Facciamo i conti!

Spero che il titolo non sia percepito come minaccioso, è soltanto esortativo.
Come premessa metodologica bisogna rifiutare ogni analisi sulla dinamica elettorale basata sul confronto della percentuale della lista Ulivo alla Camera (31,265%) con la somma (28,224%) delle percentuali di DS (17,497%) e Margherita (10,727%).

La ragione è semplice: al Senato c’erano liste collegate all’Ulivo che non si sono presentate alla Camera quali lo PSDI (0,167%), i Repubblicani Europei (0,149%), i Cristiani Uniti (0,015%), la Liga Fronte Veneto (0,067%) e l’Alleanza Lombarda Autonoma (0,266%). Un mare di sigle, con percentuali singolarmente irrilevanti, ma che sommate alla lista Ulivo Senato (0,174%) fanno un 0,848% e quindi un totale con DS e Margherita del 29,072%.

Tuttavia anche questo confronto è parziale e non tiene conto del doppio voto di quelle liste che, presenti alla Camera ed al Senato nell’ambito dell’Unione, avevano avuto candidati di bandiera nella lista Ulivo alla Camera. Si può presumere che queste formazioni, almeno nelle circoscrizioni in cui avevano candidati di bandiera, li abbiano votati o, quantomeno, i candidati si siano fatti votare.

Tuttavia, per fare bene i conti, non su mere intuizioni, ho fatto un’ulteriore operazione, che peraltro sottostima il loro apporto alla lista Ulivo alla Camera, cioè ho preso in considerazione soltanto le liste che alla Camera (malgrado un elettorato più numeroso costituito dalla classe di età tra i 18 ed i 24 anni) hanno preso meno voti in percentuale ed in assoluto che al Senato. Nella polarizzazione del voto è difficile pensare che un elettore dell’Unione al Senato alla Camera abbia votato CdL ovvero si sia astenuto o votato nullo.

Ho considerato come voti Ulivisti al Senato i voti costituiti dalla differenza tra il voto Senato ed il voto Camera, scorporandoli dalla loro lista ed aggiungendoli alla somma ulivista precedente.

Dunque abbiamo 11.520 voti Socialisti (0,069%), 6.296 voti Pensionati (0,121%), 108.887 Di Pietro IDV (0,587%), che in totale fanno un altro 0,777%, portando il voto ulivista Senato (sottostimato, oltre che per le ragioni già dette, per il fatto che i Socialisti di Bobo Craxi non erano presente in tutte le circoscrizioni) al 29,849%.

Ci si potrebbe fermare qui, considerando che alle Regionali del 2005 il totale delle liste Ulivo, DS e Margherita aveva il 32,6%, pur con i socialisti dello SDI e, quindi, l’Ulivo non presenta una dinamica espansiva o almeno pare abbia perduto in un anno la spinta propulsiva.

Qualsiasi raffronto tra Camera e Senato non può ignorare il fatto eclatante rappresentato da Rifondazione Comunista che al Senato ha conseguito 2.518.624 voti pari al 7,372%, mentre alla Camera, con più alta presenza di voto giovanile, in cui tutti i sondaggi davano Rifondazione superiore alla media generale dell’Unione, ha preso 2.229.604 voti, pari al 5,844%, una differenza di 289.020 voti e del 1,528%, cioè una percentuale superiore a quella del partito UDEUR POPOLARI.

Le altre formazioni dell’Unione, Rosa nel Pugno, Federazione dei Verdi e Comunisti Italiani hanno avuto più voti in percentuale alla Camera piuttosto che al Senato, i Consumatori hanno avuto più voti in assoluto alla Camera, ma una percentuale inferiore, quindi non possono avere ceduto voti all’Ulivo.

Per la stessa ragione, considerando che gli elettori dell’Unione saranno pure dei “coglioni”, ma non degli schizofrenici, già esposta, escludendo un doppio voto fuori dall’Unione, la differenza dei voti di Rifondazione tra Camera e Senato va cercata nell’Ulivo.

Vista l’ampiezza del fenomeno quasi un elettore su tre di Rifondazione al Senato, non l’ha votata alla Camera. Sulla motivazione si possono fare ipotesi varie: sono degli unitari, che vogliono un’Unione spostata più a sinistra, ma senza rotture e con un Prodi forte come capo-coalizione, ovvero oppositori di Bertinotti capolista ovunque alla Camera, od ancora voti tattici. A sinistra dei DS molti scommettono sul Partito Democratico come pretesto per l’uscita dei suoi oppositori dai DS.

Quale che sia la motivazione, questa percentuale va sottratta dal totale dell’Ulivo alla Camera, se sono voti tattici, ovvero aggiunti al voto ulivista al Senato, se voti che esprimono uno spirito unitario per la governabilità.

In un caso come nell’altro il risultato è che alla Camera l’Ulivo puro scende dal 31,265% al 29,737% ovvero al Senato il voto “ulivista” sale al 31,377%.

Le differenze numeriche poste a suffragio dell’ipotesi Partito Democratico scompaiono o sono ridotte al minimo, anche nel caso che si conteggino nel Senato soltanto le formazioni presenti al Senato e non alla Camera, cioè 29,737% > 29,072%.

Spero che i fautori del Partito Democratico abbiano argomenti più seri dello 0,655%, perché basterebbe confrontare il 29,735% con il 29,849% ovvero il 31,265% con il 31,377% per rovesciarlo.

Sarebbe ridicolo aggrapparsi a queste percentuali, come al contrario sostenere che l’ipostesi di federazione di sinistra è più forte perché al Senato raggiunge il 31,9% od addirittura il 32,216% se si includono Repubblicani Europei e PSDI.

Ogni ragionamento deve tenere conto dell’omogeneità non solo politica e programmatica, ma anche ideologica e culturale delle varie componenti e, lasciatemelo dire, tanto più dopo l’offerta di allargare il Partito Democratico alla Rosa nel Pugno od anche ai soli socialisti, non mi pare che l’alleanza tra i vari riformismi abbia raggiunto quella omogeneità per costituire un Partito.

Certo ci sono benedizioni autorevoli, tra cui quelle dei grandi giornali di informazione e dei loro editori, ed interessate, ma non bastano.

Milano, 18 aprile 2006

Felice Besostri