Le poste in gioco


Le prossime elezioni politiche di aprile e, lasciatemelo dire, il successivo referendum costituzionale costituiscono per l’intera Unione e per le sue componenti un banco di prova decisivo, vorrei aggiungere senza prova d’appello. Non lo scrivo perché in politica non ci sono sentenze definitive. I 14 anni della Thatcher o i 16 di Kohl non hanno impedito alle sinistre britannica e tedesca di vincere le elezioni al momento dovuto, cioè quando sono diventate un’alternativa credibile e sono state in grado di pagare il prezzo di un loro rinnovamento. Tuttavia altri cinque anni di governo della destra a costituzione variata e perciò con una forma di governo del primo ministro, più pericolosa per la democrazia della pur pasticciata devolution, sarebbero un prezzo troppo pesante per il nostro Paese.

Quali che siano le critiche fondate all’Unione, ai suoi programmi ed ai suoi partiti principali, i DS e la Margherita, oltre che alla sua frammentazione, la sconfitta di Berlusconi e dei suoi accoliti resta la principale delle poste in gioco. Non bisogna, mai, specialmente in questo contesto nazionale, europeo ed internazionale, lasciarsi allettare dalla funzione maieutica del catastrofismo o dalla purificazione catartica, che, comunque, una sconfitta produrrebbe. La teoria del tanto peggio tanto meglio non può appartenere a forze consce della loro missione nazionale e sociale, può attrarre soltanto chi sia fortemente ideologizzato e con vocazione minoritaria, cioè gli estremisti.

Siamo in presenza di una nuova legge elettorale sciagurata e pericolosa per la democrazia. Con nessuna altra legge, ed in assenza di partiti politici regolati da una legge, che ne esalti la funzione pubblica, si sono espropriati gli elettori della loro possibilità di scelta dei propri rappresentanti. I futuri deputati e senatori sono già stati scelto al momento della presentazione delle liste bloccate e, per di più, riferite a circoscrizioni enormi, sempre coincidenti con la regione per il Senato e di regola per la Camera, ad eccezione delle regioni più popolose. Molte nostre regioni hanno popolazione superiore a tanti stati dell’Unione Europea, in nessuno dei quali si vota in un’unica circoscrizione nazionale. Gli elettori potranno influire soltanto sulla consistenza delle singole liste, sia pure con la distorsione dei premi di maggioranza a livello nazionale per la Camera e nelle singole regioni per il Senato. Dobbiamo sperare che non se ne accorgano milioni di elettori, incentivando, così, l’astensionismo elettorale, in crescita costante dal 1996 al 2005. Le ultime tornate elettorali, dalle europee alla regionali, sono state vinte dalle forze che hanno perso meno elettori, non da quelle che sono state capaci di recuperare voto dal bacino astensionista (che infatti è aumentato anche rispetto al 2001) o di spostarli dal campo avverso. Per dare un’immagine, è come se ad una olimpiade si introducesse una nuova specialità atletica, la corsa all’indietro, che viene vinta da chi va più piano.

Tuttavia la base proporzionale, insieme con la differenziazione tra Camera e Senato delle liste Ulivo, cioè del nucleo principale del futuro partito democratico, darà, meglio di tanti sondaggi, italiani o americani, che siano, conto esatto delle forze relative dei vari partiti. In poche parole sulla dinamica futura del centro-sinistra, in caso di vittoria dell’Unione, peserà il fatto del miglior risultato tra le liste dell’Ulivo alla Camera e la somma delle liste DS e Margherita al Senato. Se la dinamica elettorale premierà l’Ulivo, sempre che al Senato non vi sia sproporzione tra DS e Margherita, la costituzione del partito democratico sarà accelerata. Di contro, se sarà dimostrato che i partiti separati prendessero una maggiore percentuale di voti od anche se dovesse crescere il divario tra DS e Margherita, a scapito di quest’ultima, il partito democratico si arenerà nelle secche dei rinvii.

Ho sempre sostenuto che il progetto di partito democratico è artificiale come contenitore e confuso come contenuti, ma che tuttavia è l’unica proposta politica innovatrice in campo. C’è il rischio, quindi, di un impasse. Bisogna, pertanto, mettere in campo un’altra ipotesi alternativa, pena il mantenimento dello status quo, cioè di un sistema politico conservatore e bloccato, anche a sinistra, che si basa su ircocervi, come i DS e la Margherita, e su alcuni residuati pre-crollo del muro di Berlino, come il PdCI e parte di Rifondazione, quella che si richiama a Ferrando, tanto per fare un nome, ma non solo. Per un paese, che aspira ad essere un normale paese europeo, l’altra ipotesi è quella del partito italiano del socialismo europeo, cioè il progetto sul quale erano nati i DS dopo gli Stati Generali della Sinistra di Firenze. Questo progetto non è mai stato sviluppato, abbandonato al Congresso di Torino, solo formalmente resuscitato, a livello verbale, a Pesaro ed, infine, affossato definitivamente a Roma. I DS hanno un ruolo centrale ed essenziale per l’Unione e per l’Ulivo, sono la forza responsabile di mediazione, di ricomposizione e di equilibrio, ma di identità incerta: sono percepiti, non come un partito socialista pur appartenendo al PSE ed all’Internazionale Socialista, ma come l’ultimo, e provvisorio, stadio, di una sostanziale continuità PCI-PDS-DS.

Nei DS, chi si oppone al partito democratico, a parte la pattuglia salviana, si oppone al partito democratico e stop: l’alternativa è giocata più sul piano programmatico, che su un progetto alternativo di ricomposizione degli schieramenti politici. Per la riproposizione del progetto socialista europeo occorre che sia suffragato dal responso delle urne. Come per L’Ulivo-Partito Democratico è vitale costruire una forza di consistenza superiore al 30%, così l’ipotesi socialista europea ha bisogno che la somma del voti DS, la Rosa nel Pugno, Nuovo PSI, Verdi e Rifondazione uguagli o superi la consistenza dell’Ulivo. Ovviamente non si tratta di prevedere la confluenza di tutte queste forze in un unico partito, ma di riaprire un discorso sugli spazi di espansione di una forza di sinistra riformatrice (l’aggettivo riformista è troppo inflazionato), che sappia coniugare impegno sociale, coscienza laica e sensibilità ambientale, in un rapporto dialettico, antagonista ma dialogante, con le evoluzioni di Rifondazione, ben rappresentate dal Partito Europeo della Sinistra, più che dalla linea nazionale. Soltanto in un tale contesto si farebbe parte del dibattito aperto nel socialismo europeo.

Quale socialismo per il e nel XXI secolo? Quale è la risposta socialista ai problemi posti dalla globalizzazione, dalle crescenti disuguaglianze di sviluppo, dall’accesso negato alla maggioranza della popolazione alla salute, al cibo, all’istruzione ed all’acqua potabile? Quali iniziative per arrestare il degrado ambientale a scala planetaria e la crisi energetica prossima ventura? Come assicurare un governo mondiale che rifiuti la guerra? Come combattere il terrorismo, gli integralismi religiosi ed i conflitti etnici ed i loro sottoprodotti come il terrorismo? In queste riflessioni l’apporto dell’esperienza delle battaglie transnazionali dei radicali è essenziale, come la difesa di una rigorosa concezione laicista (non è un lapsus, come chi vuole un’Europa unita è un europeista e non europeo, chi è per lo stato laico è un laicista) delle istituzioni pubbliche.

Nella nuova fase ciascuno porterà il suo contributo senza incorrere in anatemi. Se il partito del socialismo europeo non si farà mai con i soli DS è altrettanto vero che non si potrà fare senza od addirittura contro i DS.

Altri scenari si apriranno, o si aprirebbero, in caso di vittoria della destra o, come è scopo della riforma elettorale, di pari e patta. Questa è, peraltro, politique politicienne e perciò se ne può discutere all’indomani del 10 aprile ad urne chiuse.

Milano, 24 febbraio 2006

Felice Besostri