Sinistra del Partito Democratico? No, grazie!
Per un Partito Democratico del Lavoro


Il Presidente dei DS Massimo D’Alema ha fatto bene a ricordare a tutti i sostenitori del Partito Democratico, che non lo si può fare liquidando la sinistra rappresentata dai DS: iscritti, militanti e dirigenti, tra i quali emerge lui stesso.

Perciò nel futuro Partito Democratico ci sarà una forte ala sinistra, ma da qui nascono le contraddizioni.

Se la sinistra sarà rappresentata dalla componente diessina, cosa rappresenterà la Margherita in generale? La destra od il centro? Ed i repubblicani europei e gli ex popolari o i prodiani doc?

Mi pare che su questa strada la fusione del riformismo socialista con quello cristiano e laico liberal-repubblicano non si farà mai. Ed allora a che serve un Partito Democratico, di cui, allo stato, è noto solo il nome, non la struttura organizzativa (sarà un partito federalista?) né, tampoco, il programma?

Il Presidente dei DS ama le battute icastiche e bisogna evitare di cadere nella trappola rispondendo: “Allora è meglio essere la destra di un grande partito italiano del socialismo europeo”. Ciascuno segua la sua vocazione: la mia è di essere a sinistra anche in un partito socialista democratico.

La questione del nuovo soggetto politico, che è necessario in Italia per rompere il conservatorismo presente anche a sinistra, sia esso il Partito Democratico ed un Partito del Socialismo europeo, non è questione di nomi.

In Scandinavia, soltanto in Danimarca il maggiore partito di sinistra si definisce socialdemocratico nel nome. In Svezia e Norvegia si chiama, invece, partito svedese o norvegese dei lavoratori.

Un Partito Democratico del Lavoro non troverebbe, quindi, un’opposizione di principio. Un tale partito deve avere forti legami istituzionali con il mondo del lavoro e delle autonomie, quindi con il Sindacato, le Cooperative, le associazioni di categoria, culturali e del tempo libero e con un’istituenda associazione o consulta degli amministratori locali e regionali.

Un partito democratico del lavoro deve promuovere l’unità del movimento sindacale e delle altre forme associative sulla base di statuti democratici e federali rispettosi del pluralismo ideologico, culturale o politico dei loro militanti.

Sul piano europeo ed internazionale la collocazione sarà decisa nel primo congresso del Partito a maggioranza sulla base di un referendum tra tutti gli iscritti da tenere prima (referendum consultivo) o dopo (referendum approvativo).

Il partito democratico del lavoro promuoverà una riforma delle organizzazioni politiche europee ed internazionali con la possibilità di iscrizione individuale e diretta ad un Partito Socialista Europeo, federale e transnazionale, che sostituisca l’attuale confederazione di partiti nazionali.

La discussione intorno alle caratteristiche ed ai programmi del nuovo soggetto politico non può essere ristretta ai vertici dei partiti esistenti, ai loro dispetti e ripicche o consegnata alle interviste ed alle improvvisazioni di questo o quel dirigente.

La futura formazione dovrà avere al centro il lavoro, in tutte le sue forme, perciò il lavoro autonomo, le libere professioni ed il lavoro intellettuale, oltre che i tradizionali lavori subordinati.

Dunque la discussione va aperta nei sindacati, nel movimento cooperativo, nelle associazioni di categoria, come la Confesercenti per fare un esempio, di cultura e tempo libero, come l’ARCI, ambientali e di volontariato, di consumatori e di utenti dei servizi pubblici, per coinvolgere il più vasto numero di cittadini attivi e non la solita nomenklatura dei partiti.

Al futuro del nuovo soggetto politico ha dato maggiore impulso il congresso nazionale del centenario della CGIL, che gli ultimi due anni di vuote discussioni Partito democratico SI! - Partito democratico NO!

Sono emersi contenuti ed una leadership, come quella del Segretario Generale Guglielmo Epifani, che non potranno essere contornati dalla solita e perdurante autoreferenzialità dei gruppi dirigenti dei partiti.

Gli interessi immediati di partito, nelle strette finali hanno sempre prevalso anche a rischio di compromettere la vittoria.

Nel 2001 il meschino calcolo di salvare dodici parlamentari dalla non rielezione ha fatto presentare le famose liste civetta alla Camera a scapito di un accordo di desistenza al Senato con Rifondazione e/o l’Italia dei Valori, che avrebbe assicurato la maggioranza al centro-sinistra in quel ramo del Parlamento. Per risultato abbiamo avuto cinque anni di Berlusconi e una maggioranza alla Camera, che non ha convalidato i dodici deputati.

Nelle prossime elezioni abbiamo dato, sempre al Senato, un calcio in bocca alle liste civiche, pensando più a voti che potrebbero sottrarre ai partiti esistenti, che a quelli in più, che avrebbero portato alla coalizione.

Bisognerebbe informare i nostri dirigenti che l’Italia è una repubblica parlamentare con bicameralismo perfetto e ciò resta vero anche se tutti i dirigenti siedono in un solo ramo del Parlamento, cioè nella Camera dei Deputati.

Logiche strette di partito hanno presieduto alla elezione di deputati e senatori (Sì, avete capito bene, elezione non formazione di liste di candidati: le liste sono bloccate!).

Il prossimo 9 e 10 aprile gli elettori italiani, rispetto ai “candidati” hanno meno potere dei cittadini dell’ex Unione Sovietica, che pure non era un preclaro esempio di democrazia classica. Colà se la maggioranza degli elettori non si recava alle urne, le elezioni dovevano essere ripetute, in Italia dovesse andare a votare il 10% degli iscritti alle liste elettorali, le elezioni sarebbero ugualmente valide. In Unione Sovietica era possibile persino cancellare l’unico candidato, cioè l’eletto sicuro, in Italia l’ordine di lista è immodificabile.

Certamente è colpa della nuova legge, ma si è avuto l’impressione che l’entusiasmo nella sua più deteriore applicazione in privato, sia stato direttamente proporzionale al vituperio pubblico della legge.

La Quaresima è tempo di riflessione e di pentimento, è giusto essere impietosi anche con se stessi, ma ora dobbiamo pensare soltanto alla Pasqua di Resurrezione, che dovremo anticipare alla Domenica delle Palme, seppellendo Berlusconi e i suoi accoliti e sodali sotto una VALANGA DI VOTI PER L’UNIONE.

Milano, 3 marzo 2006

Felice Besostri