Spagna per eliminare il riferimento al marxismo. In Italia lo avevamo già fatto, così alla chetichella. E francamente quelle battaglie non sono sostituibili da quelle tra favorevoli e contrari al mantenimento della Legge Biagi o della Riforma Moratti o alle privatizzazioni, che sono state molto poco liberalizzazioni.
Vi è poi un fatto maggiore quei partiti socialisti o laburisti hanno dato vita ad una svolta programmatica dall’interno del partito senza rinunciare alla loro identità ed ai loro simboli. S'è trattato di un ammodernamento politico e programmatico volto a conquistare nuovi elettori, senza rinunciare a quelli tradizionali. Il Labour ci è riuscito, la SPD no, come è stato reso palese dai risultati delle elezioni regionali degli ultimi 5 anni e da quelle recenti per il Bundestag. Ma mentre la SPD ha governato in una sorta di simbiosi rosso-verde, il Labour per dar vita al suo corso liberale e liberista non mai cercato con i liberaldemocratici britannici né di formare un nuovo soggetto politico né di addivenire a un´intesa elettorale o programmatica.
In Scandinavia i socialdemocratici hanno assunto come prioritarie istanze ambientaliste, svuotando i partiti verdi locali, non integrandosi con loro. Lo stesso hanno fatto i socialisti francesi nel loro momento più alto, integrando convenzionali, repubblicani, radicali club e movimenti con i tronconi più propriamente socialisti della SFIO e del PSU e i sindacalisti tradizionalisti di Force Ouvriere con quelli molto più innovativi della CFDT.
Il percorso che si propone in Italia pecca di astrattezza, benché nasca da esigenze concrete della nostra società, che ha sicuramente bisogno di una grande forza riformatrice di sinistra, come esiste in tutti i paesi europei ed è colà rappresentata dai partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti.
I riformismi socialisti, cattolico popolari e repubblican-democratici, hanno tratti comuni e nei momenti importanti hanno saputo trovare le necessarie convergenze, ma questo non basta per costituire un unico soggetto politico. Lo impediscono la stessa percezione della propria collocazione nell’arco politico: i riformisti popolari della Margherita si collocano al centro dello schieramento, i DS, o almeno la grande maggioranza di loro, a sinistra. I riferimenti internazionali sono differenti e neppure convergenti. Inoltre, questi anni di Ulivo e post-Ulivo, di asinelli e liste Prodi, non hanno prodotto né un programma comune né una convergente idea circa la riforma delle istituzioni ovvero circa questioni, non secondarie, quali la famiglia, l´istruzione, la scelta degli stili di vita, fino alle questioni di coscienza legate al divorzio, all’aborto ed alla procreazione assistita.
Sgomberiamo il campo: su queste questioni la contrapposizione non è tra credenti e non credenti, tra uomini di fede e atei o agnostici, la linea di demarcazione passa tra chi crede nella laicità dello Stato e chi è sensibile alle direttive della gerarchia ecclesiastica cattolica nella sfera politica. Chiunque sia libero di perorare la "presenza di Dio" nella società e nella politica. E un eccesso di etica mi par meglio di una sua assenza. Ma non vi è un monopolio della morale assegnato alle opinioni (e agli interessi) della Conferenza Episcopale Italiana, soprattutto quando si tratti non di indirizzi generali, ma di dettagli riguardanti le proposte di legge, che giungono persino a pronunciare un giudizio di incostituzionalità sui PACS, sostituendosi alla Corte Costituzionale.
Piena libertà di parola e di intervento morale della Chiesa, l´art. 21 della Costituzione non è in discussione, il problema non è Ruini, ma chi interpreta i suoi interventi come ordini nella sfera politica. Perché se ci si volesse conformare a questa "obbedienza", allora è più onesto dar vita ad un partito cattolico, che chieda consensi espliciti su questa linea.
Noi pure stiamo contribuendo alla confusione pensando che fede e religione siano la stessa cosa. Padre Turoldo, un cattolico con il quale abbiamo collaborato in tante campagne politiche, ricordava che la fede è un modo di essere nel mondo, mentre la religione è un modo di vedere il mondo, una Weltanschaung in senso marxiano, cioè in ultima analisi una ideologia, di cui occorre verificare di volta in volta la compatibilità con le altre, di cui altri sono portatori. E tutti dovrebbero poter operare insieme.
Domando: perché un Peces Barba in Spagna ha potuto essere una personalità di rilievo del PSOE? E perché un altro cattolico come Delors ha svolto un ruolo preminente nel socialismo francese ed europeo? Perché alte personalità politiche di formazione cattolica, accanto a migliaia di meno noti militanti, hanno potuto vivere da socialisti in Europa mentre per i nostri futuri soci dell’avventura riformista o democratica la preoccupazione maggiore è quella di non voler morire socialisti?
E giunti sin qui mi si permetta una breve chiosa sulla nozione di "laicismo" impiegata a scopo contundente. Capisco che essere politicamente corretti appartiene alle cose impossibili, ma cerchiamo almeno un'approssimazione linguistica. Se chi è favorevole all’integrazione europea viene detto un europeista, chi sostiene la laicità dello Stato dovrebbe di conseguenza chiamarsi un laicista. Ma questo oggi è praticamente vietato, perché "laicismo" vale ormai quale sinonimo di anticlericale o, meglio detto, di mangiapreti. A questo punto bisognerebbe fare presente che se non ci fossero clericalismi non vi sarebbero neppure gli anticlericalismi.
Questa particolarità italiana non si supera mettendo Rutelli in minoranza nella Margherita, occorre farci i conti senza accantonamenti e scorciatoie.
LE VIRTU’ E GLI SCENARI POLITICI NECESSARI PER IL PARTITO DEMOCRATICO
Di fronte alle difficoltà della costruzione del Partito Democratico, mi viene alla mente un detto di Saint Just (sia ben chiaro citato senza tentazioni giacobine: di questi tempi meglio mettere le mani avanti, per evitare il rischio di trovarsi davanti alla Commissione di Garanzia o di essere privato di una candidatura in un collegio insicuro): "C’è un paradosso nella democrazia, che richiede dai molti virtù che di norma sono di pochi".
Ipotizziamo che un'epidemia di virtù civiche all'interno nostro sia possibile. Non di meno un rinnovamento ed un rafforzamento dei DS, con un partito convinto ed entusiasta del progetto Partito Democratico, avrebbe come primo contraccolpo l´aumento della diffidenza dei partners, che temono l´egemonia dei DS ed il proprio assorbimento nella formazione più grande e meglio organizzata.
Si parva licet componere magnis -- se è lecito comparare ciò che è piccolo con ciò che è grande, anche nel caso di un Partito Democratico si tratterebbe di un'analogia con la Cosa 2. Ma, stando ai numeri, quella Cosa avrebbe dovuto compiere in Italia l´unificazione del socialismo europeo, mentre attirò, in quanto tale, meno attenzione di quanto non possa ora l´unità socialista, che sta ora andando in porto ed è un fenomeno tutto italiano, quasi provinciale in alcuni suoi aspetti. Dopo anni di diaspore impotenti, finalmente il processo di unità socialista appare avviato grazie alla coraggiosa iniziativa dell’on. Bobo Craxi e che ha trovato i socialisti dello SDI privi della FED e in marcia verso un accordo con i Radicali.
I processi di aggregazione, socialista e quello radical-socialista, interferiscono anch'essi con quello del Partito Democratico sia in senso positivo che negativo. Bobo Craxi in un recente colloquio di cui abbiamo dato conto sull’Avvenire dei Lavoratori, mi diceva di concepire l´unità socialista e l’alleanza con i radicali come primi passi per giungere alla federazione delle forze che in Italia si richiamano al PSE, e cioè con i DS. Mentre Ugo Intini, proprio nella sede di questo Convegno di Libertà Eguale, colloca all’esterno dei cerchi concentrici il Partito Democratico. Si tratta di due proposte alternative? Sospetto fortemente di sì.
Ma andiamo con ordine. Nella costruzione di un Partito Democratico non si può lasciar fuori il Partito Radicale, il più americano dei partiti italiani. Ora, però, l´inclusione del PR crea ulteriori difficoltà sul fronte del riformismo cattolico e popolare. Altre differenze emergono in tema di relazioni euro-atlantiche privilegiate dai fautori del Partito Democratico rispetto ad una presenza internazionale: per esempio rispetto al Brasile di Lula e ai suoi tentativi di liberarsi dall’egemonismo unilaterale USA come pure dai guasti della globalizzazione.
In termini di efficacia politica, la necessità di intensificare il rapporto tra socialdemocratici di stampo europeo e i Democratici statunitensi è fuori discussione. Veltroni su questo punto non ha certo torto. Ma per una forza di sinistra occorrerebbe confrontarsi anche con il pensiero del grande socialdemocratico americano Michael Harrington, che portò la sua organizzazione ad affiliarsi ai Democrats, senza rinunciare al socialismo.
Resta un complesso problema di valutazione. Perché in termini di realismo ed efficacia di un’azione politica internazionale qualcuno potrebbe argomentare che allora si deve includere anche un patto con il Partito del Congresso indiano, l´ANC sudafricano e, soprattutto, con il Partito Comunista Cinese (e per quest'ultimo basterebbe riuscire a dimenticare Tien Anmen).
Ogni progetto che voglia essere serio richiede tempo. Accelerazioni, strappi e brusche frenate rischiano di comprometterlo. E soprattutto rischiano di farci arrivare alle elezioni del 2006 divisi e perciò stesso candidati alla sconfitta.
Traghettare il grosso della sinistra italiana dal comunismo al liberalismo senza, almeno, una pausa socialdemocratica era un'impresa che sarebbe potuta riuscire soltanto a un infaticabile Prometeo, di cui non si ha traccia.
Dentro i DS si dovrebbe cominciare a pensare che si procederà più speditamente non emarginando coloro che la pensano diversamente, come se il problema fosse liberarsi dalla zavorra del dissenso, ma creando un partito radicato nella società e nel territorio. Nessun sondaggio o focus group può sostituire un partito di massa capace d'interagire con i diversi segmenti della società, di essere un catalizzatore interattivo: funzione insostituibile se non si vuole banalizzare la politica, che non è sociologia.
"Partito Democratico" versus "Partito Socialdemocratico"? Le sfide che ci attendono e i bisogni della società sconsigliano un chiarimento istantaneo sulla natura e il nome del partito. Una scelta decisa per il progetto Partito Democratico ha un costo sul versante della sinistra, del suo ammodernamento e della sua ristrutturazione. Nel resto d’Europa la socialdemocrazia è sempre stata competitiva nei confronti delle formazioni alla sua sinistra: chi crede nel riformismo (socialista) vuole affermare l’egemonia di quel progetto. Nel secondo dopoguerra, grazie anche al fronte antifascista, era cresciuta l´influenza comunista anche nei paesi scandinavi. Ebbene la lotta fu spietata e non solo ideologicamente: ovviamente nulla a che vedere con la contemporanea lotta nei paesi dell’Europa centrale ed orientale, dove, nei migliori dei casi, i socialdemocratici sono stati "liquidati" solo politicamente. Nel resto d´Europa un partito socialista democratico non si acconcerebbe mai alla teorizzazione bertinottiana delle due sinistre. Se si accelera la costruzione del Partito Democratico in Italia avremmo in partito progressista più moderno, ma la sinistra sarebbe automaticamente consegnata all’altra sinistra, quella non riformista. Il gioco vale la candela?
La disaffezione verso i processi elettorali è crescente tra gli strati popolari medio bassi. Può il centro-sinistra consolidare la sua vittoria senza un massiccio recupero delle perdite di voti dal 1996 al 2001 (addirittura proseguita in termini assoluti fino al 2004)? Alla vittoria delle europee mancavano all'appello ben un milione e mezzo di voti persi per strada rispetto alle precedenti elezioni politiche, e ciò malgrado la lista unitaria.
I tempi sono maturi per un ritorno al progetto del Partito del Socialismo Europeo in Italia, qualcuno lo vedrà come un fine, altri come una tappa verso un più ampio Partito Democratico, in attesa di una evoluzione sul piano internazionale che porti alla costituzione di una nuova Internazionale Democratica e Socialista.
La politica, come la natura, aborre il vuoto ed in Italia è particolarmente sensibile il vuoto provocato dalla mancanza di una formazione di sinistra riformista e rinnovata. A proposito, la modernità va in molte direzioni, non si può confondere modernità con adesione al sistema economico e sociale esistente. Occorre dialogare a tutto campo con la società, dai movimenti no-global alle eccellenze della ricerca, delle professioni, delle arti e del management.
Per conoscere la profondità della crisi dei DS non abbiamo bisogno di leggere Diamanti, basta guardarsi onestamente allo specchio, se non tutti i giorni, almeno ogni tanto. Ciononostante i DS restano lo snodo essenziale di ogni rinnovamento della sinistra, hic Rhodus, hic salta, come mi piace ripetere.
Si ripropone, così, il quesito iniziale sui soggetti protagonisti nei DS e fuori di essi. Su due versanti abbiamo constatato le difficoltà di integrare esperienze diverse, per quanto convergenti (nei DS invero non più che nella Margherita, dove accanto alla maggioritaria provenienza cattolica popolare si sono innestati laici e socialisti: un´esperienza del tipo partito democratico, sia pure a scala ridotta).
Come ricordava Nenni le idee camminano sulle gambe degli uomini. Ma poi, a fare la corsa, non bastano nemmeno uomini e gambe, perché nessuna olimpiade prevede come disciplina il zig-zag con salti all’indietro.