I presupposti di una Sinistra italiana e i suoi compiti attuali

di Felice Besostri

 25 ottobre 2010

«La crisi economica mondiale è ancora lontana dall’essere superata eppure la sinistra internazionale, che dovrebbe attirare consensi in questa situazione, continua a perdere colpi. Particolarmente grave è lo stato della sinistra italiana. Riflessioni e ricette per una rinascita, a partire dalla riscoperta del socialismo e della “riemersione” di quei tanti fiumi carsici, circoli e associazioni.

Bisogna cercare di non usare parole inflazionate e che perciò hanno perso di valore, come sinistra nuova, sinistra riformista, sinistra di governo e relativi ammennicoli come rinnovamento e ricostruzione della sinistra, di cui tutti, me compreso, abbiamo abusato.

L’Italia non ha bisogno di una sinistra nuova, ma di una sinistra e la sinistra europea ha bisogno di una sinistra italiana,altrimenti la sfida con le forze conservatrici non sarà mai vinta al prossimo appuntamento elettorale, le elezioni europee del 2014. Ragionevolmente è quello l’orizzonte temporale minimo per affrontare e si spera risolvere i problemi della sinistra italiana, quello che sono alla base, non solo della sua debolezza, ma soprattutto della sua mancanza di prospettive nella percezione di militanti ed elettori, che disertano i partiti e le urne.

“Socialismo” era anch’essa una parola inflazionata al tempo del “socialismo realmente esistente” e perciò aveva perso valore e significato ovvero era diventata un richiamo di stile, come in quei partiti socialdemocratici, che avevano sposato nella prassi e nella teoria il credo neoliberista.

Nella frase precedente ho reso omaggio al cerchiobottismo imperante nella sinistra italiana, per cui se critichi le esperienze del comunismo realizzato, subito dopo, per evitare il sospetto di essere passato nel campo della socialdemocrazia, devi assestare una botta al socialismo democratico.

Dissipato il dubbio, che si voglia riproporre un revanscismo socialdemocratico si deve proseguire il ragionamento, senza bisogno di citare Alain Touraine sull’uso di “Comunista” e “Socialdemocratico” come epiteti ingiuriosi. Resta il fatto che il Comunismo, come sistema politico ed economico-sociale, è scomparso (e l’esistenza di partiti comunisti al potere in Cina o a Cuba e nel Vietnam non prova il contrario), mentre il Socialismo Democratico non ha mai avuto la pretesa di essersi realizzato, ma soltanto di aver ottenuto determinate conquiste. Sono in crisi di consenso i partiti europei del PSE, reduci da cocenti sconfitte elettorali, salvo poche eccezioni, come Islanda, Grecia, Portogallo e Norvegia( per completezza si dovrebbe aggiungere Andorra, ma ha le dimensioni di un medio comune italiano), sia in elezioni politiche nazionali che nelle Europee 2009.

Insuccesso apparentemente non logico a fronte di una crisi economica e finanziaria senza precedenti, all’aumento di disoccupazione e precarietà, alla riduzioni di protezioni del welfare e alla crescita delle diseguaglianze di reddito e di prospettive di mobilità sociale, quando piena e buona occupazione, ridistribuzione del reddito e welfare erano i tradizionali cavalli di battaglia socialdemocratici.

Questi tradizionali capisaldi socialdemocratici sono stati oggetto di attacchi ideologici di dipingere i partito socialisti democratici come i partiti della spesa pubblica, delle tasse e della distribuzione (distruzione) della ricchezza e non della sua creazione, tale offensiva ha trovato ascoltatori anche al loro interno e, quindi l’adozione di politiche di privatizzazione, di liberalizzazione, di contenimento della spesa pubblica in primo luogo nei settori della previdenza, della protezione sociale e dell’accesso ai servizi pubblici, anche quelli essenziali. Le scelte politiche sono state accompagnate da una politica monetaria deflattiva e da un alleggerimento dei controlli sui mercati e sui prodotti finanziari, fino al punto di avere mercati e prodotti privi di ogni controllo sulla loro quantità ed affidabilità e sui loro scambi over the counter.

Se si aggiunge la natura privata delle agenzie di rating, così come i loro conflitti di interesse al pari delle società di revisione, le premesse dello scoppio della bolla ci sono tutte e la crisi è lungi dall’essere risolta e quando vi è timida ripresa della produzione non vi sono positive ricadute occupazionali e la debolezza dei mercati interni per la perdita di potere d’acquisto dei cittadini resta un fattore negativo di superamento della crisi. In poche parole mentre la politica economica e monetaria teneva sotto controllo i deficit pubblici e la loro percentuale rispetto al PIL e la carta moneta circolante si permetteva lo formazione di valori fittizi senza rapporto con realtà fisiche, anche mediate, sottostanti e l’emissione di titoli di alto valore facciale, ma senza dietro niente se non la reputazione dell’entità e emittente e un rating elevato o un alto rendimento. Il paradosso è stato, che per salvare il sistema finanziario,e in minor misura per sostenere alcuni settori produttivi, le vestali del rigore monetario e di bilancio hanno consentito agli Stati di indebitarsi, con la conseguenza che le agenzie di rating, poco prudenti sui titoli tossici, hanno declassato il debito degli stati esponendoli agli attacchi della speculazione finanziaria internazionale, con il rischio di minare lo stesso Euro.

I partiti socialisti al potere sono stati ritenuti corresponsabili della crisi e anche quelli all’opposizione non sono stati ritenuti portatori di una credibile ricetta di uscita dalla crisi. Nel panorama della sconfitta socialdemocratica non brillano stelle di formazioni revisioniste come il PD od antagoniste come le sinistre radicali, a partire dalla Linke tedesca: finché socialisti e sinistra radicale si rubano i voti e non incidono sull’astensione dei ceti popolari e non conquistano nuovi voti la sinistra nel suo complesso è sconfitta, la sola eccezione vittoriosa finora è stata quella islandese e, a livello sub statuale, quella del Land della Renania Settentrionale-Vestfalia.

L’Italia è paradigmatica, il PD ha perso malgrado gli incentivi elettorali e la Sinistra, Socialisti compresi, è scomparsa dal parlamento nazionale ed europeo, non ha una presenza consistente in tutte le assemblee regionali e sono passate alla destra amministrazioni comunali e provinciali tradizionalmente di sinistra e/o di centro-sinistra. Nel resto d’Europa quando la Sinistra, maggioritariamente rappresentata da partiti del PSE, perde le elezioni resta potenzialmente in lizza per una rivincita al turno successivo. In Italia il PD appare in crisi e le formazioni alla sua sinistra ( rientra il PSI in questa definizione semplificata?, Se fosse, come dovrebbe un conseguente esponente della tendenze emergenti nel socialismo europeo,la risposta sarebbe positiva senza esitazioni o perplessità), sono addirittura assenti dal Parlamenti nazionale ed europeo e la speranza di rientrarvi è affidata ad accordi più o meno trasparenti col PD o al carisma di un leader e al suo impatto mediatico: pura contingenza senza risolvere uno che sia uno dei nodi strutturali della debolezza della Sinistra italiana.

Nell’economia di questa riflessione non si possono affrontare tutti, ma la dimensione internazionale appare essere uno di questi. L’accettazione dell’Unione europea come dimensione politica e istituzionale è ancora piena di riserve e non si è europeisti senza volere un rafforzamento politico dell’Europa, cioè anche una politica estera e di sicurezza comuni e, quindi, un’Europa stato federale. Se la crisi ha posto in luce la necessità di un intervento pubblico nell’economia da parte di poteri democraticamente eletti e controllati e nel contempo la dimensione insufficiente della Stato nazionale, la contraddizione si supera con il rafforzamento di uno Stato sovranazionale, di rilevanza continentale, come una Federazione europea con istituzioni democraticamente elette, controllate e partecipate.

Nell’assetto democratico i partiti politici giocano un ruolo essenziale e insostituibile, come affermato nei Trattati istitutivi della UE, ovviamente partiti europei sovranazionali, ma la mancata attuazione dell’art. 49 della nostra Costituzione è un monito che non basta una previsione normativa di livello superiore, quando non si traduca in una normativa di dettaglio e non si concreti in una prassi democratica e non oligarchica e castale della vita quotidiana dei partiti, dalla selezione dei gruppi dirigenti alla scelta delle candidature. Da qui la necessità per qualsivoglia Sinistra italiana di rapportarsi al Socialismo europeo, non come momento burocratico e formale di adesione al PSE, ma di rapporto necessario con esso e con i suoi partiti.

Una sinistra italiana non può non confrontarsi e misurarsi con il socialismo europeo, anche se non esclusivamente con esso: ci sono problemi che oltrepassano la dimensione europea e il rafforzamento dell’Unione Europea è uno degli strumenti per una presenza dell’Europa nella scena mondiale e nella sfida della globalizzazione, con gli squilibri connessi nello sviluppo tra paesi e all’interno dei singoli paesi e della compatibilità ambientale dei modelli di sviluppo dominanti. Il Socialismo europeo appare a tratti nel dibattito italiano di sinistra, ora è uno di questi e di materiale ce n’è, dal Congresso di Praga del PSE, alla svolta della SPD e al documento congiunto SPD-PSF fino al Congresso del Labour. Forse se non ci fosse stata la contesa, mediaticamente ghiotta, tra i due figli del marxista Ralph Miliband, l’attenzione sarebbe stata minore, come infatti è capitato al contemporaneo congresso straordinario della SPD e come capiterà al prossimo congresso di Losanna del PS svizzero, malgrado che i documenti siano di tutto rispetto per una sinistra europea, di cui quella italiana faccia finalmente parte.

Nella carta geografica mondiale la rappresentazione della Sinistra italiana, e non solo di essa invero, delle diverse aree è squilibrata nel senso che il planisfero è a macchia di leopardo con un Medio Oriente ipertrofico e con un’America Indio-latina in cui Venezuela e Cuba hanno una dimensione superiore a quella del Brasile. Queste insufficienze e limiti si verificano proprio in quell’America meridionale con la quale per ragioni storiche, dalla Conquista, alla colonizzazione, dall’emigrazione europea in quelle plaghe all’esilio politico in Europa dopo i golpe di Stato militari l’interscambio politico culturale dispone dei requisiti soggettivi e oggettivi per una sinistra e un socialismo del XXI° secolo, , che superi le divisioni del XX°, che in Europa hanno le loro radici.

Una Sinistra unitaria e plurale non può essere senza aggettivi, ma ne deve coniugare molti, che derivano dai suoi filoni più antichi e più recenti e perciò una sinistra socialista, comunista, ambientalista e libertaria, una sinistra umanista di laici e credenti, una sinistra democratica e autonoma, europeista e internazionalista. Dirsi di sinistra non basta, al massimo indica una collocazione nello spettro politico, ma non dove si intende andare, cioè portare in evidenza valori e porsi obiettivi incompatibili con l’attuale assetto societario, dominato dal profitto e dalla riduzione di tutto a merce per una società dove libertà, eguaglianza e fraternità, cioè solidarietà e giustizia sociale, siano di guida ed ispirazione di programmi di governo e di mobilitazione in azione puntuali. In altre parole, come ha fatto il Labour a Manchester, riscoprire il Socialismo.

Nel panorama politico italiano questo compito appartiene a tutta la sinistra senza esclusioni a priori, quindi anche la Federazione della Sinistra, ma una particolare responsabilità incombe sul PD, come maggior partito di opposizione ed in parte erede dei filoni storici della sinistra italiana, al PSI come unico rappresentante del PSE in Italia e a SEL, che per prima deve sciogliere al suo prossimo Congresso alcuni, almeno, dei molti nodi della Sinistra italiana, ma canto a i soggetti politici strutturati, che rappresentano solo una parte della sinistra italiana, bisogna mobilitare nella riflessione, nella ricerca e nelle proposte quella parte del popolo della sinistra, che non si è rassegnato alla situazione di divisione e di autoreferenzialità identitaria, che sono, insieme con gruppi dirigenti praticamente immutabili e che si perpetuano per cooptazione, causa e conseguenza di una debolezza, che non ha pari in Europa.

Ci sono forze carsiche della e nella sinistra, che devono emergere e di cui sono espressione circoli e associazioni, come (è un esempio tra i tanti) la rete socialista e libertaria conosciuta come Gruppo di Volpedo, ma anche singoli/e compagni/e che intervengono nei dibattiti on line, perché sono gli unici luoghi accessibili a tutti e speso anche gli unici dove si svolgono confronti veri, non viziati da tattiche partitiche o congressuali.

 

 

Felice Besostri

avv. Felice C. Besostri Avvocato amministrativista, docente di Diritto Pubblico Comparato a.a. 2005/2009, Commissione Affari Costituzionali Senato della Repubblica XIII Legislatura, Assemblea Parlamentare Consiglio d’Europa 1997/2001 (Commissione Giuridica dei Diritti dell’Uomo, Commissione Ambiente, sottocommissione selezione dei giudici della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo), ricorrente contro ammissione dei referendum elettorali e la legge elettorale per il Parlamento europeo, interveniente nei giudizi contro la legge elettorale per il Parlamento nazionale. Presidente Rete Socialista – Socialismo Europeo.