La manipolazione delle parole
C’è da essere fieri. Non siamo soltanto un popolo di santi, navigatori, poeti e scienziati, ma anche all’avanguardia politica mondiale.
Le altre democrazie hanno sistemi elettorali maggioritari o proporzionali o misti e noi facciamo la suprema sintesi inventando il proporzionale maggioritario.
Gli americani hanno inventato le primarie ed attraverso quel sistema selezionano il presidente dell’unica potenza planetaria esistente.
Il Presidente degli Stati Uniti decide anche per noi la pace o la guerra, ma in compenso le loro primarie sono ridicole se paragonate alle nostre, come tasso di partecipazione.
Loro, questi poveri ingenui, fanno le primarie per consentire a figure, fino a quel momento sconosciute a livello nazionale, di diventare presidente. Come Clinton da Little Rock a Washington.
Da noi se non sei famoso, non ti puoi nemmeno presentare alle primarie.
Con le nostre abitudini, a tutti i livelli, pensiamo al candidato sindaco di Milano, Clinton non avrebbe mai superato le primarie, forse non lo facevano neppure partecipare.
Non solo diamo lezioni agli USA (Dio stramaledica gli yankees!) ma anche a tutta Europa. Nel giro di pochi anni avremo il più grande partito europeo da 10 milioni di voti.
Cosa saranno allora a nostro confronto i laburisti britannici che hanno vinto tre elezioni a fila o i socialisti francesi con il loro Mitterrand, due volte presidente, o quelli tedeschi, per non parlare degli scandinavi, al potere da oltre 60 anni.
Con 10 milioni di voti avremo un partito più grosso dell’intera popolazione svedese.
I partiti che hanno espresso prima Felipe Gonzales e poi Zapatero, un Bruno Kreisky, un Willi Brandt o un Olof Palme saranno dei nani politici a confronto del nuovo partito democratico, con leaders che gli altri ci invidieranno.
Daremo anche una bella lezione agli andorrani che avevano un partito democratico che nel terzo millennio (udite! Udite!) hanno trasformato in socialista democratico, rischiando di vincere le elezioni.
I consiglieri di Clinton, cioè di colui che non avrebbe vinto le primarie italiane, si consigliano, un giorno sì e un giorno no, a pagamento di abbandonare il socialismo.
Eppure cosa hanno da insegnarci gli esponenti di un partito dove il collateralismo con la AFL-CIO è cosa nota?
Il Sindacato negli USA gioca un ruolo primario negli Stati Uniti, specialmente negli stati che non eleggono i delegati alla Convention con le primarie, bensì con i caucus, cioè le assemblee dei soli iscritti. Il nostro partito democratico sarà più avanzato, abbandonerà ogni collateralismo con CISL e CGIL, invece di favorire l’unità sindacale o del movimento cooperativo.
L’Italia è un paese, che tra quelli del G7 è al primo posto per gli incidenti mortali sul lavoro, con la più ampia quota di economia sommersa, di disoccupazione, di sottrazione alla scuola dell’obbligo e di lavoro minorile e con la più bassa percentuale di laureati nelle materie scientifiche e di investimenti per la innovazione tecnologica e la ricerca.
Ampie zone del paese sono controllate da organizzazioni criminali, la corruzione e l’evasione fiscale sono da paese del terzo mondo.
Orbene, invece di definire con urgenza un programma per sconfiggere le piaghe endemiche e per riportare il paese in Europa con il risanamento finanziario dei conti pubblici, ci gingilliamo con i nomi dei vuoti contenitori della politica: manipolando concetti e parole, come l’aggettivo/sostantivo riformista.
Il partito unitario di tutti i riformisti dovrebbe logicamente chiamarsi Partito Riformista. Invece no, si chiamerà Partito Democratico. Si tratta di costruire il partito di tutti i democratici, allora?
Se è così, sono preoccupato: 10 milioni di democratici sono pochi per un paese di quasi 60 milioni di abitanti. Scopriamo poi da De Mita, grazie Ciriaco!, che il nome di Partito Riformista non va bene perché risente ancora troppo di socialismo.
Capisco quelli che non vogliono morire socialisti, perché democristiani. Capisco meno quelli che non vogliono vivere da socialisti, essendo di sinistra e non più comunisti.
Milano, 2 novembre 2005
Felice Besostri