2014 Per un’Europa solidale democratica e federale

«Già nel 2008 le elezioni anticipate italiane hanno preceduto quelle europee, impedendo che si delineasse una nuova fase politica della sinistra italiana, pienamente partecipe della dimensione europea e internazionale delle sfide. La crisi economica e finanziaria era già scoppiata ma le conseguenze  non erano ancora devastanti per la vita di milioni di persone nel nostro paese in termini di condizioni di vita e di lavoro, soprattutto perché non erano ancora operanti in tutta la loro durezza le ricette sbagliate per uscire dalla crisi: riduzione delle protezioni sociali, tagli indiscriminati ai bilanci pubblici e aumento del peso fiscale sui percettori di reddito da lavoro in tutte le sue forme. Miliardi di euro per salvare il sistema bancario si sono rivelati  un’occasione di guadagno insperato per chi si era esposto verso i paesi in difficoltà, come Irlanda, Portogallo e Grecia, in quest’ultimo caso pagati dai cittadini di quel paese con una durezza senza precedenti e del tutto inutilmente. Un’Europa solidale avrebbe agito in altro modo con minori costi per tutti, compresi i paesi con migliore situazione finanziaria e produttiva. Le elezione europee del 2014 devono rappresentare una svolta, già con la decisione del PSE di indicare un proprio candidato alla presidenza della Commissione Europea, si delinea un’alternativa politica. Per il suo successo occorre che aumenti la partecipazione elettorale, che nel 2009 è stata inferiore al 50% degli aventi diritto e sempre inferiore a quella delle elezioni nazionali. La ridotta partecipazione elettorale da maggior peso alle formazioni populiste, nazionaliste e non esenti da tratti di razzismo. Non è in gioco soltanto la costruzione di un’Europa unita, ma anche i suoi valori  ideali, senza i quali è minacciata la coesione sociale e, quindi, la convivenza democratica, che si fonda sulla giustizia e la libertà. Per i partiti della sinistra democratica e progressista, di cui i partiti socialisti socialdemocratici e laburisti del PSE rappresentano la parte più consistente è motivo di preoccupazione che nelle elezioni europee e nazionali siano proprio i propri elettori, dei ceti popolari e lavoratori che rappresentano il loro naturale insediamento, quelli che si astengono. Per fortuna sono ancora settori minoritari quelli che si fanno attrarre dalla demagogia e dalla protesta qualunquista e giovani e donne sono poco rappresentati nell’elettorato  dei partiti del PSE. La crisi e il modo per uscirne rappresenta la sfida, che la sinistra democratica, progressista e socialista deve vincere se vuole riconquistare il suo elettorato tradizionale e espandersi in ampi settori della classe media, anch’essa colpita dalla crisi in misura senza precedenti nel secondo dopoguerra.   Non è  facile, specialmente se non si ha il coraggio di aggredire i meccanismi finanziari  che hanno prodotto la crisi, i centri di potere economico che sono svincolati da qualsivoglia controllo democratico :  sono imprese e conglomerati industriali-finanziari  

multinazionali, che si confrontano con stati nazionali, a volte con bilanci pubblici inferiori ai loro budget consolidati e senza giurisdizione nei loro  confronti. La sinistra democratica e socialista deve riuscire a livello internazionale a coniugare espansione della democrazia e giustizia sociale, come è riuscita a fare a livello nazionale, specialmente in Europa. Deve porre come priorità la prevalenza dell’interesse pubblico su quello particolare e in particolare di una società più libera perché più uguale.
La scelta europea deve essere netta, perché  così è richiesto dalla dimensione delle sfide da affrontare e dei problemi da risolvere, ma questa Europa deve essere democratica nelle sue istituzioni e sociale nei suoi fini, come del resto è detto nel preambolo del trattato istitutivo dell’Unione Europea: “ISPIRANDOSI alle eredità culturali, religiose e umanistiche dell’Europa, da cui si sono sviluppati i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza e dello Stato di diritto”,
Sotto i colpi di maglio delle politiche di austerità ,  ha ancora un senso che i principi dell’Unione Europea confermino “ il proprio attaccamento ai diritti sociali fondamentali quali definiti nella Carta sociale europea firmata a Torino il 18 ottobre 1961 e nella Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori del 1989” ovvero sono solo un omaggio retorico, che nasconde scelte opposte, come è dimostrato dal crescente divario tra la parte più ricca e quella più povera della società e l’erosione del potere di acquisto di salari e stipendi rispetto a profitti  in atto sia pure con diversi ritmi in quasi tutti i paesi europei da almeno un decennio a questa parte.
L’Unione Europea si può rafforzare se i popoli la sentono come una cosa loro, attenta ai loro sogni e bisogni, sensibile ai loro umori e timori e soggetta al controllo democratico  dell’opinione pubblica sulle sue decisioni, perché retta da una combinazione  virtuosa di democrazia rappresentativa e di partecipazione popolare, per cui movimenti ad ogni livello e partititi politici europei siano in grado di esprimere, rappresentare e tradurre in scelte concrete le aspettative dei  cittadini  e delle cittadine europee, come di tutti quelli che vivono, studiano e lavorano stabilmente[ e legalmente?] nel territorio dell’Unione.

Superamento del deficit democratico rafforzamento delle istituzioni
Grandi passi sono stati compiuti aumentando i poteri del parlamento europeo, cioè dell’organo eletto dai cittadini europei, ma il governo dell’UE non deve godere della fiducia del Parlamento, che può escludere la conferma di singoli commissari.
L’evoluzione federalista della UE in un contesto multilinguistico e con un sistema ancora debole dei partiti europei rende difficile la formazione di un esecutivo europeo su base  esclusivamente politica, ma piuttosto un governo come il Consiglio Federale svizzero, con un equilibrio tra aree geografiche e linguistiche, nel quale l’indirizzo politico sia affidato ad un Presidente della Commissione eletto direttamente dai cittadini europei  con una doppia maggioranza di voti e di Stati, che rappresentino la maggioranza della popolazione dell’Unione.
Senza un rafforzamento delle istituzioni e senza un governo dell’UE non è possibile che L’Europa diventi un soggetto della scena politica internazionale all’altezza delle sue responsabilità come fattore di pace e di cooperazione internazionale, di sviluppo equilibrato e di stabilizzazione e riforma dei mercati finanziari.
Nel sistema di governo dell’Unione va rafforzata la partecipazione diretta delle Regioni e delle autonomie locali  e dei rappresentanti di lavoratori, imprenditori e consumatori alla determinazione delle politiche dell’Unione Europea.
In ogni caso il deficit democratico non è superabile senza una partecipazione elettorale più elevata, quindi con la necessità di avere  finalmente una legge elettorale unica, come previsto dai Trattati e con l’eliminazione di soglie di sbarramento e di ostacoli all’effettiva partecipazione dei cittadini europei non  residenti nel paese della loro cittadinanza. La decisione della Corte Federale Costituzionale tedesca sull’illegittimità di soglie di sbarramento  nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo costituisce  un’indicazione di cui tenere conto al pari della raccomandazione  della Commissione Europea agli Stati membri di introdurre nelle leggi elettorali per il rinnovo delle loro delegazioni nazionali nel PE un chiaro riferimento ai gruppi politici europei.
La legge elettorale europea italiana  vigente è il frutto delle elezioni del 2008, superate da quelle del 2013 e deve essere riformata per superare aspetti problematici quali la sottrazione di seggi alle circoscrizioni e quindi alla rappresentanza delle popolazioni dei territori, l’esclusione di minoranze linguistiche riconosciute e la discriminazione derivante da soglie di accesso nazionali e dalla mancata previsione di coalizioni di liste, se non limitatamente alle minoranze linguistiche francese, slovena e tedesca e non a quelle politiche affini: una discriminazione incompatibile con l’art. 3 c. 1 della Costituzione

Un nuovo sviluppo sostenibile, equilibrato e inclusivo. Rivoluzione produttiva fondata sulla ricerca e l’innovazione
Concepita dai nostri padri, dopo l’ennesima tragedia della seconda guerra mondiale, come lo strumento di unificazione, di pace e solidarietà dei popoli europei, capace di garantire i valori della democrazia, della giustizia e del progresso sociale, l’Unione Europea dopo la adozione della moneta unica sta subendo un processo di crisi drammatica che aggrava gli squilibri fra i vari paesi, le contraddizioni sociali al loro interno con la disoccupazione e i tagli al welfare, fino a mettere seriamente a repentaglio il modello sociale europeo, e indebolisce le istituzioni democratiche e i diritti dei lavoratori a favore delle sedi tecnocratiche e del potere dei mercati finanziari.

L’adozione di una moneta comune, senza una preliminare costruzione di un adeguato governo economico e finanziario dell’Eurozona, ha condotto ad una crescita delle divergenze nel rapporto tra costo del lavoro e produttività  e quindi ad una riduzione di competitività dei paesi periferici dell’area euro, i cosiddetti PIIGS. Questi squilibri sono rimasti sottotraccia finché i capitali hanno continuato ad affluire dai paesi centrali ai paesi periferici; una condizione che è proseguita finché lo scoppio della crisi economica non ha fatto rifluire i capitali, facendo emergere i gravi squilibri delle bilance commerciali dei paesi europei che hanno il loro perno nello straordinario surplus commerciale della Germania. L’assistenza alle banche europee colpite prima dal fallimento della Lehman Brothers, poi dalle conseguenze delle bolle immobiliari e degli squilibri commerciali in Europa, ha trasferito il debito privato sulle spalle degli Stati, facendo esplodere la crisi dei debiti sovrani su cui si è scatenata la speculazione finanziaria internazionale, ben poco contrastata dalla BCE per i limiti posti dal suo statuto e non contrastata dalla Unione Europea per il rifiuto di mutualizzazione dei debiti sovrani.

Le strategie di superamento degli squilibri, ispirate dalle destre europee e fin qui perseguite, mirano a far ricadere l’onere del riequilibri esclusivamente sui paesi debitori. Alla base di queste politiche vi è l’idea che il recupero di competitività si debba raggiungere attraverso una riduzione dei salari o comunque un peggioramento delle condizioni di lavoro nei paesi meridionali. A questo obiettivo rispondono i tagli ai bilanci pubblici, le privatizzazioni e le riforme del mercato del lavoro che finiscono per ridurre il potere contrattuale dei lavoratori e dei contratti collettivi nazionali. Si è trattato di misure sin qui fallimentari che  hanno condotto ad un rapido aumento della disoccupazione e ad un ulteriore desertificazione produttiva, ma che, anche qualora ottenessero un calo drastico dei salari, come è avvenuto in Grecia, non aprirebbero la via allo sviluppo, per il drastico calo della domanda interna.

Non c’è da stupirsi se lo sviluppo di questi processi negativi sta mettendo in discussione la stessa sopravvivenza dell’Euro, sta minando negli strati popolari di molti paesi la fiducia nell’Europa e se ciò colpisce in particolare le forze politiche di sinistra e socialiste, accusate di non contrastare adeguatamente questi fenomeni. Ci stiamo avvicinando dunque alle elezioni europee del 2014 in condizioni preoccupanti per i socialisti e le forze progressiste. La preparazione del programma comune per il prossimo Parlamento Europeo e le primarie per il nostro candidato comune alla guida della Commissione Europea devono segnare un colpo di reni.

Quel programma deve innalzare la bandiera della difesa del lavoro e del Welfare, deve incrociare i bisogni e le aspettative del mondo del lavoro e dei ceti popolari, che devono sentire che c’è una forza politica europea che li richiama in primo piano e confida sul loro protagonismo. Questa è sempre stato e deve restare lo spirito del socialismo.

Sul piano economico compito della sinistra europea, e delle forze socialiste e socialdemocratiche in primo luogo, è quello di mostrare l’esistenza di percorsi alternativi. Non basta ammettere la pesantezza della cura sin qui perseguite, come ha fatto recentemente  il direttore del FMI con riferimento alla Grecia, occorre ribaltare l’intero impianto di politica economica.
Nelle situazioni di depressione economica, come quella attuale, il rilancio dell’occupazione non può passare solo attraverso interventi dal lato dell’offerta o incentivi fiscali alle aziende. Sono necessari investimenti pubblici finanziati da eurobonds che consentano la creazione di posti di lavoro e la ripresa di un clima di fiducia essenziale per fare ripartire gli investimenti privati. Gli investimenti sono necessari anche per superare gli squilibri tra le economie europee: esistono ancora forti squilibri in termini di dotazioni infrastrutturali che aggravano gli squilibri di competitività. C’è poi la necessità di investire ulteriormente in quei settori che da sempre l’Unione Europea ha identificato come strategici: l’ambiente e l’energia. L’Europa può difendere e rafforzare il suo storico modello di integrazione sociale solo se riesce a mantenersi sulla frontiera delle nuove produzioni e per far questo è necessario investire molto anche nella ricerca pura e applicata.
Per tutte queste tipologie di investimento, non dovrebbe essere prevista la contabilizzazione delle spese nel calcolo dei parametri del patto di stabilità. 

Occorre inoltre riformare le istituzioni europee creando una autorità che coordini la politica fiscale – un Eurogruppo rafforzato e assegnando alla BCE l’obiettivo della piena occupazione accanto a quello della stabilità dei prezzi. Una seria unione bancaria, che preveda meccanismi di prevenzione e di risoluzione delle crisi finanziarie a livello europeo va a completare tale quadro. La garanzia della BCE sui debiti sovrani potrebbe comportare una significativa riduzione della spesa per interessi per i paesi periferici consentendo loro di stabilizzare il rapporto debito pubblico/Pil (senza assurde riduzioni in una fase di recessione) in maniera compatibile con politiche moderatamente espansive; la Germania e gli altri paesi centrali dovrebbero adottare invece politiche di bilancio più marcatamente espansive volte ad assorbire col rilancio della domanda interna i surplus commerciali.

Verso gli Stati Uniti d’Europa: la nuova polis europea
La Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea recita: “i popoli d’Europa, nel creare tra loro un’unione sempre più stretta, hanno deciso di condividere un futuro di pace fondato su valori comuni”.
Questi valori universali sono la dignità umana, la libertà, l’uguaglianza e la solidarietà. L’Unione ha come terreno di base la democrazia e il principio dello stato di diritto , e pone la persona al centro della sua azione istituendo la cittadinanza  dell’Unione nell’ottica di creare uno spazio comune di libertà, sicurezza e giustizia.
Bellissime parole! Ma mai come oggi la sola dimensione nazionale appare inadeguata a salvaguardare il benessere, i diritti sociali e il rispetto della volontà democratica della maggior parte dei cittadini residenti nei paesi europei; mai come oggi il progetto europeo necessita di una svolta radicale in senso federale negli assetti e nelle politiche dell’UE per  ricercare più solide basi di consenso  e realizzare una compiuta democrazia europea sovrannazionale e transnazionale.

•          A partire dal Trattato di Maastricht le competenze della UE si sono ampliate e l’integrazione si è sempre più approfondita con rilevanti cessioni di sovranità; al tempo stesso sono stati il Consiglio dei Ministri e in particolare il Consiglio Europeo ad assumere un ruolo centrale e chiaramente egemone nel processo di unificazione europea.       Ciò ha bloccato l’evoluzione in senso democratico delle istituzioni realmente sovrannazionali, la Commissione e il Parlamento Europeo, ha reso la politica europea principalmente il gioco degli interessi nazionali e dei rapporti di forza tra gli stati, ha approfondito le divisioni e le gerarchie tra i paesi del “centro” e quelli della “periferia”   Pur non essendo certamente l’unico fattore, il carattere di fatto intergovernativo della governance europea contribuisce allo svuotamento della vita democratica in molti paesi europei, specie in quelli “periferici”.
•          L’assenza di strumenti e di risorse per il governo politico in senso  democratico dell’economia e della moneta unica, nonché la natura intergovernativa degli organismi preposti a tali materie (in primis l’ECOFIN), che privilegia come si è visto alleanze di interessi nazionali sulla base dei rapporti di forza, hanno imposto by default politiche di tipo neoliberale sia a livello europeo sia all’interno dei singoli stati, specie quelli della “periferia” più colpiti dalla crisi economica e finanziaria.
•          Conquiste significative del processo di integrazione come l’istituzione della cittadinanza europea o l’adozione della Carta dei Diritti Fondamentali vengono scarsamente o per nulla valorizzate, di per sé o nelle loro implicazioni.     Permane quindi una visione esclusivamente nazionale della cittadinanza e dei diritti, specie a livello di opinione pubblica, che limita la capacità di azione di partiti di sinistra e delle forze sociali relativamente più influenti e tradizionali come i sindacati.
•          Alla crescente mobilità transnazionale in Europa (per motivi di studio, lavoro, ecc.) non corrisponde quindi la partecipazione civile e politica nelle nuove realtà di arrivo e il “soggetto migrante” rimane perlopiù un soggetto quasi esclusivamente economico.
•          Analogamente, alla maggiore portata dell’integrazione europea non ha corrisposto un più ampio coinvolgimento di ceti o attori sociali al di là di quelli tradizionalmente sostenitori del progetto europeo.        È anzi aumentato il distacco da esso da parte dei cosiddetti “perdenti della globalizzazione” e “vittime della crisi”. Allo stesso modo, le ragioni dell’integrazione europea sono state sovente adoperate per promuovere indirizzi politici neoliberali, neopaternalistici o neoautoritari.

La svolta radicale auspicata in una prospettiva europea  potrà  aver luogo solo attraverso due snodi paralleli: da una parte il cambiamento delle istituzioni europee in senso autenticamente federale (in contrapposizione a pratiche di governance verticistiche o “tecnocratiche” impropriamente spacciate per tali), e dall’altra il coinvolgimento di più ampi settori della società civile e politica nel progetto europeo tramite la ristrutturazione dei partiti politici europei, la formazione di nuovi spazi di confronto e di deliberazione, l’elaborazione di politiche dirette al miglioramento delle condizioni di specifici gruppi sociali e la comunicazione sociale diffusa.

La struttura federale verso cui muovere comporta l’ appropriazione di una  sovranità popolare a livello sovrannazionale attraverso la creazione di un livello di governo responsabile verso i singoli cittadini e determinato da essi, e per cui competano con pari dignità e possibilità due o più indirizzi politici diversi, o alternativi.
La dimensione federale deve essere  attuata da istituzioni quali il governo, il Parlamento (con pieno potere legislativo in tutti  i campi di competenza dell’Unione e il diritto di iniziativa legislativa), la Banca centrale, la Corte di giustizia, ed eventuali altri organismi istituiti per assicurare l’ulteriore partecipazione dei cittadini (fatto salvo il principio della separazione dei poteri e dell’indipendenza competente a ciascuna istituzione).
Da un lato occorre distinguere chiaramente le materie di competenza del livello nazionale da quelle del livello federale e rispettare la  sovranità di entrambi gli ambiti; d’altro lato, non dovrà essere difficile il passaggio concordato di una materia da un ambito all’altro, a seconda dell’evoluzione e delle esigenze sociali.
 Anche se le materie da destinare ai due ambiti non potranno che essere oggetto di negoziazione,  nell’ambito federale vanno incluse, oltre le “classiche” politica estera,  difesa e  politica finanziaria, anche le politiche del lavoro, quelle  di istruzione e formazione permanente, le politiche ambientali, la ricerca, le politiche di immigrazione,  aspetti del welfare  e tutto quanto concerne la Carta dei Diritti Fondamentali.

Per quanto riguarda le politiche di immigrazione, noi affermiamo che  alla luce delle tragedie di ieri e di oggi quali quelle avvenute nel Mar Mediterraneo in prossimità delle isole di Sicilia e di Malta, non è più possibile considerare l’immigrazione legata ad eventi di guerra o a catastrofi naturali come problema dei singoli paesi europei accoglienti.        Bisogna rivedere le leggi internazionali che limitano il passaggio dei rifugiati dal primo stato europeo di accesso agli altri comunitari.              E’ necessario comprendere ed accettare il concetto che l’immigrazione verso l’UE dal continente africano   si sta trasformando in esodo  e migrazione di intere popolazioni, e  che proseguirà nel tempo senza limiti per ora definiti. 
La questione dell’accoglienza deve diventare una questione di tutta l’Europa ed i paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo devono essere considerati – anche attraverso leggi comunitarie- come paesi di   prima accoglienza e porta di accesso  all’Unione Europea.    E’ necessario inoltre che venga creata una Autorità comunitaria per la gestione del Mar Mediterraneo, sia sotto questo profilo, ma non solo,  data l’importanza di esso anche dal punto di vista ambientale e della  sicurezza generale dell’intera UE.

Tornando poi alle istituzioni, riteniamo auspicabile che la  Commissione vada  trasformata in un organo di governo democratico, con il Presidente eletto direttamente dal corpo elettorale sulla base di un programma, contestualmente all’elezione del Parlamento europeo.
 Tuttavia, proprio per la complessità della compagine europea, il governo europeo deve tener conto di equilibri che scongiurino la formazione di maggioranze e minoranze permanenti, con le conseguenti crisi di consenso e di sistema. In questa prospettiva il Consiglio diventerà  a sua volta una seconda Camera legislativa,  o Camera degli Stati, in cui sarà riunita tutta l’attività competente agli stessi.
 La Banca Europea dovrà avere finalmente alle sue spalle un vero e proprio governo e dovrebbe avere tutte le competenze di una Banca Federale compreso il potere di stampare moneta e di essere il creditore di ultima istanza. Il Bilancio europeo dovrebbe essere adeguato alle competenze ed essere notevolmente aumentato rispetto all’attuale che si aggira attorno all’1% del PIL europeo.
La Federazione non sarà un’organizzazione costrittiva; da essa si potrà recedere, come avviene oggi con il Trattato di Lisbona, e al tempo stesso ogni stato della Federazione dovrà accettare di sottoporsi a vagli di “tenuta democratica” (analogamente a quanto avviene per i paesi che intendono aderire all’UE), viceversa la Federazione stessa potrà stringere accordi di libero scambio, di unione doganale, o di cooperazione di varia natura con gli stati che non intendono federarsi.
 Va perfezionato l’istituto del referendum, che sulle materie riguardanti la Federazione deve avere regole valide per tutti e avere come unica “constituency” la Federazione stessa.
•          Last but not least, l’avvio della Federazione europea dovrà preludere all’istituzione di un esercito unico europeo in sostituzione degli eserciti nazionali, che verranno quindi sciolti – realizzando così un punto centrale dei programma dei federalisti degli anni tra le due guerre mondiali, con un’ enorme  possibilità di riduzione delle spese militari,  nella prospettiva di un unico esercito europeo non condizionato da nostalgie imperiali o velleità di grandeur;

Un tale riassetto dell’Europa in senso federale non potrà non incontrare resistenze, specie dall’interno delle istituzioni e delle classi dirigenti nazionali. Una forza politica, specie di sinistra, che intenda invece perseguire l’obiettivo della Federazione europea deve naturalmente puntare sul coinvolgimento e la mobilitazione della società civile e politica transnazionale d’Europa in tutte le sue articolazioni attraverso  un lavoro di informazione a tutti  i  livelli,  networking , contaminazione culturale.
Si dovranno   organizzare  a vari livelli , soprattutto riguardo al diritto di voto alle elezioni europee – le quali dovebbero avere carattere costituente –  sostegni   adeguati  a chi lo desidera nell’iscrizione alle liste elettorali , e parimenti sostenere attivamente le iniziative di cittadini europei che vadano nella direzione degli obiettivi da noi auspicati,  quali per esempio l’ICE (Iniziativa dei Cittadini Europei) sul pluralismo dei media (http://www.mediainitiative.eu/it/)  o iniziative sul reddito di base garantito (http://basicincome2013.eu/), o l’estensione del diritto di voto ai  “comunitari” residenti in un altro paese UE anche per le elezioni regionali e nazionali nel paese di residenza (http://www.letmevote.eu/it/).

•          Ci si dovrà attivare  per un vero cambiamento  dei partiti europei da semplici confederazioni a veri partiti transnazionali con diritto di adesione anche  individuale, anche per dare attuazione all’articolo 10, comma 4 del Trattato sull’Unione Europea che afferma che:” I partiti politici a livello europeo contribuiscono a formare una coscienza politica europea e ad esprimere la volontà dei cittadini dell’Unione”.
 Senza partiti politici europei è più difficile che il Parlamento europeo possa elaborare “un progetto inteso a permettere l’elezione a suffragio universale diretto secondo una procedura uniforme in tutti gli Stati membri o conformemente a principi comuni a tutti gli Stati membri”(art.190 TCE).
 Questa trasformazione è compito dell’UE poiché l’articolo 224 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea afferma che: Il Parlamento europeo e il Consiglio, deliberando mediante regolamenti secondo la procedura legislativa ordinaria, determinano lo statuto dei partiti politici a livello europeo di cui all’articolo 10, paragrafo 4 del trattato sull’Unione europea, in particolare le norme relative al loro finanziamento..
Inoltre,  nella successiva legislatura del PE si dovrebbe avviare un processo di cambiamento delle istituzioni europee, incluse le revisioni dei Trattati,  contribuendo a promuovere forum tematici transnazionali – che peraltro già esistono a livello di società civile-  ma che in questo caso dovrebbero avere una riconosciuta funzione consultiva e fungere da tramite fra i cittadini europei e le istituzioni UE. 
 
Sarebbe fondamentale da parte  delle istituzioni UE ampliare il più possibile la partecipazione attraverso l’uso delle tecnologie informatiche e l’organizzazione di incontri in ambito locale.
Sulla partecipazione dei cittadini europei – almeno per quanto riguarda lo stato italiano – grava la mancanza di  informazione e di comunicazione riguardante la vita quotidiana e l’applicazione delle  leggi che regolano la vita dei cittadini dei vari paesi comunitari, sia attraverso i media che nelle istituzioni scolastiche di primo livello.           Non sono sufficienti i vari programmi Erasmus per colmare questo divario di conoscenza.         Una mentalità europea si crea  anche attraverso la comunicazione e l’informazione diffusa che raggiunge i cittadini delle singole nazioni,  li porta a comprendersi e a sentirsi simili e fratelli. L’Unione Europea si è guadagnata il premio Nobel per la pace grazie ai suoi sforzi per unire un continente e renderlo libero, democratico,  solidale e sicuro.     Ora essa deve compiere un ulteriore passo avanti  in questa direzione favorendo scambi non solo di persone, ma  di conoscenze, esperienze, cultura  e semplici notizie di vita quotidiana  anche attraverso il mezzo della comunicazione mediatica diffusa e di scambi culturali costanti  tra i cittadini  degli stati che compongono l’Unione, per favorire nelle persone la formazione  di un’identità dapprima europeista ed infine europea tout court.
Per concludere,  noi riteniamo  che la strada verso la costituzione degli Stati Uniti d’Europa può essere percorsa oggi coltivando una spiccata identità europeista di sinistra che , rispetto ai diritti enunciati nella Carta Fondamentale dell’Unione Europea , veda crescere  su tutto il territorio degli stati europei  la presa di coscienza di una grande  responsabilità e di  doveri nei confronti degli altri,  come pure della comunità umana e infine delle generazioni future. La rinuncia di una parte di sovranità nazionale nell’ottica della costruzione di una sovranità europea sovranazionale dovrà necessariamente accompagnarsi alla  rinuncia di una parte di  egoismo individuale verso l’obiettivo del bene comune; noi riteniamo che in quest’ottica  l’unione delle forze progressiste, democratiche, socialiste, libertarie e ambientaliste europee  possa  portare un proprio grande contributo.

Felice Besostri

avv. Felice C. Besostri Avvocato amministrativista, docente di Diritto Pubblico Comparato a.a. 2005/2009, Commissione Affari Costituzionali Senato della Repubblica XIII Legislatura, Assemblea Parlamentare Consiglio d’Europa 1997/2001 (Commissione Giuridica dei Diritti dell’Uomo, Commissione Ambiente, sottocommissione selezione dei giudici della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo), ricorrente contro ammissione dei referendum elettorali e la legge elettorale per il Parlamento europeo, interveniente nei giudizi contro la legge elettorale per il Parlamento nazionale. Presidente Rete Socialista – Socialismo Europeo.

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