La forza della democrazia in Israele
di Felice Besostri
Kadima è il primo partito di Israele ed il Labour Party il secondo. Il Likud precipita dal primo posto del 2003 (38 seggi, 29,4%) al sesto posto (11 seggi). Il panorama politico è sconvolto: scomparso lo Shinui, che aveva 15 seggi, i due partiti che seguono i vincitori sono lo Shas, il partito dei sefarditi, che conquista 13 seggi (+2) e Yisrael Beiteinu, il partito degli emigrati russi di Avigdor Lieberman con 12 seggi, che nelle precedenti elezioni si era presentato con il Likud.
Il Meretz, il partito socialista di sinistra, ritorna alla Knesset con 4 seggi (-2 rispetto al 2003, 10 seggi nel 1999).
La maggioranza assoluta di 61 seggi non è, però, alla facile portata di una alleanza Kadima-Labour con l’appoggio di Meretz, che totalizza 52 seggi. Un’alleanza con un partito religioso si impone e l’alleato più probabile è lo Shas, che non è legato a insediamenti in Cisgiordania e non condivide l’ideologia della Grande Israele.
Altro possibile partner è il Partito di Lieberman, sempre molto interessato al potere per trarre vantaggio al gruppo degli emigranti russi.
Il dato certo, con la sconfitta del Likud, è il fallimento della destra oltranzista e dei coloni.
Kadima ha vinto ma ha pagato lo scotto della grave malattia di Sharon. È il primo partito, ma ben lontano dalle proiezioni che al momento della sua formazione lo attestavano intorno ai 40 seggi.
Il Labour guadagna formalmente soltanto un seggio rispetto al 2003, ma il suo recupero è molto più rilevante, tenendo conto degli esponenti di spicco, come Shimon Peres, che lo avevano abbandonato per raggiungere Kadima.
La vittoria di Hamas nelle elezioni palestinesi non ha prodotto i temuti effetti nell’elettorato israeliano, che ha reagito razionalmente e non emotivamente.
Alla vigilia del voto il parlamento palestinese aveva dato via libera al governo monocolore di Hamas, ma accompagnato da una dichiarazione di essere pronti alla trattativa, sia pure senza l’accettazione preventiva del riconoscimento di Israele, di rispetto dei precedenti accordi e di rinuncia alla lotta armata.
È un fatto che Hamas e le formazioni militari controllate da Hamas hanno rispettato la tregua. Questo fatto e, bisogna riconoscerlo, la costruzione del muro hanno fatto sì che le elezioni non fossero funestate dal solito attacco terrorista, in grado di rovesciare gli orientamenti elettorali.
L’elettorato israeliano ha dimostrato la sua maturità, accompagnata dal richiamo identitario di origine arabo-sefardita e russo-askenazita.
La strategia del Labour si è rivelata vincente puntando sul disagio sociale e lo sviluppo economico, che sono legati peraltro allo sviluppo del processo di pace.
La difesa dello stato sociale ed una politica di investimenti per l’occupazione impongono di ridurre le spese per difesa e sicurezza. L’unica grande ombra sui risultati è l’alto tasso di astensionismo. Tuttavia in una situazione di scontro tra favorevoli e contrari al processo di pace ed al ritiro di gran parte della Cisgiordania non è del tutto negativo un atteggiamento di astensione in attesa di risultati concreti.
Se in Palestina avesse vinto la fazione dell’OLP più decisa nelle trattative, il risultato di Kadima e del Labour sarebbe stato ancora più ampio e le prospettive di un regolamento pacifico più ravvicinato.
Per il momento si può trattenere il fiato ed aspettare la formazione di un nuovo governo.
L’iniziativa internazionale ha la possibilità di influire ancora di più: l’Unione Europea e gli USA dovranno accentuare la loro pressione per una composizione pacifica del conflitto.
Un blocco totale degli aiuti finanziari sarebbe un errore e colpirebbe un popolo palestinese già stremato, tuttavia gli aiuti dovranno essere dati utilizzando al massimo canali propri.
La gestione governativa palestinese degli aiuti è sempre stata la fonte principale della corruzione e del dirottamento delle risorse per usi impropri, compreso il finanziamento delle formazioni paramilitari e delle famiglie dei kamikaze.
Milano, 29 marzo 2006